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Gambit – Una truffa a regola d’arte 2012: trama, cast e recensione completa

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Gambit - Una truffa a regola d’arte locandina

Gambit – Una truffa a regola d’arte
Diretto da Michael Hoffman
Sceneggiatura di Sidney Carroll, Ethan Coen
Prodotto da FilmNation Entertainment, Crime Scene Pictures, Michael Lobell Productions

Protagonisti: Colin Firth, Cameron Diaz, Alan Rickman, Tom Courtenay, Stanley Tucci, Cloris Leachman, Alex Macqueen, Joe Berryman

Fotografia: Florian Ballhaus
Musiche: Rolfe Kent
Produzione: FilmNation Entertainment, Crime Scene Pictures, Michael Lobell Productions
Data di uscita: 2012-04-25
Durata: 89 minuti
Lingua: EN

Gambit – Una truffa a regola d’arte – Trama: Quando la trappola non scatta

Harry Deane ha un piano perfetto. Almeno nella sua testa. Per dieci minuti tutto funziona: PJ Puznowski, cowgirl texana con stivali e sorriso smagliante, non apre bocca mentre lui orchestra la truffa perfetta ai danni del suo padrone. Poi la realtà. E PJ inizia a parlare.

Curatore d’arte londinese, Harry è umiliato quotidianamente da Lionel Shabandar, magnate dei media con passione per Monet e zero empatia. La vendetta? Vendergli un falso. Il piano coinvolge The Major, falsario veterano, e PJ, che dovrebbe impersonare la nipote del soldato che mise le mani sul dipinto rubato a Hermann Göring nel 1945. Tutto si regge su una bugia architettata con cura ossessiva, salvo scoprire che l’improvvisazione altrui rovina ogni certezza.

Tra Londra e il Texas, Harry scopre l’abisso tra fantasia e realtà. PJ non è la comparsa muta che aveva immaginato: beve, sbaglia battute, complica situazioni semplici. Shabandar non è lo stupido collezionista da raggirare, ma un predatore che fiuta debolezze. La truffa si trasforma in una serie di catastrofi: pantaloni persi nel Savoy, equivoci in camera d’albergo, momenti di farsa che dovrebbero strappare risate ma che si limitano a farti sorridere con cortesia.

Il film prova a essere una commedia inglese con doppi giochi e colpi di scena, ma ogni tentativo di brillantezza naufraga nella prevedibilità. I twist finali vogliono rivelare che nulla era come sembrava. Solo che a quel punto non interessa più nemmeno capire chi ha fregato chi.

Gambit – Una truffa a regola d’arte nel contesto: Un’anomalia minore nella carriera di Hoffman

Michael Hoffman veniva da The Last Station, dramma biografico su Tolstoj che nel 2009 aveva raccolto consensi misurati e due nomination agli Oscar. Prima ancora, film dignitosi come The Emperor’s Club e Soapdish. Hoffman non è mai stato un autore con firma riconoscibile, ma un artigiano capace di lavorare materiali diversi con competenza. Questo Gambit rompe lo schema: commedia leggera, ambizioni modeste, uno script firmato dai Coen che però suona più come un favore fatto tra un progetto e l’altro.

È un remake del film del 1966 con Michael Caine e Shirley MacLaine, elegante caper della Swinging London. Ma quel tono anni Sessanta (penso a The Italian Job, a certi momenti di Topkapi) qui viene stiracchiato senza convinzione. Il ritmo è sbagliato. Le scene comiche durano troppo, come se nessuno in montaggio avesse il coraggio di tagliare.

I Coen hanno scritto questo script nei primi anni Duemila, poi lo hanno abbandonato ad altri registi. La loro firma promette genio obliquo, personaggi eccentrici con nomi bizzarri, dialoghi barocchi. Ma qui manca l’acume misantropico di Burn After Reading o anche solo la crudeltà grottesca de The Ladykillers. È una sceneggiatura Coen senza i Coen alla regia, e si sente. Hoffman non era la scelta giusta per questo materiale, troppo compassato per reggere il caos necessario a far funzionare il tutto. Quello che resta è un’operazione onesta ma anemica, un film che esiste senza chiedere di essere ricordato.

Gambit – Una truffa a regola d’arte: curiosità e retroscena di produzione

Il produttore Mike Lobell vide il film originale alla premiere londinese nel 1966 e trent’anni dopo, nel 1997, propose il remake a Universal. Mandò la sceneggiatura ad Aaron Sorkin, che era interessato ma troppo impegnato con The West Wing per completare la riscrittura. Seguirono anni di stallo: registi attaccati e poi spariti (Alexander Payne, Robert Altman, Doug Liman), script riscritti e abbandonati. I Coen arrivarono quando Lobell seppe che stavano cercando lavori di riscrittura tra un loro film e l’altro, e produssero un “radicale restyling”, spostando l’azione negli Stati Uniti.

Colin Firth negò il coinvolgimento nel remake in un’intervista del settembre 2008. Tuttavia, nel febbraio 2011 fu confermato che lui e Cameron Diaz erano stati ingaggiati per i ruoli principali. Alan Rickman si aggiunse al cast il mese seguente, con Stanley Tucci e Cloris Leachman a maggio. La produzione, finanziata da Crime Scene Pictures con capitali asiatici, cercava un progetto di richiamo per lanciare la compagnia. Lobell dovette persuadere Hoffman, inizialmente riluttante, a dirigere il film.

Gambit - Una truffa a regola d’arte


Le riprese principali iniziarono il 5 maggio 2011 a Londra, con location come l’aeroporto di Heathrow per le scene di arrivo dei protagonisti e il Savoy Hotel sulla Strand. Una seconda unità viaggiò in New Mexico alla fine di giugno 2011 per girare le sequenze western e del rodeo, filmando ad Albuquerque, Santa Fe e Los Lunas per rappresentare il Texas. Il film incassò £689.000 nel weekend di apertura britannico da 380 sale. Negli Stati Uniti arrivò con due anni di ritardo, nell’aprile 2014, direttamente in video on demand con una distribuzione teatrale quasi simbolica.

Gambit – Una truffa a regola d’arte: Recensione — Talento sprecato in una farsa senza verve

Colin Firth fa quel che può con un personaggio che dovrebbe incarnare l’underdog inglese goffo ma astuto, e invece resta solo goffo. La scena in cui perde i pantaloni al Savoy è il momento più commentato del film, probabilmente perché è l’unico in cui l’imbarazzo fisico genera una risata effettiva. Ma Firth non ha il tempo comico di un Peter Sellers, come qualcuno ha notato confrontandolo con The Party, né la cattiveria necessaria a renderlo memorabile. Cameron Diaz entra con un accento texano esagerato e una vitalità che dovrebbe essere caos produttivo, ma la sceneggiatura non le dà nulla da fare se non essere l’americana maldestra in una Londra caricaturale. La chimica tra Firth e Diaz è inesistente; paradossalmente lei funziona meglio con Rickman. Alan Rickman, invece, ruba ogni scena in cui compare: la voce flemmatica, lo sguardo sprezzante, la sicurezza di chi sa di essere l’unico adulto in una stanza piena di bambini maldestri. Se il film ha un cuore pulsante, è lui. Stanley Tucci, in un cameo da critico d’arte tedesco effeminato, è l’unico che sembra capire il tono della farsa: tre scene, tutte divertenti, perché Tucci sa quando esagerare e quando no.

Regia e crediti tecnici sono mediocri, funzionali ma privi di personalità. Florian Ballhaus fotografa Londra con lo sguardo turistico da cartolina, niente che illumini o tradisca. La sequenza onirica iniziale, quella in cui Harry immagina tutto perfetto, ha un ritmo diverso dal resto del film, ma è l’unica volta in cui Hoffman prova a dare un’identità visiva al racconto. Poi torna il piattume.

La sceneggiatura dei Coen è costruita su un meccanismo classico: piano perfetto, tutto va storto, doppio bluff finale. Solo che la struttura non regge perché i dialoghi sono raramente brillanti e le situazioni non si evolvono, si ripetono. Harry fa una figura di merda. Poi un’altra. Poi un’altra ancora. La progressione emotiva non c’è, solo accumulo di gag che non fanno ridere abbastanza. Il ritmo è sbagliato: ogni scena dura cinque fotogrammi di troppo, come se il montatore non avesse trovato il punto esatto in cui tagliare per far scattare la risata. La mano pesante di Hoffman è completamente inadatta per questo materiale: quello che dovrebbe sembrare teso e frenetico risulta invece ovvio, flaccido e senza vita.

Rolfe Kent compone una colonna sonora insistentemente giocosa, che sottolinea ogni battuta come se lo spettatore non fosse in grado di capire da solo quando dovrebbe ridere. È il tipo di musica che ti dice “questo è divertente” mentre tu pensi “no, non lo è”.

Rimane un oggetto curioso: cast stellare, sceneggiatori venerati, genere collaudato. Eppure il film non prende mai quota. Rotten Tomatoes lo stronca con il 18%: “Caper privo di fascino che spreca un cast stellare e una sceneggiatura dei Coen”. È il tipo di commedia che guardi in aereo, dove l’aria rarefatta e le cuffie scadenti possono almeno spiegare perché non riesci a ridere. A terra, senza scuse, resta solo un’occasione mancata. Firth meritava di meglio. Rickman pure. E anche noi.

(Francesco Ippolito)

Gambit – Una truffa a regola d’arte

Il film è uscito nel Regno Unito il 21 novembre 2012 distribuito da Momentum Pictures, mentre negli Stati Uniti è arrivato solo il 25 aprile 2014 in sale selezionate e contemporaneamente in video on demand tramite CBS Films. Per l’Italia non risultano dati di distribuzione cinematografica: il film è approdato direttamente in home video e successivamente sulle piattaforme streaming, confermando una carriera internazionale travagliata e poco fortunata.
Nessuna distribuzione IMAX o formato speciale. Oggi il film è reperibile sulle principali piattaforme digitali a noleggio o acquisto, per chi volesse verificare di persona se il disastro è così totale o se c’è margine per rivalutazioni indulgenti. Spoiler: no, non c’è.

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The Italian Job (1969) | Topkapi (1964) | Burn After Reading (2008) | The Ladykillers (2004)

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