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Jenkin esuma il cinema su pellicola: la magia della Bolex in 16mm

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Mark Jenkin gioca col tempo su una Bolex di quarant’anni e costruisce una storia che respira come una séance cinematografica: quadri catturati in 16mm, suoni creati dal nulla in post-produzione, una coscienza che traversa il passato senza indugi. Il regista britannico ha scelto di non consolarsi coi pixel.

Jenkin esuma il cinema su pellicola: la magia della Bolex in 16mm - La cronologia dell’acqua
Via TMDB

L’ossessione del 16mm contro il presente

Jenkin scrive, dirige, edita e firma la colonna sonora del film, costruendo tutto il suono in post-produzione. È una dichiarazione di metodo che trasuda tanto dalla scena quanto dalla filosofia: il cinema non è quello che vedi, è quello che senti accadere dopo. La Bolex non è nostalgia. È il medium giusto perché quella storia ha bisogno di ondulare, di respirare, di non stare dritta in riga come un quadro perfetto di un database digitale.

Mentre l’industria multinazionale corre verso risoluzioni sempre più alte e frame rate che tradiscono il movimento naturale, Jenkin torna indietro portando con sé una telecamera che appartiene a un’altra era. Non per capriccio, ma perché la Bolex permette qualcosa che il digitale non concede: una fragilità, una verità tattile della pellicola che si corrode, invecchia, racconta il tempo non solo nella trama ma nella materia stessa del supporto.

Dichiarazioni

“Jenkin conduce una séance cinematografica, evocando un portale verso un altro mondo che ci costringe a confrontarci col passato”

La descrizione di quello che Jenkin costruisce dice tutto: non è un film che racconta il passato, è un film che lo convoca. Una séance. Il linguaggio mistico non è casuale. Quando scegli di girare in 16mm, di costruire ogni suono a mano in una stanza di montaggio, accetti che il cinema sia rito, non fabbrica.

Il cinema che sceglie di rimanere fragile

Questo è un atto di resistenza. Non perché il 16mm sia morto, non lo è mai, ma perché sceglierlo oggi significa rinunciare al flusso, alla velocità, alla certezza industriale. Jenkin costruisce tutto il suono in post-produzione, il che significa che il silenzio del set diventa materia narrativa, ogni sospiro viene trattato come una figura retorica. Questa è la strada del cinema d’autore, non compromesso, non industriale. È il cinema che sa che il passato non si recupera velocemente: si evoca, si ascolta, si sente sulla pelle.

 

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