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Cape Fear – Il promontorio della paura 1991

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Cape Fear - Il promontorio della paura locandinaCape Fear – Il promontorio della paura
Diretto da Martin Scorsese
Sceneggiatura di Wesley Strick
Prodotto da Amblin Entertainment, Cappa Productions, Tribeca Productions

Protagonisti: Robert De Niro, Nick Nolte, Jessica Lange, Juliette Lewis, Joe Don Baker, Robert Mitchum, Gregory Peck, Martin Balsam

Fotografia: Freddie Francis
Musiche: Bernard Herrmann, Elmer Bernstein
Produzione: Amblin Entertainment, Cappa Productions, Tribeca Productions
Data di uscita: 1991-11-13
Durata: 128 minuti
Generi: Dramma, Crime, Thriller
Lingua originale: EN

Cape Fear – Il promontorio della paura – Trama

Max Cady esce dal carcere dopo quattordici anni di reclusione con una sola ossessione, distruggere Sam Bowden, l’avvocato che lo ha fatto condannare per stupro. Non si tratta di una vendetta semplice, impulsiva, è persecuzione metodica, calcolata fin nei minimi dettagli. Durante gli anni dietro le sbarre, Cady ha studiato legge quanto basta per muoversi nelle zone grigie della giustizia, restando sempre un passo prima della linea che lo riporterebbe in prigione. Conosce ogni debolezza della famiglia Bowden, ogni abitudine, ogni paura nascosta, compresi i segreti che lo stesso Sam custodisce gelosamente sotto la superficie di un matrimonio apparentemente stabile. Max sa che il dolore più profondo non nasce da un colpo, ma dalla sensazione di essere costantemente osservati, intrappolati, minacciati senza tregua e senza che la legge possa davvero intervenire in tempo.

Robert De Niro interpreta Max come un animale intelligente, non un mostro da fumetto, parla di letteratura, cita la Bibbia con la fluidità di un predicatore, possiede una cultura che lo rende molto più pericoloso di qualsiasi psicopatico urlante. Nick Nolte è invece Bowden, un uomo che scopre sulla propria pelle che la legalità non basta a proteggerlo, che la legge si muove con tempi lenti mentre il terrore agisce in tempo reale. Intorno a loro, Jessica Lange e Juliette Lewis danno corpo alle fratture che la violenza costante apre nei legami familiari: una madre che vede sgretolarsi la sicurezza della propria casa, una ragazza adolescente che scopre, con un misto di curiosità e orrore, il lato oscuro dell’attrazione verso un adulto pericoloso.

Scorsese non costruisce un thriller di suspense nel senso più convenzionale del termine. Le minacce arrivano attraverso sequenze disturbanti, una seduzione che sfuma lentamente nel terrore, aggressioni che accadono in pieno giorno, sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno possa davvero intervenire. Il film mostra come una minaccia costante logori progressivamente la ragione, e come la famiglia Bowden si frantumi non per un singolo colpo definitivo, ma per l’accumularsi degli attacchi precedenti. L’intera struttura narrativa è una progressione inesorabile verso lo scontro finale, un promontorio, quel Cape Fear del titolo, dove nessuno dei due contendenti può più dirsi certo di avere il vantaggio.

Cape Fear - Il promontorio della paura

Curiosità sul film Cape Fear – Il promontorio della paura

  • Il film è il remake dell’omonimo Cape Fear del 1962, diretto da J. Lee Thompson con Robert Mitchum e Gregory Peck, a sua volta tratto dal romanzo The Executioners di John D. MacDonald. Fu originariamente Steven Spielberg a essere interessato al progetto, fu lui stesso a consigliare personalmente a Scorsese di dirigerlo, convinto che un film di genere commerciale avrebbe potuto dargli più libertà creativa per i progetti successivi.
  • In un gioco di specchi cinefilo voluto esplicitamente da Scorsese, i tre protagonisti del film originale del 1962 tornano tutti in piccoli camei, ma con i ruoli capovolti: Gregory Peck, che nel ’62 interpretava l’avvocato Sam Bowden, qui veste i panni dell’avvocato Lee Heller, che difende proprio Max Cady; Robert Mitchum, che nel film originale era il temibile Max Cady, interpreta qui il tenente di polizia Elgart; Martin Balsam, che nel ’62 era il capo della polizia, diventa il giudice chiamato a pronunciarsi sul caso.
  • Robert De Niro si sottopose a una trasformazione fisica estrema per il ruolo in Cape Fear – Il promontorio della paura: pagò 5.000 dollari a un dentista per farsi limare i denti e ottenere un aspetto più inquietante, salvo poi spendere 20.000 dollari per farseli sistemare a riprese concluse. Dei numerosi tatuaggi che ricoprono il corpo di Max Cady, l’unico realmente permanente sulla pelle di De Niro è la pantera nera sul braccio destro; tutti gli altri erano applicazioni temporanee rinnovate quotidianamente sul set.
  • Per accentuare il contrasto fisico tra i due protagonisti, Nick Nolte perse peso in vista delle riprese mentre De Niro, al contrario, seguì un allenamento intensivo per aumentare la propria massa muscolare, così da risultare fisicamente minaccioso pur essendo, nella realtà, più basso di Nolte.
  • I titoli di testa del film, curati dal celebre designer Elaine e Saul Bass (lo stesso artista dietro le sequenze iniziali di Psyco), richiamano volutamente l’iconografia hitchcockiana, coerente con il fatto che sia il film del 1962 sia questo remake si ispirano esplicitamente allo stile di Hitchcock, fin dalla scelta della colonna sonora.
  • La colonna sonora è ufficialmente accreditata a Bernard Herrmann, storico collaboratore di Hitchcock e compositore del Cape Fear originale del 1962: per il remake, Elmer Bernstein ne riorchestrò e ne ampliò i temi, creando un ponte musicale diretto tra le due versioni del film.
  • Robert De Niro ricevette una candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista per questa interpretazione, mentre Juliette Lewis fu candidata come miglior attrice non protagonista.

Cape Fear - Il promontorio della paura

Recensione Cape Fear – Il promontorio della paura

Cape Fear – Il promontorio della paura segna un momento particolare nella carriera di Scorsese, è il suo primo vero tentativo di misurarsi apertamente con il linguaggio del thriller mainstream hollywoodiano, un genere che il regista maneggia con la consapevolezza di chi lo rispetta profondamente pur non rinunciando alla propria identità autoriale. Il risultato non è un compitino di genere eseguito con mestiere, ma un’opera che usa l’architettura del suspense thriller per continuare a esplorare i temi che attraversano tutta la filmografia di Scorsese: la violenza come linguaggio, la religione come ossessione distorta, la fragilità delle strutture familiari e sociali quando messe sotto pressione.

Il primo, enorme merito del film è il modo in cui tratta il proprio antagonista. Max Cady non è mai ridotto a semplice minaccia fisica, è un uomo che ha trasformato la propria rabbia in un progetto quasi teologico di vendetta, capace di argomentare, sedurre, manipolare prima ancora di colpire. De Niro costruisce il personaggio per accumulo di piccoli dettagli inquietanti (la voce sempre calma, quasi mielosa, il modo di occupare lo spazio fisico con un controllo innaturale) che rendono Cady tanto più spaventoso di un semplice villain urlante. È una prova attoriale che ancora oggi viene studiata come esempio di come si costruisca una minaccia credibile senza abusare della violenza esplicita fine a se stessa.

Ma sarebbe riduttivo leggere il film solo attraverso la performance di De Niro. Nick Nolte costruisce un Sam Bowden lontano dall’eroe integerrimo del film del 1962, qui l’avvocato porta con sé colpe reali, segreti, compromessi morali che rendono la sua vulnerabilità di fronte a Cady ancora più inquietante, perché non del tutto immeritata. È una scelta di sceneggiatura coraggiosa, che sposta il film dal territorio rassicurante del “uomo giusto perseguitato ingiustamente” a quello più scomodo della responsabilità condivisa, senza per questo giustificare in alcun modo la furia di Cady. Jessica Lange e Juliette Lewis, dal canto loro, restituiscono con efficacia la lenta implosione di una famiglia che si scopre incapace di proteggersi, ognuna reagendo alla minaccia con un proprio, diverso, meccanismo di difesa.

Sul piano visivo Scorsese lavora con la fotografia di Freddie Francis per trasformare gli spazi aperti della provincia americana in un ambiente claustrofobico, dove la luce calda e domestica delle case dei Bowden convive costantemente con ombre che sembrano avanzare da ogni angolo dell’inquadratura. Le geometrie delle scene sono studiate con precisione quasi ossessiva: nulla, nel montaggio curato da Thelma Schoonmaker, è lasciato al caso, e ogni scelta di camera comunica un senso di pericolo incombente anche nei momenti apparentemente più tranquilli.

Se c’è un limite nell’operazione, va cercato forse nell’ultimo atto, quando il film abbandona in parte la tensione psicologica accumulata nelle due ore precedenti per virare verso un registro più apertamente fisico e spettacolare, quasi da horror classico. È una scelta che divide ancora oggi la critica, c’è chi la considera un coerente climax action necessario dopo tanta tensione trattenuta, e chi rimpiange la sobrietà quasi teatrale del confronto finale del film del 1962. In entrambi i casi, resta un finale capace di lasciare il segno, coerente con la logica di un film che ha sempre promesso, fin dal primo fotogramma, uno scontro totale e senza via di fuga.

(Francesco Ippolito)

Cape Fear - Il promontorio della paura

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  • Cape Fear – Il promontorio della paura (1962) di J. Lee Thompson – l’originale imprescindibile, con Robert Mitchum e Gregory Peck, per un confronto diretto con la fonte a cui questo remake dialoga costantemente, anche nei camei degli stessi attori.
  • Attrazione fatale (1987) di Adrian Lyne – condivide lo stesso tema dell’ossessione che si insinua progressivamente nella sicurezza della vita domestica, smontandola pezzo per pezzo.
  • Nemico alle porte di casa (Unlawful Entry, 1992) di Jonathan Kaplan – un’altra minaccia che si muove nelle zone grigie della legge, capace di terrorizzare una famiglia restando sempre formalmente nel giusto.
  • Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese – per ritrovare, quindici anni prima, la stessa capacità del regista di costruire una tensione tra ordine apparente e violenza latente pronta a esplodere.

Trailer

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