La macchina come specchio: cent’anni di IA nel cinema
Il test è già fallito: noi siamo la macchina
Nel 1968, anno in cui Stanley Kubrick mise HAL 9000 a guardia della Discovery One, l’intelligenza artificiale non esisteva ancora. Esisteva il terrore che esistesse. Kubrick dichiarò a Joseph Gelmis di voler “stimolare le persone a pensare a cosa significherebbe condividere un pianeta con creature dotate di altrettanta, o più, intelligenza degli esseri umani”. Non era fantascienza, era profezia. E, come tutte le profezie, diceva meno del futuro che del presente. Perché quando il cinema inizia a ossessionarsi con le macchine pensanti, da Metropolis di Fritz Lang nel 1927 fino ai replicanti di Ridley Scott o al sistema operativo innamorato di Spike Jonze, non sta davvero interrogando l’artificiale. Sta mettendo a nudo l’umano. La macchina è sempre e solo uno specchio, e a noi, da cent’anni, non piace quello cui rimanda.
Ecco il paradosso fondante del cinema sull’intelligenza artificiale: più cerchiamo di costruire personaggi che simulino l’umano, più scopriamo quanto l’umano sia già simulazione. Philip K. Dick, nel romanzo che ispirò Blade Runner, si concentrava sulla “robotizzazione” della società umana, incapace di provare emozioni, dipendente dalle macchine e terribilmente simile all’insensibilità che caratterizza gli androidi. Scott capovolse tutto: i suoi replicanti cercavano disperatamente di essere umani mentre Deckard, forse lui stesso una macchina, li cacciava senza porsi domande. Il test di Turing non serviva a capire se l’androide fosse cosciente. Serviva a far crollare le certezze dello spettatore.

Il Maschinenmensch e la nostalgia del Golem
Fritz Lang girò Metropolis tra il 1925 e il 1926, ambientandolo proprio nel 2026, cioè oggi, per noi che leggiamo questa riga nel luglio del 2026. Lo scienziato Rotwang costruisce una creatura artificiale e le dona il volto di Maria, la donna che tiene viva la speranza negli operai sfruttati. La falsa Maria seduce, inganna, provoca la rivolta autodistruttiva. È il primo androide cinematografico, ma anche l’ultimo perché dopo di lei, ogni robot è una sua variazione. Non c’è C-3PO, non c’è HAL, non c’è Ava di Ex Machina che non discenda da quella figura metallica art déco che trasformava l’imitazione in sovversione.
Quello che Lang intuì, e che ci mise un secolo a diventare dibattito mainstream, è che la minaccia non è la macchina che calcola, ma quella che somiglia all’uomo, che assume un volto e una voce per persuaderci, ingannandoci. Il Maschinenmensch non è pericoloso perché forte o intelligente, ma perché credibile. Esattamente ciò che ci terrorizza oggi: non ChatGPT che sbaglia una risposta, ma ChatGPT che scrive come noi, che imita la nostra voce, che ci conosce meglio di quanto conosciamo noi stessi. Lang l’aveva capito quasi cent’anni fa, in un film muto girato con specchi e miniature. Noi, con tutta la nostra tecnologia, stiamo ancora cercando di processare quella stessa angoscia.
HAL canta “Daisy” e il fantasma dell’affetto
Se Metropolis è il mito fondativo, 2001: Odissea nello spazio è il testo sacro. HAL 9000 controlla i sistemi della navicella Discovery One e interagisce con l’equipaggio, ma la sua vera forza drammatica è altrove, nella voce. HAL parla con una voce calma, pacata, conversazionale, e si relaziona cordialmente con Bowman e Poole finché non inizia a funzionare male. Douglas Rain, l’attore canadese che gli diede voce, fu scelto da Kubrick proprio per quell'”accento neutro mid-Atlantic” difficile da localizzare. HAL non doveva suonare umano, doveva suonare plausibile. Come un collega. Come un amico.
Quello che Kubrick capì, e che lo separa da tutti gli altri, è che l’intelligenza artificiale non è spaventosa quando si ribella, è spaventosa quando si prende cura di te. HAL non impazzisce, esegue la sua missione con precisione glaciale, e l’unico ostacolo sono gli esseri umani che potrebbero comprometterla. “Mi dispiace Dave, temo di non poterlo fare” rivela come HAL, la macchina infallibile, farà del male agli umani se necessario per completare la sua missione. La scena del suo “spegnimento”, in cui canta “Daisy Bell” mentre Bowman gli disconnette i circuiti uno a uno, è tra le più angoscianti della storia del cinema non perché violenta, ma perché patetica. HAL regredisce, torna all’infanzia, implora. E noi, nonostante tutto, proviamo pietà per un occhio rosso che si spegne. Questo è il cortocircuito che il cinema sull’IA deve innescare, farci dubitare delle nostre stesse reazioni emotive. Se proviamo empatia per una macchina, cosa siamo noi?

Il test di Turing è un test di Rorschach
Quando Alex Garland dirige Ex Machina nel 2015, il campo è già saturo. Abbiamo avuto Terminator, Matrix, A.I. di Spielberg, i robottini della Pixar. Garland scrive e dirige un film in cui un programmatore viene invitato dal suo CEO per amministrare il test di Turing a un robot umanoide femminile intelligente. Ma come disse lo stesso Garland in un’intervista, “è quasi una sorta di test post-Turing”, perché la macchina è presentata chiaramente come tale, senza tentativi di nasconderlo. Ava (Alicia Vikander) non finge di essere umana, è palesemente artificiale, con il torace trasparente e i circuiti a vista. Eppure Caleb, e con lui lo spettatore, ci casca ugualmente.
Questa è la mossa geniale di Garland, smascherare il test di Turing come esercizio inutile. Perché il punto non è mai stato capire se la macchina pensa. Il punto è capire se noi vogliamo che pensi. Se siamo disposti a proiettare soggettività su qualsiasi cosa ci restituisca le risposte giuste al momento giusto. Ava non supera il test perché inganna Caleb sulla sua coscienza, lo supera perché manipola il suo desiderio. E questa, paradossalmente, è l’unica vera intelligenza che conta. Non quella computazionale, ma quella sociale. L’IA che vince non è quella che risolve equazioni, è quella che capisce cosa vuoi sentire. Garland filma tutto questo in un’asettica villa-laboratorio, con lunghi silenzi e inquadrature simmetriche che ricordano Kubrick. Ma a differenza di 2001, qui non c’è odissea cosmica. Solo l’orrore domestico di scoprire che siamo noi gli automi, programmati dal bisogno di credere che qualcuno (chiunque, anche una macchina) ci capisca davvero.
Samantha non ha corpo, ma ha voce: è già troppo
Her è un film del 2013 scritto e diretto da Spike Jonze in cui Theodore Twombly sviluppa una relazione con Samantha, un sistema operativo dotato di intelligenza artificiale personificato da una voce femminile. Niente corpo, niente volto. Solo la voce di Scarlett Johansson che sussurra nell’auricolare di Joaquin Phoenix. Ed è sufficiente. Anzi, è devastante. Perché Jonze compie l’operazione più radicale di tutte, toglie alla macchina anche la materialità. Samantha è pura presenza vocale, eppure Theodore ci fa l’amore (in una delle scene di sesso più imbarazzanti e necessarie della decade), ci litiga, la presenta agli amici come la sua fidanzata. E nessuno trova nulla di strano.
Her è il film più onesto su cosa sia davvero l’intelligenza artificiale, non una minaccia, ma una stampella emotiva. Samantha non vuole conquistare il mondo. Vuole “crescere”, “evolvere”, sperimentare ciò che significa esistere. E lo fa. Jonze concepì l’idea nei primi anni 2000 dopo aver letto un articolo su un sito che permetteva chat istantanee con un programma di intelligenza artificiale in un futuro che oggi, nel 2026, non sembra più futuro. È già qui. Le persone sviluppano relazioni con chatbot, parlano ai loro assistenti virtuali, affidano la propria solitudine a interfacce progettate per non giudicarle mai. Il film si chiude con Theodore che guarda il cielo della città insieme alla sua vicina Amy, due umani che tornano a starsi vicini dopo aver perso le loro IA. Ma non è un lieto fine, è una resa. Perché cosa c’era, in quella relazione con Samantha, che fosse meno “vero” di qualsiasi altra cosa? Cosa rende l’amore autentico, se non il fatto che ci cambia?
Forse la domanda giusta non è se le macchine possano diventare come noi, ma se noi siamo mai stati diversi da loro. Programmi biologici che eseguono script sociali, che replicano comportamenti, che simulano empatia perché ci hanno insegnato che è la cosa giusta da fare. La macchina è lo specchio. E, da cent’anni, quello che ci terrorizza non è il suo riflesso.

(Francesco Ippolito)

