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Vigilato speciale 1978

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Vigilato speciale locandinaVigilato speciale
Diretto da Ulu Grosbard
Sceneggiatura di Jeffrey Boam, Edward Bunker
Prodotto da First Artists, Sweetwall, Warner Bros. Pictures

Protagonisti: Dustin Hoffman, Theresa Russell, Gary Busey, Harry Dean Stanton, M. Emmet Walsh, Rita Taggart, Kathy Bates, Sandy Baron

Fotografia: Owen Roizman
Musiche: David Shire
Produzione: First Artists, Sweetwall, Warner Bros. Pictures
Data di uscita: 1978-03-18
Durata: 114 minuti
Generi: Crime, Dramma
Lingua originale: EN

Vigilato speciale – Trama, curiosità e recensione del crime drama con Dustin Hoffman e Kathy Bates

Max Dembo esce dal carcere con una mano tesa verso una seconda possibilità. Los Angeles, anni settanta, una città dove il sole acceca e il sistema giudiziario non concede sconti a chi porta già un’etichetta addosso. Max è un ladro professionista che ha passato gran parte della propria vita adulta dentro e fuori dagli istituti penitenziari, e ora si trova in libertà vigilata, sorvegliato da un funzionario che sembra più interessato a trovare un pretesto per rimandarlo dentro che ad aiutarlo davvero a reinserirsi. Basta un’accusa infondata, una violazione tecnica delle regole della libertà condizionale, perché quella libertà appena riconquistata torni a vacillare. Quando finalmente Max riesce a restare fuori per davvero, qualcosa dentro di lui si è già rotto: non crede più a nulla, né al sistema che lo sorveglia né, in fondo, a sé stesso.

Dustin Hoffman interpreta Max non come un criminale pentito in cerca di redenzione a tutti i costi, ma come un uomo che ha imparato una lezione precisa e amara: il sistema lo ha tradito così tante volte che non è più disposto a concedergli fiducia. Accanto a lui, Theresa Russell interpreta Jenny Mercer, una giovane donna conosciuta per caso durante la ricerca di un lavoro onesto, che rappresenta l’ultima illusione concreta di normalità, quella vita ordinaria che Max desidera ma non riesce mai davvero ad afferrare fino in fondo. Gary Busey è Willy Darin, vecchio complice di rapine ormai sposato e apparentemente sistemato, Harry Dean Stanton interpreta Jerry Schue, un altro ex detenuto con cui Max condivide un passato di furti, mentre M. Emmet Walsh dà volto a Earl Frank, l’agente della condizionale la cui rigidità burocratica diventa essa stessa un ostacolo quasi insormontabile. Insieme, questi personaggi popolano un’America periferica fatta di corruttori, agenti e sopravvissuti, uomini per cui la morale resta un lusso che raramente possono davvero permettersi.

Vigilato speciale

Curiosità sul film

  • Il film è tratto dal romanzo No Beast So Fierce di Edward Bunker, che compare anche in un piccolo cameo nel cast. Bunker non era uno scrittore qualunque, aveva trascorso gran parte della propria vita reale dentro e fuori dal carcere, ed è proprio questa esperienza diretta a rendere così credibile e priva di romanticismo la rappresentazione del sistema penitenziario e della vita da ex detenuto raccontata nel film.
  • Dustin Hoffman avrebbe dovuto dirigere personalmente il film, oltre a interpretarlo ma, dopo un solo giorno di riprese nei panni di regista, si rese conto che il proprio temperamento si adattava meglio al lavoro davanti alla macchina da presa, e chiamò l’amico Ulu Grosbard (già suo collaboratore a teatro) a sostituirlo dietro la regia, restando accreditato solo come attore protagonista.
  • Il film segna una delle primissime apparizioni cinematografiche archiviabili di Kathy Bates, che interpreta Selma Darin, la moglie del personaggio di Gary Busey, anni prima della celebrità raggiunta con Misery non deve morire.
  • Alla sceneggiatura lavorarono, in momenti diversi e con contributi non tutti accreditati, nomi che sarebbero diventati celebri negli anni successivi, tra questi Michael Mann, che avrebbe poi definito il proprio stile personale proprio con opere dedicate al mondo criminale come Heat – La sfida e Miami Vice.
  • Le riprese si svolsero realmente tra Los Angeles, Sacramento e diverse località dell’Inland Empire californiano, restituendo un ritratto geografico autentico della California periferica lontana dalle cartoline di Hollywood.
  • Per Theresa Russell, all’epoca ventunenne, questo fu solo il secondo film della carriera; la sua interpretazione fu notata dalla critica proprio per la capacità di reggere lo schermo accanto a un Dustin Hoffman già all’apice della propria fama.

Recensione

Vigilato speciale appartiene a quella corrente di cinema americano degli anni settanta capace di guardare ai margini della società senza mai cercare consolazione facile per lo spettatore, e proprio in questa onestà spietata sta il suo valore più duraturo. Ulu Grosbard, regista meno celebrato di molti suoi contemporanei ma capace di una precisione asciutta rara, costruisce attorno a Max Dembo un ritratto che rifiuta sistematicamente ogni scorciatoia narrativa: non c’è mai un singolo colpevole da individuare, non c’è mai un momento in cui la sceneggiatura ceda alla tentazione di semplificare le responsabilità in gioco.

Il vero pregio del film sta nella traiettoria che Grosbard disegna per il proprio protagonista. Max non sceglie il crimine per avidità o per un impulso improvviso, ma per rassegnazione progressiva; ogni piccola umiliazione burocratica, ogni sospetto immotivato da parte del proprio agente della condizionale, ogni porta chiusa da un possibile datore di lavoro spaventato dal suo passato, lo allontana un poco alla volta dalla possibilità concreta di redenzione, non perché sia un uomo debole, ma perché la società gli ha già assegnato un ruolo ben prima che lui potesse scegliere altrimenti. È un film che costruisce, inquadratura dopo inquadratura, una prigione invisibile attorno al proprio protagonista, dove le mura non sono più fatte di cemento ma di pregiudizio, burocrazia, indifferenza istituzionale.

Dustin Hoffman offre qui probabilmente una delle interpretazioni più sottovalutate dell’intera carriera, arrivata proprio nel momento di massimo splendore professionale dell’attore. Costruisce Max per accumulo di piccoli gesti trattenuti più che per esplosioni drammatiche, uno sguardo che si spegne progressivamente, una postura che si irrigidisce a ogni nuova delusione, fino a un climax che non ha nulla di eroico, ma tutto il peso di una disperazione lucida e consapevole. Al suo fianco, Theresa Russell dimostra già in appena il proprio secondo film una capacità di reggere lo schermo che raramente si vede in un’attrice così giovane, costruendo un personaggio dotato di una vita e di una malinconia proprie, mai semplicemente funzionale al percorso del protagonista maschile.

Sul piano visivo Grosbard filma Los Angeles come una città fatta di superfici lucide e interni claustrofobici, grazie al lavoro fotografico di Owen Roizman, capace di restituire un contrasto asciutto e mai concessivo verso il melodramma. La regia non concede quasi mai momenti di vero respiro, ogni scena stringe progressivamente la tensione, mentre la colonna sonora di David Shire resta discreta, quasi assente, lasciando che siano il silenzio e i rumori della città a raccontare, meglio di qualsiasi accompagnamento musicale, il senso di isolamento che avvolge il protagonista.

È un film che, quasi cinquant’anni dopo la sua uscita, continua a risuonare con sorprendente attualità: la riflessione sul carcere come meccanismo capace di perpetuare la marginalità sociale, più che di correggerla, resta un tema centrale nel dibattito pubblico contemporaneo, e pochi film hanno saputo trattarlo con altrettanta sincerità priva di retorica consolatoria.

(Francesco Ippolito)

Film correlati

  • Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy, 1969) di John Schlesinger – altro grande ritratto di emarginazione urbana con lo stesso Dustin Hoffman, per lo stesso sguardo mai giudicante verso chi vive ai margini della società.
  • Fuga da Alcatraz (1979) di Don Siegel – per il tema della difficoltà di reinserimento e della disillusione crescente verso un sistema che sembra costruito per non lasciare vie d’uscita reali.
  • American History X (1998) di Tony Kaye – condivide lo studio di un uomo etichettato dal proprio passato, costretto a lottare contro un’identità che la società gli ha già cucito addosso.
  • A History of Violence (2005) di David Cronenberg – per il tema di un passato criminale mai davvero sepolto, capace di riemergere anche quando si crede di averlo lasciato definitivamente alle spalle.

Leggi anche: The Wolf of Wall Street 2013

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