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A History of Violence 2005

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A History of Violence locandinaA History of Violence
Diretto da David Cronenberg
Sceneggiatura di Josh Olson
Prodotto da New Line Cinema, BenderSpink, Media I! Filmproduktion München & Company

Protagonisti: Viggo Mortensen, Maria Bello, Ed Harris, William Hurt, Ashton Holmes, Peter MacNeill, Stephen McHattie, Greg Bryk

Fotografia: Peter Suschitzky
Musiche: Howard Shore
Produzione: New Line Cinema, BenderSpink, Media I! Filmproduktion München & Company
Data di uscita: 2005-09-23
Durata: 96 minuti
Generi: Dramma, Thriller, Crime
Lingua originale: EN

A History of Violence – Trama, curiosità e recensione del capolavoro di David Cronenberg

Tom Stall gestisce un tranquillo diner nella cittadina immaginaria di Millbrook, Indiana, dove ogni giorno sembra ripetersi identico al precedente: la moglie Edie lavora part-time come avvocato, il figlio adolescente Jack affronta le normali difficoltà del liceo, la piccola Sarah cresce protetta in un’atmosfera da cartolina del Midwest americano. Una sera due criminali in fuga entrano nel locale con l’intenzione di rapinare e uccidere, Tom reagisce d’istinto, con una precisione e una freddezza che sorprendono chiunque lo conosca, eliminando entrambi gli aggressori prima che possano fare del male a lui o ai suoi dipendenti. La notizia si diffonde rapidamente, trasformandolo in un eroe locale celebrato dai telegiornali regionali, ma proprio quella stessa notte, osservando il proprio riflesso, Tom capisce che qualcosa di sepolto da tempo sta per riemergere.

Viggo Mortensen interpreta un uomo diviso tra l’identità costruita pazientemente negli anni di quiete domestica e quella che gli si ripresenta addosso come un abito dimenticato in cantina, ancora perfettamente calzante. Non recita mai una rabbia sorda né un pentimento convenzionale, il suo viso comunica che Tom sa perfettamente chi è stato, e questa consapevolezza silenziosa lo consuma più di qualsiasi conflitto esteriore. Ed Harris, nei panni del boss Carl Fogarty, sfigurato e proveniente dalla malavita di Filadelfia, non è il solito villain urlante da cinema d’azione, è un uomo che riconosce il volto del proprio passato e vuole semplicemente delle spiegazioni, con una calma inquietante che rende ogni sua apparizione più minacciosa di qualunque esplosione di violenza esplicita. Quando la vicenda precipita, entra in scena William Hurt, nei panni di Richie Cusack, figura del passato di Tom capace di ribaltare completamente gli equilibri familiari faticosamente costruiti fino a quel momento, in una manciata di scene diventate tra le più memorabili e discusse dell’intero film.

Cronenberg costruisce il racconto come una ferita che si riapre lentamente. Non c’è alcun inseguimento forsennato, il ritmo resta quasi domestico, fatto di stanze che si riempiono di tensione mentre le persone restano semplicemente sedute a parlare. La relazione tra Tom ed Edie, una Maria Bello devastante nella sequenza più controversa e citata del film, si trasforma radicalmente man mano che la verità comincia a filtrare tra le crepe della vita coniugale. I figli diventano spettatori inconsapevoli della disgregazione di un’illusione familiare che credevano solida e definitiva.

A History of Violence

Curiosità sul film

  • Il film è tratto dalla graphic novel omonima del 1997, scritta da John Wagner e disegnata da Vince Locke, pubblicata dalla Paradox Press. La sceneggiatura di Josh Olson si prende diverse libertà rispetto al fumetto originale, nel materiale di partenza il protagonista si chiamava Tom McKenna, il figlio si chiamava Buzz, l’antagonista Torrino, e la vicenda era ambientata in Michigan con una mafia originaria di Brooklyn. Secondo la stampa tedesca, Cronenberg e Olson cambiarono deliberatamente i nomi dal suono più marcatamente italiano per evitare di anticipare troppo presto i legami con la criminalità organizzata.
  • Viggo Mortensen non era inizialmente convinto della prima stesura della sceneggiatura, e accettò il ruolo solo dopo un incontro diretto e cordiale con Cronenberg, che finì per riscrivere ampie parti del copione finale senza però prendersene il credito ufficiale.
  • Prima di Mortensen il ruolo di Tom Stall fu offerto ad altri due attori, entrambi poi indisponibili per il progetto, una circostanza che portò infine al casting dell’attore che avrebbe reso il ruolo indimenticabile.
  • William Hurt ottenne una candidatura all’Oscar come miglior attore non protagonista per appena dieci minuti di presenza sullo schermo, uno dei casi più citati nella storia recente dei premi Oscar per la brevità della prova candidata.
  • Le riprese, nonostante il film sia ambientato in Indiana, si sono svolte quasi interamente nella città di Millbrook, in Ontario, Canada, scelta da Cronenberg proprio per la sua capacità di evocare un’America idealizzata, quasi fuori dal tempo, che il regista stesso ha paragonato all’estetica delle cittadine di Rod Serling in Ai confini della realtà.
  • Il film compete per la Palma d’Oro al Festival di Cannes 2005, e secondo il Los Angeles Times è stato l’ultimo grande film hollywoodiano a essere distribuito anche in formato VHS.
  • La colonna sonora è firmata da Howard Shore, alla sua undicesima collaborazione con Cronenberg, mentre la fotografia porta la firma di Peter Suschitzky, altro storico collaboratore del regista.

A History of Violence

Recensione

A History of Violence rappresenta un punto di svolta significativo nella carriera di David Cronenberg, il momento in cui il maestro canadese del body horror sposta il proprio interesse dalla mutazione fisica esplicita, quella che aveva definito capolavori come La mosca o Videodrome, a una forma di orrore molto più sottile e interiore, quella di scoprire che la persona con cui si condivide un’intera esistenza porta dentro di sé un passato capace di riscrivere retroattivamente ogni certezza costruita insieme. È un film che funziona proprio perché tradisce sistematicamente le aspettative del genere thriller a cui apparentemente appartiene, trasformandosi progressivamente in qualcosa di molto più vicino a un dramma familiare venato di suspense che a un semplice racconto di vendetta e resa dei conti.

Il primo elemento su cui vale la pena soffermarsi è la struttura stessa del film, quasi geometrica nella propria progressione. Cronenberg apre con una lunga sequenza priva di fretta, dedicata a due criminali qualunque in fuga lungo un’autostrada, prima ancora di mostrarci Tom Stall e la sua famiglia, è una scelta di montaggio che stabilisce, fin dai primi minuti, un collegamento sotterraneo tra la violenza che sta per irrompere e quella che, come scopriremo, dorme già dentro il protagonista. Il regista costruisce così un ponte visivo tra i mostri esterni e quelli interni, senza bisogno di un solo dialogo esplicativo, è pura costruzione cinematografica, capace di comunicare più di quanto qualsiasi sceneggiatura verbosa potrebbe fare.

Il vero colpo di genio della messa in scena, però, sta nella scelta di Cronenberg di trattare la violenza senza mai estetizzarla né spettacolarizzarla. Quando esplode è rapida, quasi imbarazzante nella propria efficacia meccanica, priva di qualsiasi coreografia da film d’azione; un pugno sferrato con precisione chirurgica, un colpo di pistola sparato senza indugio, e la scena torna immediatamente al silenzio innaturale che segue ogni atto brutale nella vita reale, ben lontano dal trionfalismo action hollywoodiano. Questa scelta di regia serve un obiettivo preciso e scomodo, costringere lo spettatore a interrogarsi sul proprio stesso piacere nel vedere Tom trionfare sui propri aggressori, mettendo sistematicamente in discussione il meccanismo di gratificazione tipico del cinema di genere, che normalmente celebra l’efficacia violenta del protagonista senza chiedersi cosa quella stessa efficacia riveli sulla sua vera natura.

Viggo Mortensen offre qui, probabilmente, una delle interpretazioni più stratificate della propria carriera, costruita interamente sulla capacità di far convivere, nello stesso corpo e nello stesso sguardo, due uomini completamente diversi senza mai ricorrere a un cambio di registro plateale o a un trucco recitativo evidente. È un lavoro attoriale fatto di micro-variazioni nella postura, nel modo di camminare, nel tono improvvisamente più basso della voce in certi momenti chiave, dettagli che rendono la transizione tra Tom Stall e il suo passato rimosso tanto più inquietante proprio per la loro naturalezza, quasi impercettibile fino a quando non diventa impossibile da ignorare. È una recitazione che chiede attenzione, che premia chi osserva con cura invece di limitarsi a seguire la trama in superficie.

Maria Bello, dal canto suo, costruisce un’Edie capace di attraversare un arco emotivo estremamente complesso (dalla fiducia coniugale più assoluta al terrore crescente nel non sapere più chi sia davvero l’uomo che ha sposato) con una fisicità e un’intensità che la critica ha definito, a ragione, tra le prove più coraggiose della sua intera carriera. La sequenza che coinvolge lei e Mortensen sulla scala di casa, tanto discussa quanto ammirata dalla critica dell’epoca, riesce a essere allo stesso tempo disturbante e rivelatrice, non un semplice momento di shock fine a sé stesso, ma un vero e proprio snodo drammaturgico capace di ridefinire la natura stessa del rapporto tra i due coniugi, mostrando come il desiderio e la paura possano coesistere nello stesso istante senza contraddirsi.

Ed Harris trasforma Carl Fogarty in un antagonista memorabile proprio per la sua pacatezza inquietante, non urla mai, non minaccia con toni esagerati, ma porta con sé la certezza tranquilla di chi sa già come andrà a finire la storia. Il suo volto sfigurato diventa esso stesso un testo da leggere, una prova fisica del passato di Tom che nessuna parola potrebbe negare con altrettanta efficacia. E poi c’è William Hurt, la cui apparizione tardiva nel film ribalta completamente il registro dell’ultimo atto: in appena dieci minuti di presenza scenica, l’attore costruisce un personaggio capace di restare impresso ben oltre la sua durata effettiva, con un’interpretazione che mescola humour nero, minaccia latente e una teatralità calcolata al millimetro, motivo per cui quella candidatura all’Oscar, arrivata per un tempo sullo schermo così ridotto, resta ancora oggi uno dei casi più citati e meno contestati nella storia recente dei premi.

Sul piano visivo Cronenberg e il direttore della fotografia Peter Suschitzky costruiscono un’America idealizzata fin quasi al punto dell’artificiosità, un piccolo paese perfetto, quasi troppo perfetto per essere reale, che diventa esso stesso parte del discorso tematico del film sulla mitologia rassicurante che l’America racconta a sé stessa. È in questo contrasto tra la superficie idilliaca di Millbrook, con le sue insegne al neon e i suoi diner illuminati caldamente nella notte, e la violenza che vi si annida sotto, che il film trova la propria forza tematica più duratura: non un racconto sull’eccezionalità del male, relegato a luoghi lontani o a persone manifestamente diverse da noi, ma sulla sua persistente possibilità di riemergere ovunque, anche nel luogo apparentemente più innocuo, protetto e familiare che si possa immaginare.

Va inoltre riconosciuto il lavoro sonoro di Howard Shore, che evita deliberatamente ogni enfasi orchestrale nei momenti di violenza, riservando invece le proprie composizioni più elaborate ai momenti di quiete apparente, quasi a suggerire che sia la normalità, non il pericolo, a richiedere un accompagnamento musicale più attento, un rovesciamento sottile ma efficace delle convenzioni tipiche del genere thriller.

Se un limite si può individuare nell’operazione è forse nella scelta di alcuni snodi narrativi di procedere con una schematicità quasi da parabola morale, un tratto che appartiene del resto anche al fumetto originale da cui il film è tratto. Alcuni personaggi secondari, in particolare quelli legati al mondo scolastico del figlio Jack, restano meno sviluppati rispetto al nucleo centrale della vicenda. Ma è un difetto marginale rispetto alla lucidità con cui il film affronta il proprio tema portante, capace di trasformare quella che poteva essere una semplice suspense di genere in una delle riflessioni più durature del cinema americano degli anni duemila sul prezzo nascosto dietro ogni identità ricostruita.

(Francesco Ippolito)

Perché vederlo

Con un voto TMDB di 7.2 e incassi solidi per un dramma d’autore (61,4 milioni di dollari a livello mondiale a fronte di un budget di 32) questo film occupa uno spazio intermedio che oggi è sempre più raro trovare: non è un blockbuster, non è nemmeno cinema d’arte puro nel senso più ermetico del termine, ma qualcosa di più riflessivo e sporco, capace di parlare a un pubblico ampio senza mai semplificare la propria complessità morale. È adatto a chi non teme una storia sull’identità che rifiuta risposte consolatorie. Cronenberg qui abbandona l’orrore biologico che lo aveva reso celebre per un orrore ancora più profondo, quello di scoprire che il proprio coniuge, il padre di proprio figlio, è stato qualcosa che non si può perdonare semplicemente ignorandolo. Non è un film sulla redenzione, ma sul prezzo della verità quando ormai è troppo tardi per continuare a nascondersi, e proprio in questa onestà senza sconti sta il motivo per cui, vent’anni dopo, continua a essere considerato uno dei vertici assoluti della filmografia del suo autore.

Film correlati

  • Eastern Promises (2007) di David Cronenberg – ancora Viggo Mortensen, ancora un’identità criminale nascosta sotto una superficie apparentemente innocua, approfondendo temi molto vicini a quelli di questo film.
  • Non è un paese per vecchi (2007) dei fratelli Coen – per lo stesso studio della violenza come forza quasi impersonale capace di irrompere improvvisamente nella quotidianità americana più tranquilla.
  • Blue Ruin (2013) di Jeremy Saulnier – altro racconto di vendetta e passato criminale che riemerge senza offrire alcuna redenzione facile ai propri protagonisti.
  • Fargo (1996) dei fratelli Coen – per lo stesso contrasto tra l’apparente placidità del Midwest americano e la violenza brutale che vi si nasconde sotto la superficie.

Trailer

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