Pubblicità
FilmRecensioniSchede FilmTrailer

Gone Baby Gone 2007

0
(0)

Gone Baby Gone locandinaGone Baby Gone
Diretto da Ben Affleck
Sceneggiatura di Aaron Stockard, Ben Affleck
Prodotto da Miramax, The Ladd Company

Protagonisti: Casey Affleck, Michelle Monaghan, Morgan Freeman, Ed Harris, John Ashton, Amy Ryan, Amy Madigan, Titus Welliver

Fotografia: John Toll
Musiche: Harry Gregson-Williams
Produzione: Miramax, The Ladd Company
Data di uscita: 2007-09-18
Durata: 114 minuti
Generi: Crime, Dramma, Mistero
Lingua originale: EN

Gone Baby Gone – Trama, curiosità e recensione del noir che ha lanciato Ben Affleck regista

Boston, quartiere di Dorchester, strade grigie, freddo alle spalle, gente che sa gestire i propri affari senza chiedere licenza a nessuno. Casey Affleck interpreta Patrick Kenzie, giovane investigatore privato cresciuto in questi vicoli, dove conosce ogni angolo e ogni sporco segreto meglio di qualunque poliziotto arrivato da fuori. Quando la piccola Amanda McCready, quattro anni, scompare insieme alla sua bambola preferita in una sera d’autunno, non è la madre Helene (Amy Ryan) a rivolgersi a lui, ma gli zii della bambina, disperati per la lentezza delle indagini ufficiali. Il capo della polizia locale, Jack Doyle (Morgan Freeman), inizialmente ostacola il loro coinvolgimento, ma Patrick e la sua compagna Angie Gennaro (Michelle Monaghan) finiscono comunque per essere arruolati come consulenti, affiancati dai detective Remy Bressant (Ed Harris) e Nick Poole (John Ashton). La ricerca della bambina diventa presto qualcosa di molto più complesso di un semplice caso di scomparsa, una mappa di bugie, compromessi morali e scelte che non ammettono mai una risposta univocamente giusta. Come recita la tagline originale: “Tutti vogliono la verità… finché non la trovano”.

Patrick non è un eroe ripulito da ogni ombra, è un uomo che conosce il mondo di strada perché ne condivide certi codici informali, capace di muoversi tra criminali e famiglie disgregate con la stessa naturalezza. Casey Affleck lo interpreta come uno che pensa molto e parla poco, con lo sguardo di chi ha già visto abbastanza da non stupirsi più facilmente. Michelle Monaghan completa il quadro con Angie, che mantiene sempre una distanza critica dalle scelte del compagno, fungendo da suo contrappeso morale. Amy Ryan, nei panni di Helene, costruisce un personaggio scomodo e mai giudicato con semplicismo dalla sceneggiatura, mentre Morgan Freeman ed Ed Harris danno corpo a due figure delle istituzioni capaci di un proprio codice d’onore personale, anche quando quel codice comincia a incrinarsi sotto il peso delle circostanze.

Curiosità sul film

  • Gone Baby Gone segna l’esordio assoluto di Ben Affleck alla regia di un lungometraggio. Prima di questo film Affleck era conosciuto esclusivamente come attore, reduce peraltro da una serie di scelte professionali molto criticate dalla stampa negli anni precedenti.
  • Il film è tratto dal romanzo omonimo di Dennis Lehane, lo stesso autore da cui era stato tratto, pochi anni prima, Mystic River di Clint Eastwood. Entrambe le storie condividono l’ambientazione bostoniana e temi legati a rapimenti e abusi sui minori.
  • Il rilascio del film nel Regno Unito, originariamente previsto per il dicembre 2007, fu posticipato di circa sei mesi, fino al giugno 2008, per la sconcertante somiglianza con il caso reale della scomparsa di Madeleine McCann, avvenuta in Portogallo proprio nel maggio dello stesso anno: la giovane attrice che interpreta Amanda si chiama peraltro anch’essa Madeline, ed era anch’essa bionda. Lo stesso Ben Affleck dichiarò pubblicamente di comprendere e sostenere la decisione della distribuzione.
  • Amy Ryan si calò così a fondo nell’accento e nell’aspetto di una madre working-class di Dorchester che, il primo giorno di riprese sul posto, una guardia di sicurezza la scambiò per una fan e le impedì di accedere al set, fino a quando un produttore non la riconobbe e la fece passare.
  • Diversi ruoli secondari furono affidati a persone reali del quartiere, scovate casualmente durante le riprese: un’attrice comparve nel cast dopo che le barricate della produzione le avevano impedito di andare a prendere il figlio a scuola, e le sue proteste furibonde contro la troupe convinsero lo stesso Affleck a farla provinare.
  • Amy Ryan ottenne una candidatura all’Oscar come migliore attrice non protagonista, vincendo peraltro numerosi premi della critica per questo ruolo, pur non aggiudicandosi la statuetta finale.

Recensione

Gone Baby Gone resta, a distanza di quasi vent’anni, uno degli esordi alla regia più sorprendentemente maturi del cinema americano recente. Colpisce, rivedendolo oggi, quanto Ben Affleck dimostri fin dalla prima inquadratura una padronanza del ritmo e degli attori che raramente si trova in un debutto, non c’è timidezza tecnica, non c’è l’ansia di stupire visivamente tipica di molti registi alla prima esperienza. C’è invece una fiducia totale nella capacità della storia, e degli attori che la interpretano, di reggersi da sola, senza bisogno di artifici di regia vistosi. È una scelta che nel 2007 sorprese non poco la critica, arrivata al film con lo scetticismo comprensibile verso un attore reduce da anni di scelte professionali discutibili, e che invece si trovò davanti a un’opera capace di reggere il confronto con i migliori polizieschi morali del decennio.

Il primo elemento su cui vale la pena soffermarsi è il modo in cui Affleck gestisce il rapporto tra Patrick Kenzie e l’ambiente che lo circonda. A differenza di molti investigatori privati del cinema noir classico, calati dall’esterno in un mondo criminale che osservano con un certo distacco, Patrick è parte integrante di quel tessuto sociale, conosce i nomi, i soprannomi, le regole non scritte del quartiere perché ci è cresciuto dentro. Questo dettaglio, apparentemente minore, cambia radicalmente la natura del film: non stiamo assistendo a un’indagine condotta da un osservatore esterno, ma a un uomo che deve costantemente negoziare la propria appartenenza a un mondo di cui conosce sia le regole sia le eccezioni, sia la brutalità sia una forma di lealtà tribale che il resto della società, comprese le forze dell’ordine ufficiali, non riesce mai a comprendere fino in fondo.

Il vero pregio del film, però, sta nel rifiuto sistematico di semplificare il proprio dilemma morale centrale. Dennis Lehane, autore del romanzo da cui il film è tratto, ha sempre costruito i propri racconti attorno a scelte che non ammettono una risposta univocamente giusta, e Affleck rispetta questa complessità senza mai cercare scorciatoie consolatorie per lo spettatore. Man mano che l’indagine procede, il film comincia a porre domande sempre più scomode su cosa significhi davvero agire “per il bene” di un bambino, e su chi abbia realmente il diritto morale di decidere cosa quel bene comporti. È una tensione che il film non scioglie mai con facilità, costruendo invece un climax che chiede allo spettatore di schierarsi emotivamente, salvo poi rimettere in discussione quella stessa posizione nei minuti finali.

Il cast lavora a un livello straordinario per un film d’esordio, e ognuno degli interpreti principali merita un’analisi separata. Casey Affleck costruisce un protagonista fatto di sguardi trattenuti e silenzi eloquenti, è un’interpretazione che rifiuta il carisma da eroe da azione, sostituendolo con un’osservazione quasi timida del mondo circostante, che diventa però ferrea determinazione morale nel momento in cui Patrick deve prendere posizione. È un tipo di recitazione sottrattiva che richiede fiducia da parte del regista, fiducia che, trattandosi del proprio fratello minore, Ben Affleck evidentemente aveva già maturato, e che si rivela pienamente giustificata dal risultato finale.

Amy Ryan, in un ruolo che avrebbe potuto facilmente scivolare nella caricatura della madre negligente e tossicodipendente, restituisce invece un personaggio dolorosamente umano, la cui fragilità non viene mai né giustificata né condannata semplicisticamente dalla sceneggiatura. È forse questo il vero capolavoro nascosto del film. Helene McCready potrebbe essere facilmente ridotta a un bersaglio del giudizio morale dello spettatore, e invece la sceneggiatura e l’interpretazione di Ryan costruiscono un personaggio che, pur nei propri evidenti fallimenti come madre, resta portatore di una dignità e di una complessità umana che complica ogni facile condanna. La sua interpretazione, meritatamente candidata all’Oscar, funziona proprio perché rifiuta ogni sentimentalismo consolatorio, restituendo una donna reale, contraddittoria, mai riducibile a un semplice archetipo.

Ed Harris, nei panni del detective Remy Bressant, costruisce con grande sottigliezza un personaggio che sembra inizialmente incarnare l’integrità istituzionale (un poliziotto onesto in un sistema spesso corrotto) salvo poi rivelare, con il progredire della trama, crepe sempre più profonde nella propria facciata. È un lavoro attoriale che richiede un controllo notevole del proprio registro, Harris deve costruire simpatia autentica nello spettatore prima di poterla incrinare, e riesce nell’operazione senza mai tradire eccessivamente le proprie carte in anticipo. Morgan Freeman, dal canto suo, offre un contrappunto di autorità pacata che si rivela, come spesso accade nel cinema di genere più maturo, più stratificato di quanto sembri alla prima apparizione; il suo capitano Doyle porta con sé un dolore personale legato al proprio impegno nella lotta contro i crimini sui minori, un dettaglio biografico che la sceneggiatura dosa con parsimonia ma che arricchisce ogni sua apparizione di un peso emotivo ulteriore.

Visivamente la fotografia di John Toll restituisce con precisione quasi documentaristica la Boston working-class di Dorchester, girata in gran parte sul posto con comparse reclutate tra i passanti reali del quartiere. Questo dettaglio produttivo si traduce direttamente in una texture visiva autentica, mai patinata né stilizzata a fini estetici: i volti che popolano lo sfondo del film non sembrano mai comparse professioniste, ma persone vere, con storie proprie che il film lascia solo intuire. Affleck dimostra qui una sensibilità quasi da documentarista sociale, capace di trattare la povertà urbana senza mai scadere né nella miseria pittoresca né nella condanna moralistica.

La colonna sonora di Harry Gregson-Williams non eccede mai, restando un sottofondo discreto che lascia ampio spazio al respiro dei dialoghi, in perfetta coerenza con un film che preferisce sussurrare piuttosto che gridare le proprie tensioni emotive. È una scelta coerente con l’intero approccio registico di Affleck, che rifiuta sistematicamente ogni sottolineatura emotiva superflua, fidandosi della capacità della propria messa in scena, e dei propri attori, di comunicare tensione senza bisogno di enfatizzarla artificialmente.

È un’opera che tratta un materiale delicatissimo (la scomparsa di una bambina, l’abuso, la negligenza genitoriale) con un rigore e un rispetto rari per il genere thriller, senza mai scadere nello sfruttamento sensazionalistico del dolore altrui. Proprio questa sensibilità, paradossalmente, è ciò che rese il film troppo scomodo per una parte del pubblico britannico all’epoca della sua uscita, in un cortocircuito tra finzione e realtà che lo stesso Affleck riconobbe pubblicamente come più importante della semplice distribuzione commerciale del proprio film. Ma è anche ciò che lo rende, ancora oggi, uno dei migliori esempi di come il cinema di genere possa affrontare temi difficili senza tradirne la gravità, restituendo allo spettatore non una facile catarsi, ma una riflessione duratura su quanto sia complicato distinguere, nella pratica reale, il confine tra giustizia e violenza istituzionale, tra protezione e controllo, tra ciò che è legalmente corretto e ciò che è umanamente necessario.

(Francesco Ippolito)

Perché vederlo

Gone Baby Gone incassò 34,6 milioni di dollari su un budget di 19, non un blockbuster, ma nemmeno un fallimento commerciale, soprattutto considerando che si trattava dell’esordio alla regia di un attore reduce da anni di scelte professionali molto criticate dalla stampa. Il voto TMDB di 7.3 racconta un film ben costruito, apprezzato soprattutto da chi lo conosce davvero, spesso riscoperto col tempo più che celebrato immediatamente all’uscita. Ben Affleck, al suo primo film da regista, dimostra fin da subito di capire come raccontare storie sporche senza aggiungere sensazionalismo gratuito, un equilibrio che molti registi più navigati faticano a trovare. Non è un film per chi cerca risoluzioni pulite, è per chi sopporta l’idea che il male possa abitare anche nelle istituzioni preposte a combatterlo, e che la giustizia resti sempre una categoria complicata, mai binaria. Se il noir contemporaneo di qualità vi interessa, questo resta territorio imprescindibile.

Film correlati

  • Mystic River (2003) di Clint Eastwood – altro adattamento di un romanzo di Dennis Lehane ambientato nella stessa Boston working-class, con temi di rapimento e abuso trattati con analoga gravità morale.
  • Prisoners (2013) di Denis Villeneuve – condivide lo stesso dilemma etico su quanto si sia disposti a spingersi moralmente pur di ritrovare un bambino scomparso.
  • The Town (2010) di Ben Affleck – lo stesso regista, qualche anno dopo, ancora alle prese con i quartieri difficili di Boston, questa volta dall’altra parte della legge.
  • Zodiac (2007) di David Fincher – uscito lo stesso anno, per la stessa ossessione investigativa raccontata con un ritmo paziente e mai sensazionalistico.

Trailer

Leggi anche: Operazione sottoveste 1959

Vota questo film!

Media voti 0 / 5. Totale voti 0

Questo film non è ancora stato votato.

Notifiche push abilitate

Grazie per aver abilitato le notifiche!