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L.A. Confidential 1997

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L.A. Confidential locandinaL.A. Confidential
Diretto da Curtis Hanson
Sceneggiatura di Curtis Hanson, Brian Helgeland
Prodotto da Regency Enterprises, Wolper Organization

Protagonisti: Kevin Spacey, Russell Crowe, Guy Pearce, James Cromwell, Kim Basinger, Danny DeVito, David Strathairn, Ron Rifkin

Fotografia: Dante Spinotti
Musiche: Jerry Goldsmith
Produzione: Regency Enterprises, Wolper Organization
Data di uscita: 1997-09-19
Durata: 138 minuti
Generi: Crime, Mistero, Thriller
Lingua originale: EN

L.A. Confidential – Trama, curiosità e recensione del capolavoro noir con Russell Crowe e Kevin Spacey

Los Angeles, 1953. La città è un mercato dove tutto si compra e tutto si vende, stelle del cinema, distintivi della polizia, informazioni sporche vendute al miglior offerente. Quando un massacro all’interno di una tavola calda innesca un’indagine ufficiale, emerge subito il primo problema: non esiste una sola verità, solo versioni concorrenti che ciascuno racconta secondo i propri interessi. Come recita la tagline originale, tutto è sospetto, tutti sono in vendita, e niente è come sembra. La polizia di Los Angeles deve scegliere costantemente tra giustizia apparente e verità sommersa.

Kevin Spacey interpreta il sergente Jack “Hollywood” Vincennes, il detective che vende le proprie storie ai giornali e posa per le fotografie, una marionetta glamour con un distintivo, consulente non ufficiale di una serie televisiva poliziesca che gli garantisce visibilità mondana. Russell Crowe è Bud White, muscolo bruto mosso da una furia morale interiore, il poliziotto che picchia gli stupratori per convinzione personale ma possiede una bussola etica tanto rigida quanto storta. Guy Pearce interpreta Ed Exley, il vero idealista del gruppo, ambizioso fino al punto di essere disposto a cannibalizzare i propri colleghi pur di scalare la gerarchia. Attorno a loro ruotano figure altrettanto centrali: Kim Basinger interpreta Lynn Bracken, prostituta d’alto bordo il cui fascino richiama volutamente quello di Veronica Lake; James Cromwell dà volto al capitano Dudley Smith, presenza paterna e insieme minacciosa per l’intero dipartimento; Danny DeVito interpreta Sid Hudgens, il giornalista scandalistico dietro la rivista Hush-Hush, capace di intrecciare i propri interessi con quelli di praticamente tutti i personaggi della vicenda. Ognuno ha una fame diversa  (reputazione, vendetta, ambizione di carriera) e nessuno, in questo universo, può dirsi davvero pulito.

Il film procede per strati progressivi, mentre i tre detective chiudono il caso ufficiale con una soluzione fin troppo ordinata per essere convincente, cominciano a notare gli spazi vuoti, le connessioni negate, i testimoni che muoiono con tempismo sospetto. La regia di Curtis Hanson non concede pause, ogni scena aggiunge un dettaglio capace di contraddire quello precedente, costruendo un mosaico di corruzione che si allarga costantemente man mano che l’indagine procede.

L.A. Confidential

Curiosità sul film

  • Il film è tratto dal romanzo omonimo di James Ellroy, terzo capitolo della sua celebre “Quartetto di Los Angeles”: lo stesso Ellroy elogiò pubblicamente l’adattamento, nonostante la sceneggiatura di Brian Helgeland e Curtis Hanson avesse dovuto necessariamente semplificare l’intreccio notoriamente labirintico del romanzo originale.
  • Al momento delle riprese, sia Russell Crowe sia Guy Pearce erano attori quasi sconosciuti al pubblico internazionale; uno dei finanziatori del film, Peter Dennett, espresse preoccupazione per la mancanza di nomi affermati nei ruoli principali, ma Curtis Hanson mantenne ferma la propria scelta di casting, bilanciandola con il coinvolgimento di interpreti già noti come Kevin Spacey, Kim Basinger e Danny DeVito.
  • Il titolo originale del giornale scandalistico interpretato da Danny DeVito nel film, Hush-Hush, è un evidente riferimento alla vera rivista Confidential, pubblicazione scandalistica realmente esistita a Hollywood negli anni cinquanta, da cui il romanzo di Ellroy prende il proprio titolo.
  • Kim Basinger vinse il Premio Oscar come migliore attrice non protagonista per il ruolo di Lynn Bracken, mentre Brian Helgeland e Curtis Hanson vinsero quello per la migliore sceneggiatura non originale. Il film ottenne complessivamente nove candidature, incluse quelle per il miglior film e la miglior regia.
  • Nonostante la sconfitta agli Oscar contro Titanic nella categoria miglior film, L.A. Confidential è oggi ampiamente considerato da critica e storici del cinema come una delle opere più solide e durature dell’intera annata, tanto da comparire quasi sistematicamente nelle classifiche dei migliori film degli anni novanta.
  • Il film debuttò al Festival di Cannes nel maggio 1997, diversi mesi prima dell’uscita nelle sale americane, raccogliendo già in quella sede un’accoglienza entusiastica da parte della critica internazionale.

L.A. Confidential

Recensione

L.A. Confidential riesce in un’impresa rara per il cinema noir contemporaneo, costruire un omaggio evidente al genere classico senza mai risultare un esercizio di stile nostalgico o polveroso. Curtis Hanson, insieme a Brian Helgeland, comprende perfettamente cosa rende il noir un genere ancora capace di parlare al presente (non l’estetica in sé, fatta di ombre e trench coat, ma la sua capacità di raccontare il potere e i compromessi necessari a mantenerlo) e costruisce attorno a questa intuizione un film che riesce a essere insieme fedele alla tradizione e sorprendentemente moderno nel proprio cinismo strutturale.

Uno degli aspetti più sottovalutati dell’operazione è il coraggio con cui Hanson e Helgeland hanno affrontato l’adattamento del romanzo di James Ellroy, notoriamente uno degli intrecci più densi e ramificati mai scritti nel genere poliziesco americano. Anziché tentare una trasposizione fedele di ogni singola sottotrama, impresa che avrebbe prodotto un film ingestibile e confuso, gli sceneggiatori operarono una vera e propria opera di architettura narrativa, eliminando interi filoni del romanzo e ricomponendo il resto attorno a una struttura a tre punti di vista capace di restare comprensibile senza mai risultare semplificata nella sostanza morale. È un lavoro di sceneggiatura che meriterebbe uno studio a sé, perché dimostra come un adattamento fedele non debba necessariamente coincidere con un adattamento completo, a volte la fedeltà più autentica a un’opera letteraria sta nel catturarne lo spirito attraverso una struttura completamente ripensata.

Il vero pregio della sceneggiatura, però, sta nella scelta di distribuire la propria indagine morale su tre protagonisti radicalmente diversi tra loro, ciascuno rappresentante di una diversa forma di compromesso con l’integrità personale. Jack Vincennes incarna la corruzione della celebrità, la vanità di chi si è convinto che apparire conti quanto fare il proprio lavoro onestamente, e il suo arco narrativo, quello forse più sorprendente dei tre, mostra come anche l’uomo apparentemente più cinico del gruppo porti dentro di sé i resti di una coscienza che può ancora essere risvegliata, sia pure troppo tardi per evitarne le conseguenze. Bud White rappresenta invece una violenza che si crede giustificata da un codice morale personale rigidissimo, per quanto quel codice risulti spesso indistinguibile, agli occhi di un osservatore esterno, dalla stessa brutalità che dovrebbe combattere. Russell Crowe costruisce il personaggio evitando ogni possibile scorciatoia verso la macchietta del “duro dal cuore d’oro”, lasciando che sia la contraddizione interna del personaggio (un uomo che picchia con ferocia chi maltratta le donne ma fatica enormemente a comunicare con quelle che ama) a definirne davvero la complessità. Ed Exley, infine, incarna forse la forma di corruzione più insidiosa di tutte, quella dell’ambizione mascherata da integrità: Guy Pearce restituisce con precisione chirurgica il modo in cui un uomo può convincersi di agire per principio anche quando le proprie azioni servono, in fondo, principalmente la propria carriera.

È un impianto narrativo intelligente perché rifiuta di offrire allo spettatore un unico personaggio con cui identificarsi senza riserve, ciascuno dei tre commette errori morali significativi lungo il percorso, e proprio questa distribuzione delle colpe rende il ritratto complessivo della corruzione più credibile e meno manicheo di quanto il genere permetta solitamente. Il film non ci chiede mai di scegliere un eroe tra i tre, ma di osservare come persone diverse, partendo da presupposti morali diversi, possano arrivare a convergere, o a scontrarsi, di fronte alla stessa verità scomoda.

Il cast di supporto merita un’analisi altrettanto approfondita. Kim Basinger, con la sua interpretazione di Lynn Bracken, costruisce un personaggio che avrebbe potuto facilmente ridursi a un semplice archetipo (la prostituta dal cuore d’oro, sosia di una diva del cinema per soddisfare i clienti più facoltosi) ma che invece mantiene sempre una propria autonomia morale e una lucidità disincantata sul mondo che la circonda, capace di vedere attraverso le finzioni degli uomini meglio di quanto essi stessi riescano a vedere le proprie. James Cromwell, dal canto suo, offre forse la prova più sottilmente inquietante dell’intero film, costruisce un’autorità paterna, quella del capitano Dudley Smith, capace di trasmettere calore autentico e minaccia latente nello stesso identico gesto, nello stesso identico sorriso, un equilibrio attoriale rarissimo da ottenere senza scivolare nella caricatura del villain manifesto. Danny DeVito, infine, porta nel ruolo di Sid Hudgens un’energia quasi comica che serve però un fine drammaturgico preciso: il suo giornalista scandalistico rappresenta il pubblico stesso del film, quella parte di società che consuma avidamente lo spettacolo della corruzione altrui senza mai considerarsi complice del sistema che quella corruzione alimenta.

Sul piano visivo Dante Spinotti lavora sulla fotografia con la precisione di un orafo. L’uso del chiaroscuro rimanda esplicitamente al noir classico, mentre la palette cromatica satura (gli azzurri profondi dei divani, i rossi accesi delle insegne al neon) restituisce una Los Angeles quasi troppo perfetta, troppo patinata per sembrare del tutto reale, in perfetta coerenza con il tema del film sull’inganno delle apparenze in una città che vive letteralmente vendendo illusioni a chi arriva da fuori in cerca di un sogno. La scenografia ricostruisce con cura maniacale gli interni Art Déco dell’epoca, dalle sale da ballo ai locali notturni, mentre il montaggio di Peter Honess mantiene un ritmo serrato senza mai risultare frenetico, lasciando che ogni rivelazione trovi il proprio spazio di assestamento prima di introdurne una successiva.

La colonna sonora di Jerry Goldsmith non grida mai, sussurra, intrecciando temi orchestrali sommessi a brani jazz d’epoca che contribuiscono a costruire l’atmosfera sonora della Los Angeles anni cinquanta senza mai risultare invadenti rispetto ai dialoghi, spesso taglienti e privi di qualsiasi indulgenza sentimentale. È una colonna sonora che lavora per accumulo di tensione più che per sottolineatura emotiva diretta, coerente con l’approccio complessivo di un film che si fida della propria messa in scena più che di qualsiasi enfasi musicale artificiale.

È un film che tratta la corruzione non come eccezione patologica di pochi individui malvagi ma come condizione sistemica di un’intera città e di un’intera epoca, in cui il confine tra legge e crimine, tra celebrità e criminalità organizzata, risulta costantemente poroso e negoziabile. Proprio questa lucidità analitica, unita a un artigianato tecnico ineccepibile e a un cast capace di rendere tridimensionale ogni singolo personaggio, anche quelli apparentemente più secondari, è ciò che ha permesso al film di attraversare quasi trent’anni senza perdere la propria forza, restando uno dei vertici assoluti – se non il vertice stesso – del genere neo-noir americano contemporaneo.

(Francesco Ippolito)

Perché vederlo

Con 7.8 su TMDB e 126,2 milioni di incassi da un budget di 35 milioni, L.A. Confidential è un thriller che ha resistito quasi trent’anni senza trasformarsi in una semplice reliquia da cinefili. Non è il noir che celebra la corruzione, è il noir che la studia come una malattia sistemica, capace di infettare ogni livello dell’istituzione che dovrebbe combatterla. Spacey, Crowe e Pearce non recitano semplicemente il ruolo del poliziotto corrotto, lo abitano, lo sudano, restituendo tre sfumature diverse di un compromesso morale che il film non giudica mai con facilità. Se amate i film in cui la trama poliziesca è un pretesto per esaminare il potere e i compromessi necessari a mantenerlo (come Chinatown o Se7en) questo è cinema che merita piena attenzione. Non è pensato per chi cerca una risoluzione consolatoria, è per chi accetta che le verità più sporche, una volta scoperte, non si lavano mai completamente via.

Film correlati

  • Chinatown (1974) di Roman Polanski – imprescindibile termine di paragone per il genere, con la stessa lucidità nel raccontare la corruzione del potere dietro la facciata patinata della California.
  • Mulholland Drive (2001) di David Lynch – altro sguardo, questa volta più onirico e destrutturato, sui segreti nascosti dietro l’industria dello spettacolo di Los Angeles.
  • The Black Dahlia (2006) di Brian De Palma – altro adattamento di James Ellroy ambientato nello stesso universo criminale della Los Angeles degli anni cinquanta.
  • Zodiac (2007) di David Fincher – per la stessa ossessione procedurale nel ricostruire un’indagine complessa, stratificata e mai del tutto risolvibile con facilità.

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