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Hadestown: come un mito greco è diventato la metafora perfetta del capitalismo moderno

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Hadestown: come Anaïs Mitchell ha trasformato Orfeo ed Euridice in una metafora del capitalismo e della speranza


C’è qualcosa di quasi ironico nel fatto che una delle riflessioni più lucide sul capitalismo contemporaneo scritte per il teatro musicale americano sia nata non a Broadway, ma in una sala sindacale del Vermont, con un budget da spettacolo scolastico e un cast di amici musicisti reclutati porta a porta. Eppure è esattamente da lì che parte la storia di Hadestown, il fenomeno firmato da Anaïs Mitchell che in vent’anni ha attraversato quattro formati diversi (spettacolo comunitario, disco concettuale, produzione off-Broadway, colosso di Broadway pluripremiato) fino ad arrivare, nell’estate 2026, anche nelle sale cinematografiche.

Il doppio mito alla base di tutto

Prima di ogni altra cosa, vale la pena chiarire su cosa lavora davvero Mitchell, perché Hadestown non è semplicemente un adattamento del mito di Orfeo ed Euridice. È la fusione calcolata di due miti greci distinti: quello, appunto, di Orfeo che scende negli inferi per riportare in vita la moglie morta, e quello del ratto di Persefone, la storia di come la figlia di Demetra sia diventata regina degli inferi al fianco di Ade, costretta a dividere l’anno tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Mitchell intreccia le due narrazioni facendo di Persefone ed Ade una coppia già logora, disillusa, la cui relazione funziona da specchio adulto e disincantato rispetto all’amore ancora ingenuo di Orfeo ed Euridice. È una struttura a doppio binario che permette al musical di raccontare contemporaneamente l’innamoramento e il suo esaurirsi, la speranza e la sua erosione quotidiana.

Hadestown storia Anaïs Mitchell

La genesi: un progetto fai-da-te in Vermont

L’idea arrivò a Mitchell, cantautrice folk originaria del Vermont, nel 2005, sotto il titolo di lavorazione “A Crack in the Wall”. Con un piccolo finanziamento del Vermont Arts Council, coinvolse l’arrangiatore Michael Chorney e il regista Ben t. Matchstick per allestire due produzioni, nel 2006 e nel 2007, alla Old Labor Hall di Barre, una sala storicamente legata al movimento sindacale locale, dettaglio che non è casuale rispetto ai temi del lavoro e dello sfruttamento che lo spettacolo avrebbe sviluppato. “I personaggi erano tutti interpretati da amici nostri, musicisti di band del Vermont”, ha raccontato Mitchell. “Allora era tutto più astratto, con circa la metà delle canzoni, ma erano già alcune di quelle diventate iconiche nello spettacolo.”

Nel 2010 il progetto si trasformò in un concept album, con un cast di voci ospiti che includeva Justin Vernon dei Bon Iver nei panni di Orfeo, Ani DiFranco come Persefone e Greg Brown come Ade, un disco che permise alla musica di Hadestown di circolare per anni indipendentemente da qualsiasi messa in scena teatrale, costruendo un pubblico di appassionati ben prima che lo spettacolo approdasse davvero a un vero teatro.

Da un teatro off-Broadway a otto Tony Award

Il salto teatrale vero e proprio arriva nel 2016, quando la regista Rachel Chavkin porta Hadestown al New York Theatre Workshop, trasformando quello che era rimasto per anni un song cycle in un vero e proprio dramma musicale con una struttura narrativa completa. Dopo un passaggio a Londra nel 2018, lo spettacolo debutta finalmente a Broadway nel marzo 2019, al Walter Kerr Theatre. Il resto è storia nota agli appassionati di teatro musicale: otto Tony Award, incluso quello per il Miglior Musical e quello per la Miglior Colonna Sonora Originale assegnato alla stessa Mitchell, oltre a un Grammy per il miglior album di teatro musicale. Sette anni dopo, lo spettacolo è ancora in scena a Broadway, un traguardo che pochissimi titoli musicali riescono a raggiungere.

“Why We Build the Wall”: la canzone che è diventata profezia

Se c’è un singolo momento capace di riassumere l’ambizione politica di Hadestown, è “Why We Build the Wall”, il finale del primo atto in cui Ade guida i lavoratori degli inferi in un inno call-and-response che identifica la reclusione con la libertà, la povertà condivisa con la sicurezza collettiva. La canzone fu scritta da Mitchell nel 2006 (anni prima che Donald Trump entrasse in politica) eppure quando lo spettacolo debuttò a Broadway nel 2019, la critica non poté fare a meno di notarne l’inquietante risonanza con la retorica del confine e del muro che dominava il dibattito politico americano di quegli anni. È un esempio di come un’opera nata da una riflessione più ampia sul potere possa risultare profeticamente calzante rispetto a eventi specifici che l’autrice non poteva prevedere.

Ma ridurre Hadestown a un semplice commento sulla politica migratoria americana sarebbe un errore di lettura. Diversi studi accademici sul testo del musical, tra cui un’analisi retorica condotta alla Penn State University, hanno evidenziato come lo spettacolo costruisca gli inferi come una vera e propria wasteland industriale, esplicitamente contrapposta al mondo verde e naturale di Persefone: una frizione visiva e tematica tra industria e ambiente che tocca cambiamento climatico, condizione dei rifugiati, homelessness e povertà strutturale. Ade non è un demonio nel senso mitologico tradizionale, ma un magnate industriale, un egemone che sfrutta letteralmente i propri lavoratori, morti che scendono negli inferi in cerca di un impiego e vi restano intrappolati per sempre, incapaci di distinguere quanto tempo sia realmente passato, in un’allegoria diretta sull’alienazione del lavoro salariato e sulla capacità del capitale di rendere la subordinazione desiderabile agli occhi di chi la subisce. “Why We Build the Wall” funziona in questo senso come catalogo delle tattiche egemoniche, nel senso quasi gramsciano del termine, con cui un potere mantiene il controllo su una popolazione: non solo la forza, ma il consenso costruito attraverso la paura condivisa e la promessa di sicurezza.

Hadestown storia Anaïs Mitchell

Il capitalismo come freddo, la speranza come atto di resistenza

La vera intuizione di Mitchell sta nell’aver collegato questa critica strutturale del capitalismo industriale a una domanda molto più intima: come si fa a continuare a credere nell’arte, nell’amore, nel cambiamento, quando il mondo intero offre ogni ragione per arrendersi? È una domanda che attraversa tutto lo spettacolo e trova la propria sintesi più commovente non nel momento più celebre del mito (il voltarsi di Orfeo, che nella messa in scena di Hadestown viene deliberatamente trattato con un climax quasi dimesso) ma in quello che segue: Hermes, il narratore, che invita la compagnia a raccontare di nuovo la stessa storia, sapendo già come finirà. È un momento meta-teatrale che afferma il potere del racconto di tenere in vita una storia per sempre, e insieme una dichiarazione di speranza ostinata, non l’illusione ingenua che le cose andranno diversamente questa volta, ma la scelta consapevole di continuare comunque a crederci, perché l’alternativa (smettere di raccontare, smettere di cantare) equivarrebbe ad arrendersi definitivamente al freddo calcolo del sistema che Ade rappresenta.

Il ritorno al cinema, nel 2026

Ed è proprio questa tensione tra disillusione e speranza a essere tornata di stringente attualità nell’estate 2026, quando Hadestown: The Musical (una cattura teatrale dal vivo diretta da Brett Sullivan, non un vero e proprio adattamento cinematografico narrativo) ha debuttato al Tribeca Film Festival prima di arrivare in un numero limitato di sale nordamericane a partire dal 24 luglio, distribuito da Crosswalk, divisione di Bleecker Street. Le riprese, girate al Lyric Theatre di Londra durante tre rappresentazioni tra il 28 febbraio e il 1° marzo 2025, riuniscono eccezionalmente cinque interpreti originali di Broadway – Reeve Carney (Orfeo), Eva Noblezada (Euridice), Patrick Page (Ade), Amber Gray (Persefone) e il vincitore del Tony André De Shields (Hermes) – affiancati dal resto del cast della produzione del West End londinese.

La critica ha accolto l’operazione con un misto di ammirazione ed elementi di scetticismo tipici di ogni trasposizione teatrale sullo schermo: se da un lato nessuna ripresa filmata può sostituire davvero l’energia dello spettacolo dal vivo, dall’altro il montaggio di Sullivan, capace di alternare primi piani inediti per uno spettatore in sala a inquadrature sui musicisti durante gli assoli, offre una prospettiva che nemmeno i posti migliori a teatro potrebbero garantire. Guardando il finale nel 2026, hanno osservato più recensori, si comprende perché il messaggio di perseveranza di Hadestown continui a colpire un pubblico enorme sette anni dopo il debutto: finché “Why We Build the Wall” resterà, purtroppo, attuale, Hadestown continuerà a cantare la propria canzone triste e a trovare, proprio in quella tristezza condivisa, una forma di conforto collettivo.

Perché Hadestown continua a parlare al presente

Quello che rende Hadestown un caso di studio così ricco, vent’anni dopo la sua nascita in una sala sindacale del Vermont, è la capacità di funzionare simultaneamente su più livelli di lettura senza che nessuno di questi annulli gli altri; è un mito greco raccontato con fedeltà sostanziale alla propria fonte, è un’allegoria esplicita sullo sfruttamento del lavoro e sull’estrattivismo industriale, ed è, soprattutto, una riflessione quasi filosofica sul valore del raccontare storie in un’epoca che offre continue ragioni per smettere di crederci. Non è un caso che uno spettacolo nato con mezzi minimi in una comunità rurale sia arrivato, attraverso otto Tony Award e ora una distribuzione cinematografica internazionale, a diventare uno dei testi più citati quando si discute di come il teatro musicale contemporaneo possa parlare di capitalismo, autoritarismo e resistenza senza mai smettere di essere, prima di tutto, una storia d’amore.

(Francesco Ippolito)

Leggi anche: Hadestown: quando il mito greco diventa pop al cinema

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