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I soliti ignoti, la recensione: il capolavoro che riunì Totò, Gassman e Mastroianni

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I soliti ignoti locandinaI soliti ignoti
Diretto da Mario Monicelli
Sceneggiatura di Scarpelli, Age
Prodotto da Lux Film, Vides Cinematografica

Protagonisti: Vittorio Gassman, Renato Salvatori, Memmo Carotenuto, Rossana Rory, Carla Gravina, Claudia Cardinale, Marcello Mastroianni, Totò

Fotografia: Gianni Di Venanzo
Musiche: Piero Umiliani
Produzione: Lux Film, Vides Cinematografica
Data di uscita: 1958-07-26
Durata: 106 minuti
Generi: Commedia, Crime
Lingua originale: IT

I soliti ignoti – Trama

Roma, fine anni cinquanta. Col sistema del buco rubano pasta e ceci, recita la tagline, ma qui il bersaglio è ben più appetitoso, un banco dei pegni. Dopo che Cosimo (Memmo Carotenuto) finisce in carcere per un tentato furto d’auto, la soffiata su un colpo sicuro al Monte di Pietà passa di mano in mano fino a comporre una banda improvvisata: Peppe er Pantera (Vittorio Gassman), pugile fallito e balbuziente, Mario (Renato Salvatori), un perditempo bonaccione mantenuto dalle vecchie zie, Tiberio (Marcello Mastroianni), un fotografo costretto a badare al figlio piccolo mentre la moglie è in prigione, Ferribotte (Tiberio Murgia), siciliano gelosissimo della sorella Carmelina (Claudia Cardinale, al suo debutto cinematografico), e Capannelle (Carlo Pisacane), dalla fame atavica.

Il colpo è semplice sulla carta, impossibile nella pratica. Per aprire la cassaforte i cinque si rivolgono a Dante Cruciani (Totò), uno scassinatore in pensione che impartisce loro lezioni teoriche senza poter partecipare materialmente alla rapina, essendo sorvegliato dalla polizia. La bellezza sta proprio nel divario tra il piano meticolosamente studiato e la realtà che li attende dall’altra parte del muro.

Non sono criminali che ispirano simpatia per virtù narrativa, sono falliti che si ritrovano insieme per caso. Ciascuno ha una ragione plausibile per essere lì, nessuna eroica, tutte umilianti. Carla Gravina, nei panni di Nicoletta, la fidanzata di Mario, osserva questi uomini senza illusioni, specchio della fatica quotidiana che li circonda. Non costruiscono una banda, improvvisano una soluzione.

Curiosità sul film I soliti ignoti

  • Il debutto di due future star. Claudia Cardinale e Tiberio Murgia esordirono entrambi sul grande schermo proprio in questo film, intraprendendo da qui carriere che li avrebbero portati rispettivamente al successo internazionale e a una lunga carriera di caratterista.
  • Il primo ruolo comico di Gassman. Vittorio Gassman, fino ad allora associato quasi esclusivamente a ruoli drammatici, trovò qui il suo primo personaggio dichiaratamente comico, vincendo per questa interpretazione il Nastro d’Argento.
  • Un cast di fuoriclasse quasi nascosti. Totò, già all’apice della propria fama, accettò un ruolo volutamente marginale nel minutaggio complessivo: la sua presenza, centellinata con sapienza da Monicelli, resta però una delle più memorabili dell’intero film.
  • Un successo anche oltreoceano. Il film fu un campione d’incassi non solo in Italia, ma ottenne un significativo successo di critica e pubblico anche negli Stati Uniti, dove circolò con il titolo Big Deal on Madonna Street.
  • Una saga che continuò nel tempo. Il film generò due seguiti: Audace colpo dei soliti ignoti, diretto da Nanni Loy nel 1959, e I soliti ignoti vent’anni dopo, diretto da Amanzio Todini nel 1985.

Recensione

I soliti ignoti occupa un posto fondativo nella storia della commedia all’italiana proprio perché rifiuta, fin dal proprio impianto narrativo, le convenzioni del film di genere a cui la premessa (una banda che pianifica un furto) potrebbe far pensare. Mario Monicelli, firmando la sceneggiatura insieme ad Age Scarpelli e Suso Cecchi D’Amico, evita il cinema di genere per scegliere il cinema di osservazione: il furto diventa pretesto per raccontare Roma, la piccola criminalità quotidiana, la promiscuità delle classi nella periferia romana del dopoguerra. Il film non accelera verso il colpo finale, come farebbe un qualunque heist movie americano dello stesso periodo ma rallenta e guarda, lasciando che siano i personaggi, non la meccanica della rapina, a occupare il centro della scena.

Vittorio Gassman costruisce Peppe er Pantera con un’energia fisica che rivela, per la prima volta nella sua carriera fino ad allora prevalentemente drammatica, una vena comica insospettata. La sua balbuzie, lungi dall’essere un semplice tratto macchiettistico, diventa simbolo della frustrazione di un uomo che non riesce a tradurre in parole, né in azioni efficaci, la propria ambizione di riscatto. È un personaggio che funziona proprio nel contrasto tra l’autorità che pretende di esercitare sul gruppo e l’inadeguatezza che dimostra a ogni passaggio del piano. Accanto a lui Renato Salvatori costruisce in Mario un disperato quasi inconsapevole della propria condizione mentre Memmo Carotenuto, nei panni di Cosimo, porta al film quella leggerezza popolare (capace di raccontare barzellette anche nei momenti di maggiore tensione) che diventa cifra stilistica dell’intera operazione.

È però l’alchimia dell’intero ensemble a rendere il film memorabile ben oltre la somma delle sue parti. Marcello Mastroianni, ancora lontano dalla consacrazione internazionale che lo avrebbe atteso di lì a pochi anni, costruisce un Tiberio dimesso e paterno, un uomo schiacciato dalle responsabilità familiari più che dall’ambizione criminale. Tiberio Murgia, al debutto, incarna Ferribotte con un’intensità gelosa quasi parodistica dello stereotipo meridionale, mentre una giovanissima Claudia Cardinale, anche lei esordiente, porta nel ruolo di Carmelina una freschezza che lascia già intuire il futuro divismo dell’attrice. Carlo Pisacane, nei panni di Capannelle, costruisce invece il personaggio più apertamente comico del gruppo, la cui fame perenne diventa running gag capace di alleggerire anche i momenti di maggiore tensione narrativa.

E poi c’è Totò, la cui presenza nel film, volutamente centellinata da Monicelli nel minutaggio complessivo, dimostra quanto la sapienza registica possa amplificare l’impatto di un attore proprio attraverso la sottrazione. Il suo Dante Cruciani non partecipa mai fisicamente al furto, relegato al ruolo di maestro teorico impossibilitato ad agire per via della sorveglianza cui è sottoposto, eppure la sua figura aleggia sull’intero film come memoria di un’epoca criminale più rigorosa, quasi artigianale, rispetto all’improvvisazione dilettantesca dei suoi allievi. È un uso del divismo di Totò che rifiuta la tentazione di sfruttarne eccessivamente la presenza, affidandogli invece poche scene dal peso specifico fuori discussione.

La messa in scena è in bianco e nero, con una luce che sottolinea il grigiore dei luoghi e dei volti. Monicelli usa ambienti reali (le strade, i cortili, gli interni angusti) per creare una densità quasi documentaria, coerente con la lezione neorealista da cui pure il film si allontana attraverso il registro comico. Niente virtuosismi estetici, la fotografia serve il racconto, non il contrario. La colonna sonora è discreta, spesso assente, lasciando spazio ai rumori della città e alle voci dei personaggi, in un approccio sonoro che anticipa scelte stilistiche che diventeranno marchio di fabbrica della commedia all’italiana nei decenni successivi.

Se il film ha un merito che va oltre la propria riuscita artistica immediata è quello di aver fissato un modello (la banda di falliti, il colpo impossibile, il fallimento consolatorio in una pentola di pasta e ceci) che il cinema italiano avrebbe reinterpretato innumerevoli volte nei decenni a venire, fino a generare due seguiti diretti e un’infinità di variazioni sul tema in tutto il mondo. Pochi film fondativi di un genere riescono a restare, letti oggi, altrettanto freschi e divertenti quanto lo erano all’uscita, senza il peso polveroso che spesso accompagna i classici studiati più per dovere che per piacere.

(Francesco Ippolito)

Perché vederlo

Con un voto TMDB di 8.086 su 10, I soliti ignoti è uno di quei film che il pubblico riconosce come giusto senza bisogno di critici. È l’origine genetica della commedia italiana moderna e della rappresentazione della piccola criminalità che influenzerà il cinema successivo, sostenuto da un cast che riunisce, spesso in ruoli ancora acerbi rispetto alla fama che li avrebbe consacrati, Totò, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni e una giovanissima Claudia Cardinale al debutto. Serve a chiunque voglia capire da dove viene la tradizione italiana di raccontare l’anti-eroe non come tipo romantico ma come figura comica e penosa insieme. Non è un intrattenimento leggero, è l’autopsia della speranza di una generazione.

Film correlati a I soliti ignoti

  • Audace colpo dei soliti ignoti (Nanni Loy, 1959) – il seguito diretto, con Gassman, Salvatori e Cardinale che riprendono i propri ruoli in una nuova impresa criminale.
  • La grande guerra (Mario Monicelli, 1959) – il film immediatamente successivo dello stesso regista, ancora con Gassman, per seguirne l’evoluzione verso un registro che mescola comicità e tragedia storica.
  • Rififi (Jules Dassin, 1955) – il grande heist movie francese di pochi anni prima, termine di paragone imprescindibile per apprezzare quanto Monicelli ne rovesci consapevolmente i codici in chiave comica.
  • Amici miei (Mario Monicelli, 1975) – per ritrovare, applicato a un gruppo di amici più adulti, lo stesso sguardo dello stesso regista sulla goliardia come risposta alla frustrazione esistenziale.

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