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Nerve, la recensione: il thriller sui social che aveva previsto tutto nel 2016

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Nerve locandinaNerve
Diretto da Henry Joost, Ariel Schulman
Sceneggiatura di Jessica Sharzer
Prodotto da Lionsgate, Allison Shearmur Productions, Keep Your Head Productions

Protagonisti: Emma Roberts, Dave Franco, Emily Meade, Miles Heizer, Juliette Lewis, Kimiko Glenn, mgk, Marc John Jefferies

Fotografia: Michael Simmonds
Musiche: Rob Simonsen
Produzione: Lionsgate, Allison Shearmur Productions, Keep Your Head Productions
Data di uscita: 2016-06-27
Durata: 96 minuti
Generi: Mistero, Avventura, Crime
Lingua originale: EN

Nerve – Trama

Vee Delmonico è quella studentessa che non disturba, che rimane sempre sullo sfondo mentre gli altri raccolgono follower e storie, schiacciata anche dalla costante preoccupazione della madre Nancy (Juliette Lewis), rimasta sola dopo la morte del figlio maggiore. Quando decide di iscriversi a Nerve, un gioco online tratto dal romanzo di Jeanne Ryan dove gli spettatori pagano per assegnare sfide ai giocatori, crede di avere il controllo. “Per cosa giochi?” chiede il sistema. La risposta la travolgerà.

Emma Roberts interpreta Vee non come l’eroina consapevole dei teen movie, ma come una ragazza che scopre progressivamente che la libertà ha un prezzo. Accanto a lei c’è Dave Franco nei panni di Ian, un giocatore navigato che conosce le regole nascoste. La loro dinamica non è romantica nel senso convenzionale, è una partnership di sopravvivenza. Emily Meade, nei panni di Sydney, mostra il lato deteriore dell’ossessione competitiva, mentre Colson Baker (in arte Machine Gun Kelly) interpreta Ty, un rivale che spinge il gioco verso territori sempre più pericolosi.

Il film costruisce il suo terrore attraverso l’escalation logica. Inizia con sfide imbarazzanti ma innocue, poi tocca l’illegale, infine il pericoloso. Henry Joost e Ariel Schulman (già coppia registica dietro il documentario Catfish e due capitoli della saga Paranormal Activity) non sprecano tempo in spiegazioni, sanno che il pubblico riconosce il meccanismo e lo accelera. Ogni scelta di Vee diventa una trappola più invisibile della precedente, perché ogni step è solo leggermente più estremo di quello prima.

Curiosità sul film Nerve

  • Una scelta di carriera inattesa. Emma Roberts rifiutò il ruolo di Harley Quinn in Suicide Squad per interpretare Vee in questo film, una decisione che all’epoca sorprese parte della stampa specializzata.
  • Due registi abituati al found footage e al reale. Prima di Nerve, Henry Joost e Ariel Schulman avevano già esplorato il confine tra identità digitale e realtà con il documentario Catfish, oltre a dirigere insieme Paranormal Activity 3 e 4.
  • Una fonte letteraria giovanile. Il film adatta il romanzo omonimo del 2012 di Jeanne Ryan, pensato per il pubblico young adult.
  • Un cameo dal mondo reale dei social. Nel cast compare anche Casey Neistat, celebre YouTuber e filmmaker, in un piccolo ruolo che rafforza il legame del film con la cultura digitale che racconta.
  • Un budget contenuto per un successo solido. Con appena 19 milioni di dollari di budget, il film ne incassò oltre 85 nel mondo, confermando l’interesse del pubblico per il tema trattato.

Recensione

Pochi thriller adolescenziali hanno saputo anticipare con altrettanta precisione l’ansia collettiva attorno al consenso digitale quanto Nerve, uscito nel 2016 in un momento in cui la cultura della sfida virale non aveva ancora raggiunto la saturazione mediatica dei Challenge contemporanei. Henry Joost e Ariel Schulman, già abituati a interrogare il confine tra identità reale e costruzione digitale grazie al documentario Catfish, portano nel loro primo thriller di finzione su larga scala la stessa sensibilità per il meccanismo psicologico dell’esposizione online, qui applicato a un format di gioco che oggi risulta quasi profetico rispetto alle dinamiche degli influencer e delle challenge social.

Emma Roberts costruisce Vee rifiutando la scorciatoia dell’eroina già consapevole dei pericoli cui va incontro, il suo personaggio entra nel gioco Nerve proprio per sfuggire a un’invisibilità sociale che il film non banalizza mai, complice anche la pressione silenziosa esercitata dalla madre Nancy, interpretata da Juliette Lewis con un registro trattenuto che restituisce il peso di una famiglia già segnata da un lutto precedente. È un dettaglio che la sceneggiatura di Jessica Sharzer non sfrutta mai in modo didascalico, lasciandolo emergere per accenni che arricchiscono la motivazione di Vee ben oltre il semplice desiderio adolescenziale di visibilità.

Dave Franco, nei panni di Ian, costruisce una partnership con Vee che il film ha l’intelligenza di non ridurre mai a semplice sottotrama romantica. I due funzionano come alleati di sopravvivenza all’interno di un sistema che li osserva costantemente, la loro chimica nasce proprio dalla condivisione di un rischio crescente più che da un corteggiamento convenzionale. Emily Meade, nei panni di Sydney, e Colson Baker, in quelli di Ty, completano il quadro competitivo del gioco con personaggi che rifiutano la macchietta del rivale gratuito: entrambi incarnano versioni alternative di cosa potrebbe diventare Vee se lasciasse che l’ossessione per la visibilità online prendesse definitivamente il sopravvento sulla propria coscienza.

Il film costruisce il proprio terrore attraverso un’escalation logica impeccabile. Si parte da sfide imbarazzanti ma innocue, per poi toccare progressivamente l’illegale e infine il pericoloso, senza che lo spettatore percepisca mai un vero salto di registro. Joost e Schulman non sprecano tempo in spiegazioni superflue, sanno che il pubblico riconosce immediatamente il meccanismo della gratificazione sociale progressiva e ne accelerano il ritmo, lasciando che sia la logica interna del gioco, più di qualunque dialogo esplicativo, a costruire la tensione.

Visivamente il film usa il neon urbano di New York come set di un videogame reale, le interfacce digitali si sovrappongono alle strade, il colore è saturo e artificiale in una scelta estetica che rende tangibile la sovrapposizione tra vita reale e dimensione virtuale a cui Vee si sta progressivamente assuefacendo. La regia sfrutta gli spazi pubblici per creare un’intimità claustrofobica: una stazione della metro, un ponte, una strada affollata diventano arena, trasformando la città stessa in un’estensione fisica del gioco online. La colonna sonora pulsa costantemente sotto la pelle del racconto, contribuendo a quella sensazione di ansia a bassa intensità che accompagna lo spettatore per l’intera durata.

Se il film ha un limite questo va forse cercato in alcuni passaggi della seconda metà, dove la necessità di mantenere alta la tensione spettacolare rischia occasionalmente di semplificare le implicazioni etiche più complesse del proprio stesso impianto narrativo, un compromesso comune a gran parte del thriller tecnologico orientato a un pubblico giovane, che il film accetta consapevolmente pur di mantenere accessibile il proprio messaggio di fondo. Resta comunque notevole la capacità di Nerve di restituire, con mezzi relativamente contenuti, un ritratto dell’ansia da visibilità digitale che il tempo ha reso, se possibile, ancora più pertinente di quanto non fosse all’uscita.

(Francesco Ippolito)

Perché vederlo

Nerve ha incassato 85,3 milioni con un budget di 19, il che significa che il pubblico ha riconosciuto qualcosa di autentico nel concetto, anche se la critica lo ha accolto con recensioni miste. Il valore del film non sta nella profondità psicologica, ma nella precisione con cui cattura l’ansia contemporanea intorno al consenso digitale, sostenuta da un cast che include, oltre ai due protagonisti, una sorprendente Juliette Lewis nel ruolo della madre di Vee. Non è un capolavoro etico, ma è un film che comprende il meccanismo della viralità come dipendenza meglio di molti thriller più seri. Lo consiglieremo a chi ama lo stile visivo sopra la trama, e a chiunque riconosca in sé il fastidio di dover “giocare il gioco” per sentirsi visto online. Non è il film che cambierà il vostro rapporto con i social, ma certamente vi farà sentire a disagio per due ore, che è esattamente quello che intende fare.

Film correlati a Nerve

  • Catfish (Henry Joost, Ariel Schulman, 2010) – il documentario che ha reso celebre la coppia di registi, imprescindibile per comprendere il loro interesse costante per l’identità digitale.
  • The Circle (James Ponsoldt, 2017) – per un confronto diretto sullo stesso tema della sorveglianza sociale e della perdita di privacy nell’era digitale.
  • Searching (Aneesh Chaganty, 2018) – per restare nel thriller tecnologico capace di costruire tensione attraverso l’interfaccia digitale come dispositivo narrativo primario.
  • Spree (Eugene Kotlyarenko, 2020) – per un’evoluzione più recente e radicale dello stesso tema, incentrata sull’ossessione per la visibilità social portata alle estreme conseguenze.

Trailer

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