It Follows, la recensione: l’horror che ha cambiato le regole della paura cinematografica
It Follows
Diretto da David Robert Mitchell
Sceneggiatura di David Robert Mitchell
Prodotto da Two Flints, Northern Lights Films, Animal Kingdom
Protagonisti: Maika Monroe, Keir Gilchrist, Daniel Zovatto, Jake Weary, Olivia Luccardi, Lili Sepe, Bailey Spry, Carollette Phillips
Fotografia: Mike Gioulakis
Musiche: Richard Vreeland
Produzione: Two Flints, Northern Lights Films, Animal Kingdom
Data di uscita: 2015-02-04
Durata: 94 minuti
Generi: Horror, Mistero
Lingua originale: EN
It Follows – Trama
Jay è una diciannovenne che scopre il lato più terrificante del sesso quando, dopo un incontro sessuale con il fidanzato Hugh (Jake Weary), eredita una maledizione trasmissibile: qualcosa la insegue. Non pensa. Non ha pietà. Non si ferma. La creatura non è invisibile, può assumere qualsiasi forma, muoversi a passo lento o correre, apparire come uno sconosciuto o come chi ami. Unica regola: se ti raggiunge, muori. E se trasmetti la maledizione a un altro prima che accada, guadagni tempo.
Il terrore di Jay, interpretata con fragilità credibile da Maika Monroe, non è però solitario. Paul (Keir Gilchrist), amico fidato di lunga data, si carica del peso di aiutarla a trovare una via d’uscita, mentre la sorella minore Kelly (Lili Sepe) e l’amica Yara (Olivia Luccardi) cercano soluzioni razionali a qualcosa di irrazionale. A complicare ulteriormente il quadro c’è Greg Hannigan (Daniel Zovatto), il vicino di casa scettico che inizialmente liquida l’esistenza dell’entità come pura suggestione, salvo poi offrirsi volontario di “prendersi” la maledizione al posto di Jay, una scelta che si rivelerà tragica. Sono tutti mossi da una logica semplice: il problema è stato trasmesso, quindi deve esserci un modo per trasmetterlo ancora. Ma ogni scelta ha conseguenze morali.
Mitchell costruisce il film non come una caccia al mostro, ma come un incubo che diventa sempre più asfissiante. Non ci sono jump-scare facili. La minaccia è costante, visibile e invisibile insieme. Jay impara a riconoscere l’entità nei dettagli, una persona che cammina troppo dritta, occhi che non appartengono al corpo, la familiarità inquietante di volti estranei. Il film trasforma la paranoia in genere, trasformando ogni fotogramma in una possibilità di morte.
Curiosità sul film It Follows
- Un debutto prestigioso a Cannes. It Follows ha debuttato al Festival di Cannes 2014, prima di essere acquistato per la distribuzione internazionale da Radius-TWC.
- Il secondo film di un autore in ascesa. È il secondo lungometraggio di David Robert Mitchell, dopo The Myth of the American Sleepover: la critica lo ha definito un’opera “colma di maestria tecnica e narrativa” fin dall’uscita.
- Un budget minimo per un successo straordinario. Con un investimento di circa 1,3 milioni di dollari, il film ne incassò oltre 23 nel mondo, un rapporto costo-ricavo che resta tra i più notevoli dell’horror indipendente del decennio.
- Girato interamente in Michigan. Le riprese si sono svolte a Detroit e dintorni, anche per sfruttare gli incentivi fiscali offerti dallo Stato alle produzioni cinematografiche.
- Un classico horror moderno secondo la critica. Il film ha costruito negli anni un seguito di culto, spesso citato tra i migliori horror del decennio 2010-2019.
Recensione
Costruire un horror attorno a una minaccia che non corre mai, che non urla mai, che semplicemente cammina verso la propria vittima con calma ineluttabile, è una scommessa stilistica che David Robert Mitchell vince proprio perché rifiuta sistematicamente ogni scorciatoia del genere. It Follows non ha bisogno di jump-scare per generare terrore, la sua intera architettura narrativa si fonda sulla certezza (mai sulla sorpresa) che qualcosa si stia avvicinando, in un meccanismo che trasforma ogni inquadratura, anche la più innocua, in un potenziale territorio di minaccia.
Maika Monroe costruisce Jay con una fragilità mai compiaciuta di se stessa, il suo personaggio attraversa il film in un costante stato di allerta che non scade mai nella recitazione isterica tipica di molto horror adolescenziale, restituendo piuttosto l’esaurimento fisico e psicologico di chi non può più permettersi un solo momento di distrazione. È un’interpretazione che regge l’intero film proprio per la sua misura, e che il resto del cast asseconda con altrettanta disciplina. Keir Gilchrist, nei panni di Paul, costruisce una devozione silenziosa che si rivela progressivamente carica di un’ambiguità sentimentale mai del tutto dichiarata, mentre Lili Sepe, nel ruolo della sorella minore Kelly, e Olivia Luccardi, in quello dell’amica Yara, restituiscono con naturalezza la logica pragmatica di un gruppo di adolescenti che tenta di applicare un pensiero razionale a un fenomeno che rifiuta ogni spiegazione scientifica.
È però Daniel Zovatto, nei panni del vicino Greg Hannigan a offrire uno degli snodi drammaturgici più efficaci del film. Il suo personaggio incarna lo scetticismo razionale dello spettatore stesso, Greg non crede all’esistenza dell’entità, la liquida come un trauma psicologico di Jay, e proprio questa sicurezza borghese lo rende la vittima perfetta di una narrazione che punisce sistematicamente chi sottovaluta la minaccia. La sua decisione di offrirsi volontario per “prendersi” la maledizione, spinto più dal desiderio di dimostrare la propria superiorità razionale che da un reale altruismo, si trasforma in una delle sequenze più agghiaccianti dell’intero film, confermando la logica morale implacabile con cui Mitchell costruisce ogni conseguenza narrativa.
Mitchell struttura il racconto come un incubo che diventa progressivamente più asfissiante piuttosto che come una tradizionale caccia al mostro: ogni scelta dei personaggi (trasmettere la maledizione a qualcun altro, tentare di ucciderla fisicamente, semplicemente fuggire) comporta conseguenze morali che il film non assolve mai facilmente. Jay impara a riconoscere l’entità attraverso dettagli minimi, quasi impercettibili: una persona che cammina troppo dritta, occhi che non appartengono al corpo che li ospita, la familiarità inquietante di volti estranei che si confondono con quelli delle persone amate. È un meccanismo che trasforma la paranoia in vero e proprio genere cinematografico, rendendo ogni fotogramma una possibile minaccia latente.
La fotografia di Mitchell gioca costantemente con la profondità di campo, il pericolo potrebbe trovarsi dietro il personaggio inquadrato, oppure no, e questa incertezza visiva permanente costringe lo spettatore a scansionare continuamente ogni inquadratura, replicando la stessa ansia percettiva di Jay. La colonna sonora sintetizzata, composta da Disasterpeace, è ipnotica e spiazzante, mai dichiaratamente drammatica, sempre sospensiva, un accompagnamento sonoro che ha contribuito non poco a definire l’identità sonora dell’horror indipendente del decennio successivo. Gli spazi sono ordinarissimi (case suburbane, strade cittadine, piscine pubbliche) ma il contrasto tra la quotidianità visiva e l’orrore narrativo è ciò che rende il film difficile da dimenticare.
Se un limite si può individuare è forse nell’ambiguità volutamente irrisolta attorno alle regole esatte della maledizione, che alcuni spettatori hanno trovato frustrante proprio per l’assenza di una spiegazione definitiva sulla natura dell’entità. È però una scelta coerente con l’intera filosofia del film: Mitchell non è interessato a fornire risposte razionali a una minaccia che funziona proprio come metafora dell’ineluttabile, e qualsiasi tentativo di spiegazione scientifica avrebbe probabilmente indebolito la forza allegorica dell’intera operazione.
(Francesco Ippolito)
Perché vederlo
Il voto TMDB di 6.6 non riflette il peso culturale di questo film: con soli 1,3 milioni di budget ha incassato oltre 23 milioni, diventando un fenomeno che ha influenzato l’horror successivo dopo il debutto al Festival di Cannes 2014. Non è un capolavoro convenzionale, è più viscido, più strano, più insistente. Funziona per chi sa apprezzare l’horror concettuale, non si affida a mostri sullo schermo, ma crea un’idea geometrica della paura. Sconsigliato a chi vuole risposte facili o una spiegazione scientifica della maledizione. Perfetto invece per chi ha amato Videodrome o The Witch, film che costruiscono ansia pura attraverso l’ambiguità.
Film correlati a It Follows
- The Witch (Robert Eggers, 2015) – coevo di It Follows, condivide lo stesso gusto per il dread lento e irrisolto come motore dell’horror contemporaneo.
- Videodrome (David Cronenberg, 1983) – riferimento diretto per l’idea di una minaccia che si trasmette e si insinua nel corpo e nella percezione del protagonista.
- The Myth of the American Sleepover (David Robert Mitchell, 2010) – il precedente lungometraggio dello stesso regista, per seguirne l’evoluzione stilistica verso l’horror più maturo.
- Hereditary (Ari Aster, 2018) – per un confronto successivo sullo stesso principio di costruire terrore attraverso l’ineluttabilità più che attraverso la sorpresa.
Trailer
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