Good Boy, la recensione: Stephen Graham e Andrea Riseborough nel thriller che non dà risposte facili
Good Boy
Diretto da Jan Komasa
Sceneggiatura di Bartek Bartosik, Naqqash Khalid
Prodotto da Recorded Picture Company, Skopia Film, Wytwórnia Filmów Dokumentalnych i Fabularnych
Protagonisti: Stephen Graham, Andrea Riseborough, Anson Boon, Kit Rakusen, Monika Frajczyk, Savannah Steyn, Mila Jankowska, Callum Booth-Ford
Fotografia: Michał Dymek
Musiche: Abel Korzeniowski
Produzione: Recorded Picture Company, Skopia Film, Wytwórnia Filmów Dokumentalnych i Fabularnych
Data di uscita: 2026-03-05
Durata: 110 minuti
Generi: Thriller, Dramma, Mistero, Horror
Lingua originale: EN
Good Boy – Trama
Tommy, diciannove anni, è un giovane teppista londinese che guida i propri amici in notti di violenza gratuita, droga e alcol. Dopo una sbronza particolarmente turbolenta si separa dal gruppo e viene rapito da uno sconosciuto. Si risveglia incatenato per il collo nel seminterrato di una casa isolata in periferia. I suoi carcerieri non sono criminali improvvisati, ma Chris (Stephen Graham) e sua moglie Kathryn (Andrea Riseborough), una famiglia rispettabile che vive secondo le proprie regole insieme al figlio Jonathan (Kit Rakusen), un bambino sempre sorridente che nasconde un disperato bisogno di compiacere i genitori. Hanno deciso che Tommy ha bisogno di rieducazione, e la tagline del film è inequivocabile: “Alcune persone imparano solo con le maniere forti”. Quello che dovrebbe essere un semplice sequestro punitivo diventa qualcosa di molto più complesso.
Stephen Graham incarna Chris con una naturalezza inquietante, non è un villain scenico, ma un uomo convinto di fare la cosa giusta, che vede la violenza come uno strumento pedagogico legittimo. Andrea Riseborough interpreta Kathryn con una freddezza ancora più gelida, quasi spettrale, sorride mentre controlla la situazione, partecipe di una dinamica domestica che ha del delirante. Anson Boon, nei panni di Tommy, comunica la sua ribellione con gli sguardi e con la resistenza psicologica, che è il vero motore del conflitto, prima che il film inizi lentamente a complicare le sue certezze iniziali sulla propria condizione di prigioniero.
Komasa costruisce il film sull’erosione progressiva dei confini morali, muovendosi deliberatamente tra registri diversi: il thriller domestico, la commedia nera, persino sprazzi di survival horror. All’inizio sembra una punizione, poi diventa un gioco di potere, infine si trasforma in qualcosa che assomiglia quasi a una perversa forma di affetto. Le scene non si limitano all’orrore fisico, il vero terreno di battaglia è mentale. La famiglia propone regole, premi, punizioni, come in una versione distorta di una casa normale. Tommy deve imparare a essere “bravo”, ma cosa significa bravo? E a che prezzo?
Curiosità sul film Good Boy
- Il primo film in lingua inglese di Komasa. Good Boy segna il debutto nel cinema anglofono del regista polacco, già candidato all’Oscar come Miglior Film Internazionale per Corpus Christi.
- Una genesi nata da un incontro tra festival. Il progetto prese forma quando il regista e sceneggiatore Jerzy Skolimowski si avvicinò a Komasa con la sceneggiatura proprio mentre quest’ultimo stava promuovendo Corpus Christi in giro per i festival internazionali.
- Un produttore scomparso di recente. Tra i produttori del film figura Jeremy Thomas, storico produttore premio Oscar per L’ultimo imperatore, scomparso l’11 settembre 2026.
- Un titolo doppio per mercati diversi. Negli Stati Uniti il film circola con il titolo alternativo Heel.
- Un tema più profondo della semplice premessa thriller. Secondo quanto dichiarato dalla stessa Andrea Riseborough, al di là dell’elemento di genere il vero cuore tematico del film è un’esplorazione del lutto, incarnata soprattutto dal personaggio di Kathryn.
Recensione
C’è una tradizione cinematografica, poco catalogata ma riconoscibile a chi segue il genere da tempo, che potremmo chiamare il “captivity drama domestico”: film che trasferiscono la logica del sequestro (spazio chiuso, gerarchia imposta, sopravvivenza psicologica) dentro le mura di una casa qualunque, spogliandola della propria rassicurante normalità. Dogtooth di Lanthimos ne è forse l’esempio più estremo, Funny Games di Haneke quello più dichiaratamente politico. Good Boy si inserisce in questa genealogia con un’ambizione dichiarata fin dalla premessa: non raccontare un sequestro, ma un sequestro travestito da terapia familiare. Jan Komasa, al suo primo film in lingua inglese dopo il successo di Corpus Christi, porta in questo territorio la stessa capacità, già dimostrata nel film polacco, di far convivere nello stesso personaggio una fede sincera e un comportamento moralmente indifendibile.
Il regista aveva raccontato, parlando del proprio film precedente, di essere interessato soprattutto a quei momenti in cui un individuo crede fermamente di agire per il bene altrui mentre produce, oggettivamente, un danno. Chris, il personaggio di Stephen Graham, è la trasposizione più radicale possibile di quell’idea. Non assomiglia in nulla al sequestratore da manuale che il genere ha reso iconico, non ha il ghigno, non ha la teatralità, non recita la propria crudeltà come spettacolo per lo spettatore. Graham lavora su un registro che potremmo definire di sincerità opaca. Chris crede davvero, con la stessa convinzione con cui un pastore crede nella propria vocazione, che incatenare un ragazzo in un seminterrato e sottoporlo a un programma di “rieducazione” fatto di musica rilassante, letture forzate e filmati dei propri stessi abusi sia un atto di cura. È significativo che l’attore abbia elaborato da solo l’andatura e la gestualità del personaggio, un lavoro fisico che restituisce un corpo abituato al controllo di sé prima ancora che al controllo degli altri, e che proprio per questo risulta più perturbante di qualsiasi esplosione di rabbia.
Andrea Riseborough affronta la materia da un angolo completamente diverso, e la distanza tra i due registri attoriali è forse la scelta di casting più intelligente dell’intero film. Dove Graham costruisce per accumulo fisico, Riseborough lavora per sottrazione quasi totale: Kathryn attraversa gran parte del film in uno stato di presenza dimezzata, quasi assente, un corpo che occupa lo spazio domestico senza mai sembrare davvero di appartenergli. È un’interpretazione che rischia, sulla carta, la monotonia (un personaggio costruito su un solo registro emotivo per oltre un’ora e mezza di film) e che invece funziona proprio perché quella monotonia nasconde una frattura di cui il film rivela l’origine solo per accenni, mai per spiegazione esplicita. L’attrice stessa ha dichiarato, in sede di promozione, che il vero soggetto del film, sotto la superficie del thriller, è un’elaborazione del lutto, una lettura che cambia sensibilmente la percezione di Kathryn, da complice silenziosa di un marito ossessivo a figura che sta, a modo proprio e in modo altrettanto distorto, cercando di colmare un vuoto.
Anson Boon ha il compito meno appariscente ma probabilmente più delicato sul piano della scrittura, deve rendere credibile un arco che va dal teppista privo di qualsiasi tratto redimibile (le prime scene lo mostrano mentre semina violenza e umiliazione in giro per Londra, senza alcuna concessione all’antieroe simpatico) fino a una comprensione, mai completa, mai dichiaratamente catartica, della propria condizione. È un percorso che la sceneggiatura, firmata da Bartek Bartosik e Naqqash Khalid, costruisce con cautela, evitando il tranello più ovvio del genere: trasformare la sindrome di Stoccolma in redenzione morale. Tommy non diventa buono. Impara, nella migliore delle ipotesi, a riconoscere i meccanismi della propria stessa rabbia, ed è un traguardo molto più modesto e molto più onesto di quanto un film meno consapevole avrebbe concesso.
Il quarto membro della famiglia, il piccolo Jonathan interpretato da Kit Rakusen, merita un’attenzione che le sintesi più sbrigative del film tendono a non riservargli. Il bambino è costantemente sorridente, premuroso, quasi ansiosamente disponibile verso i genitori, ed è proprio in questa disponibilità eccessiva che il film colloca uno dei propri indizi più inquietanti: se Tommy è il soggetto dichiarato della “rieducazione” di Chris e Kathryn, Jonathan ne è forse il prodotto già completato, il risultato di un metodo pedagogico applicato per anni su un bambino incapace di opporre resistenza. È un dettaglio che il film non sottolinea mai esplicitamente, lasciandolo emergere per accumulo di piccoli gesti, ed è esattamente il tipo di scrittura indiretta che distingue un thriller domestico intelligente da uno meramente spettacolare.
Sul piano della messa in scena Komasa conferma la sensibilità atmosferica già apprezzata in Corpus Christi. Gli spazi del seminterrato e della casa isolata vengono trattati come organismi quasi vivi, capaci di stringersi attorno ai personaggi senza che la macchina da presa debba ricorrere a movimenti bruschi o inquadrature dichiaratamente claustrofobiche. La fotografia desaturata toglie calore anche alle scene ambientate nelle stanze più domestiche della casa (la cucina, il salotto) negando allo spettatore qualunque rifugio visivo dalla tensione. Il montaggio sonoro, che alterna lunghi silenzi a rumori organici e sgradevoli, lavora sulla stessa logica: costruire disagio attraverso la texture più che attraverso l’evento.
Resta da affrontare, con la stessa onestà con cui il film affronta i propri personaggi, il limite più ricorrente nelle recensioni internazionali: la sensazione, difficile da liquidare come semplice incomprensione critica, che la sceneggiatura non offra sempre alla propria premessa lo sviluppo narrativo che meriterebbe. Più di un osservatore ha notato come il film resti povero di snodi drammaturgici veri e propri, affidandosi quasi interamente alla tenuta atmosferica e alle interpretazioni per sostenere centoodieci minuti di durata. È un’obiezione che non va liquidata frettolosamente in nome dell’ambizione tonale dell’opera, Good Boy oscilla dichiaratamente tra il survival claustrofobico, la commedia nera e il dramma familiare sommesso, e questa instabilità di registro, se da un lato impedisce al film di scivolare nella prevedibilità del genere, dall’altro gli impedisce anche di costruire una progressione drammatica pienamente soddisfacente. È il prezzo che il film paga per il proprio rifiuto di scegliere un’unica chiave di lettura, un prezzo che vale la pena pagare, ma che va riconosciuto apertamente, non nascosto sotto l’etichetta comoda di “cinema che non dà risposte facili”.
Quello che resta, al netto di questo limite, è un’opera capace di interrogare con serietà un tema che il cinema contemporaneo affronta raramente con altrettanta ambiguità morale: la violenza esercitata in nome dell’amore, o di ciò che una famiglia crede essere amore, e la difficoltà quasi insormontabile di distinguere, dall’esterno come dall’interno, dove finisca la cura e dove cominci il controllo.
(Francesco Ippolito)
Perché vederlo
Good Boy non è un film consolante. Con un voto TMDB di 7.3 su 321 valutazioni è ancora una pellicola di nicchia, e probabilmente lo rimarrà, complice anche una ricezione critica internazionale piuttosto divisa, che ne ha lodato le interpretazioni (su tutte quelle di Graham e Riseborough) criticandone al contempo la tenuta della trama. È il tipo di opera che divide: chi la apprezza la considera un esperimento audace sul controllo e l’autonomia, capace di mescolare generi diversi senza paura; chi la rifiuta la trova eccessivamente centrata sull’atmosfera a scapito dello sviluppo narrativo. Komasa non offre risposte facili. Se cerchi un thriller psicologico che non rassicura, che non separa nitidamente vittime e carnefici, che mette a disagio perché forza a interrogarsi sul significato di educazione e libertà, allora è per te. Non è cinema di intrattenimento puro. È cinema che lascia lividi mentali, anche quando non riesce a spiegare fino in fondo da dove quei lividi arrivino.
Film correlati a Good Boy
- Corpus Christi (Jan Komasa, 2019) – il precedente lavoro del regista, candidato all’Oscar, imprescindibile per comprenderne l’interesse costante per l’ambiguità morale dei propri protagonisti.
- Dogtooth (Yorgos Lanthimos, 2009) – per lo stesso tema della famiglia che impone regole arbitrarie come forma di controllo totale, qui applicato a un contesto domestico ancora più claustrofobico.
- Funny Games (Michael Haneke, 1997/2007) – per un confronto sullo stesso principio della casa familiare trasformata in teatro di una violenza psicologica meticolosamente organizzata.
- The Lobster (Yorgos Lanthimos, 2015) – per ritrovare lo stesso gusto nel mescolare toni di commedia nera e orrore esistenziale senza mai sciogliere l’ambiguità tonale di fondo.
Trailer
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