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Refn torna dal nulla con un incubo neon: Her Private Hell è qui

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Dieci anni, uno stop totale al cinema narrativo, un infarto che lo ha «ucciso» per venticinque minuti: Nicolas Winding Refn è di nuovo al cinema con Her Private Hell, e il risultato è un caos visionario che farà urlare di gioia i cultori dell’abisso estetico.

Refn torna dal nulla con un incubo neon: Her Private Hell è qui - Her Private Hell
Via TMDB

Il ritorno di chi non sa star fermo

Dopo aver diretto serie per piattaforme streaming (Too Old to Die Young per Amazon e Copenhagen Cowboy per Netflix) Refn è tornato al lungometraggio narrativo con questo thriller fantascientifico coprodotto e diretto personalmente. Ha girato il film a Tokyo con l’inglese e il giapponese come lingue principali, come lo stesso regista aveva dichiarato già nell’agosto 2024 in un’intervista a Variety. Dopo la morte clinica vissuta nel 2023 (circa venticinque minuti durante un intervento d’urgenza per una valvola cardiaca che perdeva sangue nei polmoni) ha iniziato il progetto con una domanda esistenziale addosso. Il film è tornato a Cannes quest’anno, dieci anni dopo The Neon Demon. Non è un dettaglio, per Refn una decade è un’eternità, un buco nero creativo da cui riemerge sempre diverso.

La trama è costruita su due percorsi che convergono in una metropoli futuristica avvolta nella nebbia. Una figura sinistra nota come il Leather Man percorre le strade mentre Elle, una stella del cinema in ascesa, incrocia un soldato americano in cerca di sua figlia in mezzo alle ombre. È il template Refn: corpi bellissimi, paesaggi ostili, famiglie corrotte, il genere che rincorre se stesso senza mai raggiungersi.

Dichiarazioni

«Se per David Lynch le idee sono pesci in un fiume, per il provocatore danese Nicolas Winding Refn quelle idee sono pezzi di escrementi in una tubatura esplosa. La sua prima opera in dieci anni è un’esperienza visiva languidissima che sembra divorare novanta minuti come un’agonia lentissima» — Brian Tallerico, RogerEbert.com

Ecco il dramma: Refn sa perfettamente che starà male, che il film sarà divisivo fino al disgusto, e gli piace. Non è masochismo da autore né è una maschera. È la franchezza di un regista che ha toccato l’altro lato del corpo (per venticinque minuti) e ha deciso di tornare al cinema non per pacificarsi col pubblico, ma per allargare la ferita. Lo stesso Refn, raccontando l’esperienza in prima persona, ha descritto la propria morte clinica come “il dono più bello mai ricevuto”, capace di riaccendere una fiamma creativa che si era spenta negli anni precedenti alla malattia. Refn sa che ci sta giocando, e non gliene importa niente. È un regista che gode di essere un enfant terrible anche a 55 anni.

Il presente di chi non ha paura della solitudine

Se questo fosse il film di un principiante, parleremmo di fallimento stilistico. Refn lo sa, e non se ne cura. La critica lo descrive come «intossicante nello stile ma appesantito da un ritmo che sembra il purgatorio». È vero, il film non vuole sedurre, vuole occupare lo spazio come una nuvola tossica. Funziona come una raccolta dei suoi massimi successi (personaggi in pelle, donne bellissime, una figura materna complessa, ispirazione dal giallo e dal cinema samurai) ma senza la richiesta di amore che rendeva Only God Forgives di una dolcezza quasi insopportabile nel proprio nichilismo. Questa volta Refn costruisce il godimento sulla solitudine dello spettatore. Niente redenzione. Solo nebbia, neon, e la certezza che tornare al cinema è il modo più disumano per ricominciare a vivere.

Leggi anche – Her Private Hell, la recensione: Sophie Thatcher illumina l’ultimo incubo visivo di Refn

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