I 10 film più belli di sempre secondo la critica: la classifica definitiva
Le opere che hanno riscritto la grammatica del cinema: ecco cosa dicono davvero gli esperti
Ogni dieci anni, la rivista britannica Sight and Sound, pubblicazione storica del British Film Institute, interpella oltre 1.600 tra critici, programmatori, curatori e accademici di tutto il mondo per stilare la classifica dei migliori film di sempre. Non è un sondaggio qualunque: dal 1952 è considerato il termometro più autorevole del gusto critico internazionale, tanto da essere spesso chiamato semplicemente “il sondaggio”. L’edizione 2022, la più ampia mai realizzata, ha prodotto risultati sorprendenti, ribaltando gerarchie che sembravano scolpite nella pietra da mezzo secolo.
In questo articolo ho preso quella classifica come base oggettiva (non un’opinione personale, ma la sintesi del pensiero critico mondiale) per costruire una guida ragionata ai dieci film che, secondo gli esperti, rappresentano l’apice assoluto della storia del cinema. Per ciascun titolo ho aggiunto il motivo critico della sua importanza, così da capire non solo cosa votano gli esperti, ma perché.
1. Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles (1975) di Chantal Akerman
Il vertice della classifica 2022 ha spiazzato l’intero mondo del cinema. Per la prima volta dal 1952 un film diretto da una donna ha conquistato il primo posto, scalzando titoli che sembravano intoccabili. Jeanne Dielman segue tre giornate nella vita di una casalinga belga con un rigore quasi documentaristico, dilatando il tempo reale delle faccende domestiche fino a farne un atto politico.
Perché è al primo posto: la critica ha riconosciuto in Akerman una rivoluzione del linguaggio cinematografico che ha impiegato quasi cinquant’anni per essere pienamente compresa, la trasformazione della routine femminile invisibile in materia epica.
2. Vertigo – La donna che visse due volte (1958) di Alfred Hitchcock
Per un decennio intero, dal 2012 al 2022, Vertigo ha occupato la vetta della classifica, spodestando Citizen Kane dopo cinquant’anni di dominio incontrastato. Il film racconta l’ossessione di un ex detective per una donna che crede morta, in una spirale psicologica che mescola thriller, romance e horror esistenziale.
Perché è tra i primi: nessun altro film ha reso l’ossessione amorosa un dispositivo visivo, il celebre effetto “dolly zoom”, capace di far percepire fisicamente allo spettatore la vertigine del protagonista.
3. Citizen Kane – Quarto potere (1941) di Orson Welles
Per cinquant’anni consecutivi, dal 1962 al 2002, Quarto potere è stato il film numero uno di ogni edizione del sondaggio. Racconta l’ascesa e la solitudine di un magnate della stampa attraverso una struttura narrativa frammentata e multi-prospettica che, nel 1941, non aveva precedenti.
Perché è tra i primi: ha inventato di fatto la modernità del linguaggio cinematografico (profondità di campo, montaggio non lineare, uso espressivo delle ombre) influenzando ogni regista venuto dopo di lui.
4. Viaggio a Tokyo (1953) di Yasujiro Ozu
Una coppia di anziani genitori viaggia da un paese di provincia a Tokyo per far visita ai figli adulti, scoprendo che questi ultimi non hanno più tempo per loro. Ozu racconta questa distanza generazionale con uno stile contemplativo, fatto di inquadrature basse e assenza quasi totale di movimenti di macchina.
Perché è tra i primi: Viaggio a Tokyo è considerato il vertice del cinema che rinuncia al dramma esplicito per raccontare l’essenziale attraverso il non detto, influenzando generazioni di autori, da Hou Hsiao-hsien a Kore’eda.
5. L’amore secondo Wong Kar-wai: In the Mood for Love (2000)
Ambientato nella Hong Kong del 1962, il film racconta la relazione mai consumata tra due vicini di casa che scoprono i rispettivi coniugi si tradiscono a vicenda. È un capolavoro di eleganza formale, dove ogni inquadratura, costume e nota musicale costruisce un desiderio mai risolto.
Perché è tra i primi: In the Mood For Love ha ridefinito l’estetica del cinema romantico contemporaneo, dimostrando che la repressione del sentimento può essere più potente della sua espressione esplicita.
6. 2001: Odissea nello spazio (1968) di Stanley Kubrick
Se nel sondaggio dei critici occupa la sesta posizione, in quello parallelo riservato ai registi, con oltre 480 partecipanti, è addirittura il film numero uno. Kubrick racconta l’evoluzione umana e l’incontro-scontro con l’intelligenza artificiale attraverso un linguaggio visivo che rifiuta le spiegazioni verbali.
Perché è tra i primi – 2001: Odissea nello spazio ha dimostrato che la fantascienza può essere veicolo di riflessione filosofica pura, senza bisogno di dialoghi esplicativi, ridefinendo per sempre gli standard degli effetti speciali.
7. Beau Travail (1998) di Claire Denis
Ambientato in una guarnigione della Legione Straniera francese a Gibuti, il film racconta la gelosia repressa di un sergente nei confronti di un giovane recluta attraverso coreografie fisiche più che dialoghi. È uno dei titoli più sorprendenti della top ten, entrato stabilmente nel canone solo con l’edizione 2022.
Perché è tra i primi: Beau Travail ha trasformato il corpo maschile militare in oggetto di uno sguardo cinematografico radicalmente nuovo, fondendo danza, colonialismo e desiderio non dichiarato.
8. Mulholland Drive (2001) di David Lynch
Un thriller psicologico ambientato a Hollywood che smonta dall’interno il sogno del cinema stesso, seguendo un’aspirante attrice e un’amnesica in una struttura narrativa che si ribalta su se stessa nell’ultimo atto. È probabilmente il film più influente del cinema postmoderno americano del ventunesimo secolo.
Perché è tra i primi: Mulholland Drive ha dimostrato che la logica onirica può sostituire integralmente quella narrativa classica senza perdere la presa emotiva sullo spettatore.
9. L’uomo con la macchina da presa (1929) di Dziga Vertov
Un documentario sperimentale sovietico che, attraverso un montaggio vertiginoso, ritrae la vita quotidiana in diverse città dell’URSS, riflettendo simultaneamente sul potere del cinema di catturare e reinventare la realtà.
Perché è tra i primi: L’uomo con la macchina da presa è considerato una sorta di manifesto teorico del linguaggio cinematografico stesso, un film che parla di cosa significhi fare cinema mentre lo sta facendo.
10. Cantando sotto la pioggia (1951) di Stanley Donen e Gene Kelly
L’unico musical nella top ten, ambientato durante la transizione di Hollywood dal muto al sonoro. Con la sua leggerezza solo apparente, il film racconta anche una crisi tecnologica e industriale dell’intero sistema produttivo hollywoodiano.
Perché è tra i primi: dimostra che l’intrattenimento puro, se eseguito con perfezione tecnica e coreografica assoluta, può raggiungere lo stesso status artistico del cinema più “serio”.
Cosa ci dice questa classifica sul gusto della critica contemporanea
Osservando la top ten nel suo complesso, emergono alcune tendenze interessanti. Anzitutto la classifica 2022 ha rotto un’egemonia quasi cinquantennale di titoli anglo-americani, dando spazio a Hong Kong (In the Mood for Love), Giappone (Viaggio a Tokyo), Belgio (Jeanne Dielman) e Unione Sovietica (L’uomo con la macchina da presa). In secondo luogo, la presenza di ben tre film diretti o co-diretti da donne o con un forte punto di vista femminile (Jeanne Dielman, Beau Travail) segnala uno spostamento reale nella composizione e nella sensibilità della comunità critica internazionale, che oggi è molto più ampia e diversificata rispetto alle edizioni del Novecento.
Va detto, per completezza critica, che il sondaggio non è privo di detrattori: alcuni commentatori hanno letto l’ascesa di Jeanne Dielman come un gesto in parte politico più che puramente estetico, mentre altri l’hanno salutata come un tardivo atto di giustizia storica nei confronti di un’opera sottovalutata per decenni. È un dibattito legittimo, e fa parte della natura stessa di ogni classifica: più che offrire un verdetto definitivo, il sondaggio Sight and Sound serve a fotografare lo stato dell’arte della critica in un dato momento storico, aprendo discussioni piuttosto che chiuderle.
Ciò che resta fuori discussione è la qualità assoluta dei dieci titoli qui presentati: opere che, ciascuna a modo suo, hanno ampliato i confini di cosa il cinema può fare e dire, e che meritano un posto in qualsiasi percorso di formazione cinefila serio.

