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Asfalto che scotta 1960

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Asfalto che scotta locandinaAsfalto che scotta
Diretto da Claude Sautet
Sceneggiatura di N/D
Prodotto da Les Films Odéon, Mondex Films, Filmsonor

Protagonisti: Lino Ventura, Jean-Paul Belmondo, Sandra Milo, Marcel Dalio, Michel Ardan, Simone Desmaison, Michèle Méritz, Stan Krol

Fotografia: Ghislain Cloquet
Musiche: Georges Delerue
Produzione: Les Films Odéon, Mondex Films, Filmsonor
Data di uscita: 1960-03-23
Durata: 110 minuti
Generi: Crime
Lingua originale: FR

Asfalto che scotta – Trama, curiosità e recensione del noir francese con Ventura e Belmondo

Lino Ventura interpreta Abel Davos, un criminale che ha seminato delitti attraverso l’Europa e ora, dopo quasi un decennio nascosto a Milano, si ritrova con le spalle al muro nel tentativo di tornare a Parigi insieme ai due figli piccoli, nonostante una condanna a morte pendente sulla propria testa. La polizia lo stringe, la malavita che un tempo lo rispettava lo abbandona, e lui ha un’unica priorità che non è la propria fuga personale ma la sopravvivenza della famiglia. È una storia di isolamento progressivo dove ogni alleanza si rivela effimera e ogni scappatoia si chiude una dopo l’altra.

Ad aiutarlo lungo il percorso arriva Éric Stark, interpretato da Jean-Paul Belmondo, un giovane gangster solitario incaricato di scortare Davos e i suoi figli verso Parigi. Lungo il tragitto, Éric incontra anche Liliane, interpretata da Sandra Milo, una giovane aspirante attrice che si unisce al gruppo e con cui il ragazzo inizia una relazione sentimentale parallela alla vicenda principale di Davos. Il vero peso emotivo della fuga resta però legato alla famiglia di Abel, la moglie Thérèse e i due figli piccoli, la cui sicurezza diventa l’unica vera bussola morale di un uomo che il proprio mondo criminale ha ormai deciso di abbandonare al proprio destino.

Curiosità sul film

  • Il personaggio di Abel Davos è liberamente ispirato a una figura realmente esistita, Abel Danos, soprannominato “Le Mammouth” per la propria stazza, un criminale realmente incontrato in prigione dallo scrittore José Giovanni. Danos fu un collaborazionista al servizio della Gestapo francese durante l’occupazione nazista, condannato a morte nel dopoguerra e fucilato nel 1952.
  • Lo stesso José Giovanni, autore del romanzo da cui il film è tratto e co-sceneggiatore insieme a Sautet e Pascal Jardin, aveva vissuto un’esperienza personale non troppo distante da quella narrata: combattente della Resistenza durante la guerra, fu poi coinvolto in una rapina finita male, condannato a morte e graziato solo dopo mesi di attesa nel braccio della morte, scontando infine otto anni di prigione durante i quali cominciò a scrivere.
  • Il film uscì nelle sale francesi quasi in contemporanea con Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard, che monopolizzò l’attenzione della critica e del pubblico dell’epoca in nome della nascente Nouvelle Vague, relegando ingiustamente Asfalto che scotta in secondo piano per decenni.
  • Nonostante l’oscuramento iniziale, il film fu ammirato profondamente da colleghi del calibro di Jean-Pierre Melville, Robert Bresson e (molti anni più tardi) Bertrand Tavernier, che ne scrisse un saggio critico incluso nelle successive edizioni restaurate.
  • Fu il secondo film diretto da Claude Sautet, dopo un esordio come commedia leggera priva di ambizioni artistiche, fu proprio questo secondo lavoro a rivelare per la prima volta la sensibilità elegante e sottile che avrebbe definito il resto della sua carriera.
  • Il film è stato oggetto di un restauro in 4K a cura di TF1 Studios ed Éclair Classics, distribuito dalla Criterion Collection, che ne ha permesso una piena riscoperta critica presso nuove generazioni di spettatori e cinefili.

Recensione

Asfalto che scotta merita oggi lo status di capolavoro riscoperto che la critica contemporanea gli riconosce, dopo decenni trascorsi all’ombra ingiusta della Nouvelle Vague che ne oscurò l’uscita nelle sale nel 1960. È un destino paradossale, quasi crudele: un film che condivide con Fino all’ultimo respiro di Godard non solo l’anno di uscita ma persino un attore, lo stesso Belmondo, qui ancora in un ruolo di supporto pochi mesi prima di diventare il volto simbolo di quella stessa rivoluzione cinematografica che avrebbe finito per relegarlo in secondo piano. Claude Sautet, al proprio secondo lungometraggio dopo un esordio da commedia priva di reali ambizioni, costruisce qui un’opera che oggi appare per certi versi altrettanto rivoluzionaria della Nouvelle Vague, semplicemente più discreta, meno incline a dichiarare apertamente la propria modernità formale.

Il primo elemento su cui vale la pena soffermarsi è proprio questa discrezione stilistica, che rende il film un caso a parte nel panorama del cinema francese di inizio anni sessanta. Dove Godard smontava vistosamente le convenzioni narrative con jump cut dichiarati e una macchina da presa costantemente in movimento per le strade di Parigi, Sautet lavora per sottrazione, affidandosi a una messa in scena classica nella forma ma radicale nella sostanza: nessun compiacimento visivo, nessuna citazione cinefila esibita, solo l’osservazione paziente e quasi entomologica di un uomo che vede sgretolarsi, un pezzo alla volta, tutto ciò su cui aveva costruito la propria esistenza. È significativo che proprio questa apparente tradizione formale abbia probabilmente contribuito, all’epoca, a far passare il film in secondo piano; mancava quella dichiarazione di rottura che il pubblico e la critica cercavano febbrilmente in quegli anni, eppure è forse proprio questa mancanza di manierismo a renderlo, oggi, più capace di invecchiare bene rispetto a tanto cinema più esplicitamente sperimentale dello stesso periodo.

Il vero pregio del film sta nell’autenticità con cui tratta il proprio materiale criminale, merito diretto dell’esperienza personale di José Giovanni, che porta nella scrittura una conoscenza del sottobosco malavitoso francese impossibile da simulare attraverso la sola documentazione. Gli inseguimenti non sono mai frenetici ma misurati, quasi metodici, come se il destino già sapesse esattamente come andrà a finire per ciascuno dei personaggi coinvolti, una sensazione di ineluttabilità che percorre l’intero film senza mai scadere nel fatalismo consolatorio tipico di tanto noir americano coevo. La regia non si sofferma mai nei melodrammi facili, il dramma emerge dalla freddezza quasi clinica con cui i personaggi tradiscono gli uni gli altri, dalle scelte razionali apparentemente sensate al momento in cui vengono prese, che si trasformano progressivamente in trappole mortali senza che nessuno dei protagonisti se ne accorga fino a quando è troppo tardi per tornare indietro.

Lino Ventura costruisce un Abel Davos capace di trasmettere insieme la brutalità del criminale navigato e la disperazione silenziosa del padre che vede sfuggirgli ogni possibilità di controllo sulla propria situazione; è un’interpretazione fisica che non ha bisogno di grandi monologhi per comunicare l’esaurimento di un uomo ormai privo di alleati reali. Ventura, con la propria stazza imponente e il volto scolpito da un passato da lottatore professionista prima ancora che da attore, riesce a rendere credibile tanto la ferocia trattenuta del personaggio quanto la sua tenerezza verso i due figli, senza che questi due registri emotivi entrino mai in vera contraddizione tra loro, è proprio la coesistenza di questi opposti a rendere Davos uno dei personaggi più compiuti dell’intero noir francese.

Jean-Paul Belmondo, in uno dei suoi ultimi ruoli da spalla prima della consacrazione definitiva con Fino all’ultimo respiro, porta a Éric Stark un’energia rilassata e magnetica che funziona come contrappunto perfetto alla gravità di Ventura, un giovane capace di lealtà autentica proprio perché non ha nulla da guadagnare dalla propria fedeltà, a differenza dei vecchi complici di Davos mossi solo da calcolo personale e paura delle conseguenze. È interessante notare come Belmondo, già dotato di quella disinvoltura fisica che lo avrebbe reso celebre pochi mesi dopo, qui la metta al servizio di un personaggio meno cinico e più sinceramente premuroso di quanto la sua immagine successiva da eroe godardiano lascerebbe supporre: è quasi commovente, con il senno di poi, vedere l’attore che stava per diventare il simbolo dell’individualismo disincantato della Nouvelle Vague interpretare qui un uomo capace di un altruismo genuino e non calcolato.

Sandra Milo, nel ruolo di Liliane, aggiunge un tocco di leggerezza e vitalità che non stona mai con il tono generale del film, nonostante la propria linea narrativa si sviluppi parallelamente alla storia principale di Davos senza mai realmente intrecciarvisi in modo determinante. È un’interpretazione che le valse meritatamente il Nastro d’Argento come migliore attrice non protagonista, capace di restituire con naturalezza il candore di una giovane donna che si ritrova, quasi per caso, coinvolta ai margini di un mondo criminale di cui non comprende fino in fondo la reale pericolosità.

La Parigi di inizio anni sessanta emerge dalle inquadrature con una durezza controllata. La fotografia in bianco e nero di Ghislain Cloquet enfatizza i contrasti tra spazi pubblici anonimi (stazioni, strade trafficate, uffici postali) e nascondigli claustrofobici, restituendo un senso di costante esposizione al pericolo anche nei momenti apparentemente più tranquilli della narrazione. È una fotografia che rifiuta sistematicamente ogni compiacimento estetico: le location parigine non vengono mai mostrate come cartoline turistiche, ma come territorio ostile in cui ogni angolo di strada può nascondere un informatore o un poliziotto in borghese.

Sautet non usa mai la musica di Georges Delerue per amplificare artificialmente il pathos, il tappeto sonoro resta discreto, quasi assente nei momenti di maggiore tensione, e il ritmo narrativo procede per accumulo di tensione silenziosa piuttosto che per esplosioni drammatiche plateali. È una scelta stilistica che avrebbe influenzato profondamente il cinema noir francese successivo, a cominciare proprio dai lavori dello stesso Jean-Pierre Melville, che espresse pubblicamente la propria ammirazione per questo film in un omaggio scritto già nel 1962, riconoscendo in Sautet un maestro della sottrazione capace di ottenere il massimo effetto drammatico con il minimo sfoggio di mezzi espressivi.

Se un limite si può individuare nell’operazione è forse in un secondo atto che, secondo alcuni critici, rallenta leggermente il ritmo serrato della prima parte, complice l’introduzione della sottotrama sentimentale tra Éric e Liliane, che pur restituendo momenti di autentico calore umano distoglie temporaneamente l’attenzione dalla parabola principale di Davos. Ma è un compromesso che il film accetta consapevolmente in cambio di una caratterizzazione più sfaccettata dei propri personaggi secondari, e che comunque non intacca la potenza complessiva di un finale capace di restare impresso ben oltre la visione. Asfalto che scotta dimostra così che il vero cinema noir non ha bisogno di dichiarazioni di rottura formale per risultare rivoluzionario, basta uno sguardo onesto, quasi spietato, sulla solitudine di chi ha scelto di vivere ai margini della legge, e sul prezzo che quella scelta comporta quando il mondo che l’ha accolto decide, infine, di voltargli le spalle.

(Francesco Ippolito)

Perché vederlo

Questo film rappresenta un punto di svolta nel cinema criminale francese, sebbene il voto di 7.01 su TMDB rifletta più il suo profilo ancora contenuto presso il grande pubblico che la sua reale capacità narrativa, ormai ampiamente riconosciuta dalla critica specializzata. Non è il vigore giovanile della Nouvelle Vague a guidare Sautet, è uno sguardo più adulto e disincantato sul crimine, dove il denaro e l’azione contano meno dell’umiliazione e del tradimento subiti da un uomo che ha dedicato la propria vita a un mondo che ora lo rinnega. È adatto a chi apprezza il noir senza fronzoli, dove la suspense nasce dalla caratterizzazione psicologica piuttosto che da colpi di scena artificiosi. La coppia Ventura-Belmondo, con le proprie diverse densità interpretative, offre una lettura del conflitto generazionale nel sottomondo criminale che il cinema italiano dello stesso periodo raramente raggiungeva con altrettanta lucidità. Se cercate una storia di fughe e marginalità, questo film rifiuta il glamour per mostrare con onestà brutale cosa accade quando la sfortuna diventa sistematica, arricchito dalla consapevolezza biografica che dietro quella sceneggiatura si nasconde l’esperienza reale di chi il braccio della morte lo ha vissuto per davvero.

Film correlati

  • Fino all’ultimo respiro (1960) di Jean-Luc Godard – uscito quasi in contemporanea, il film che oscurò ingiustamente questo capolavoro all’epoca, imprescindibile per un confronto diretto tra due modi opposti di intendere il cinema criminale francese dello stesso anno.
  • Le Deuxième Souffle (1966) di Jean-Pierre Melville – altro adattamento di un romanzo di José Giovanni, con lo stesso Lino Ventura protagonista, per approfondire ulteriormente lo stesso immaginario noir.
  • Le Trou (1960) di Jacques Becker – ancora tratto da un romanzo di José Giovanni ispirato alla propria esperienza carceraria, altro vertice del cinema criminale francese dello stesso periodo.

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