Il gigante 1956
Il gigante
Diretto da George Stevens
Sceneggiatura di Ivan Moffat, Fred Guiol
Prodotto da Warner Bros. Pictures, George Stevens Jr. Productions
Protagonisti: Elizabeth Taylor, Rock Hudson, James Dean, Carroll Baker, Jane Withers, Chill Wills, Mercedes McCambridge, Dennis Hopper
Fotografia: William C. Mellor
Musiche: Dimitri Tiomkin
Produzione: Warner Bros. Pictures, George Stevens Jr. Productions
Data di uscita: 1956-11-08
Durata: 201 minuti
Generi: Dramma, Western
Lingua originale: EN
Il gigante – Trama, curiosità e recensione del capolavoro di George Stevens con James Dean
Nel cuore del Texas degli anni venti, due mondi inconciliabili si scontrano su una distesa di terra rossa. Rock Hudson interpreta Bick Benedict, un allevatore convinto che la tradizione e il denaro derivato dal bestiame rappresentino l’ordine naturale delle cose. Con lui c’è Elizabeth Taylor nei panni di Leslie, arrivata dal Maryland con una bellezza e un’indipendenza di pensiero che disturbano non poco gli equilibri sociali della comunità locale. Quando il terreno cede un segreto (petrolio, non semplice erba da pascolo) la certezza di Bick nel proprio modello di vita comincia lentamente a vacillare, mentre attorno a lui il Texas stesso si trasforma sotto la spinta di una nuova, inarrestabile ricchezza.
L’inquietudine prende forma umana in James Dean, che ricopre il ruolo di Jett Rink, un bracciante tormentato da un desiderio che va ben oltre il semplice innamoramento per Leslie. Non è passione ingenua quella di Jett, è fame di riscatto sociale, di potenza, di trasformazione economica attraverso la ricchezza improvvisamente scoperta sotto i propri piedi. Hudson e Dean si muovono in orbite opposte, l’uno protegge quello che ha ereditato per diritto di nascita, l’altro vuole costruirsi un impero da zero, partendo da un piccolo appezzamento di terra arido lasciatogli in eredità quasi per dispetto. Leslie rimane il vero punto di gravità emotivo attorno a cui ruota la rivalità latente tra i due uomini, la sua presenza costante lungo l’intero arco di due decenni narrativi in cui il film si sviluppa. Carroll Baker interpreta Luz Benedict II, la figlia di Bick e Leslie, la cui crescita accompagna visivamente lo scorrere del tempo e il progressivo mutare dei rapporti di potere all’interno della stessa famiglia.
Curiosità sul film
- Il ruolo di Bick fu inizialmente considerato anche per Clark Gable, scartato dal produttore Jack Warner perché ritenuto troppo anziano per la parte. Una volta scelto Rock Hudson, il regista George Stevens gli lasciò la decisione finale sulla propria partner: la scelta tra Elizabeth Taylor e Grace Kelly ricadde su Taylor.
- Il film è tratto dal romanzo omonimo del 1952 di Edna Ferber, la stessa autrice da cui era già stato tratto il musical Show Boat.
- Fu l’ultima delle tre interpretazioni da protagonista di James Dean, morto in un incidente automobilistico prima ancora dell’uscita del film nelle sale: gli valse la seconda e ultima candidatura all’Oscar della sua breve carriera, entrambe postume. Alcune battute del suo personaggio, quasi inaudibili nella registrazione originale, furono ridoppiate in post-produzione dall’attore Nick Adams.
- Le riprese in esterni si svolsero realmente nei pressi di Marfa, in Texas, una cittadina che sarebbe diventata negli anni successivi un piccolo polo di riferimento artistico proprio in virtù della fama acquisita grazie al film.
- George Stevens, reduce dalla drammatica esperienza come ufficiale dell’esercito durante la Seconda guerra mondiale (dove documentò lo sbarco in Normandia, la liberazione di Parigi e quella del campo di concentramento di Dachau) dedicò l’intero decennio successivo a un cinema più serio e ambizioso, di cui Il gigante rappresenta probabilmente il vertice, dopo Un posto al sole e Il cavaliere della valle solitaria.
- Il montaggio del film richiese oltre un anno di lavorazione, complice anche la necessità di intervenire sulle scene con James Dean dopo la sua morte improvvisa.
- Il film ottenne dieci candidature all’Oscar, vincendone una sola, quella per la miglior regia a George Stevens, il suo secondo premio della carriera dopo Un posto al sole. Perse il premio per il miglior film contro Il giro del mondo in 80 giorni.

Recensione
Il gigante va considerato, con il senno del poi, il vertice assoluto della carriera di George Stevens, un affresco capace di raccontare la trasformazione dell’America del Novecento attraverso lo specchio deformante e insieme fedelissimo di una singola famiglia texana. Arrivato dopo un decennio, quello degli anni cinquanta, in cui Stevens aveva progressivamente abbandonato il registro più leggero delle proprie commedie prebelliche per abbracciare un cinema di temi sociali sempre più ambiziosi (da Un posto al sole al successivo Il diario di Anna Frank) questo film rappresenta la sintesi più compiuta di quella parabola artistica, un’opera che si prende il tempo necessario per raccontare non un singolo evento drammatico, ma il lento, inesorabile mutare di un’intera società nel corso di una generazione.
Il primo elemento che colpisce, rivedendo il film oggi, è proprio l’ambizione della sua struttura temporale. Stevens rifiuta la tentazione di concentrare la propria storia in un arco di tempo ristretto per costruire, invece, una vera e propria epopea familiare che copre oltre due decenni: dal primo arrivo di Leslie in Texas fino a una generazione successiva già adulta, con tutte le trasformazioni sociali, economiche e persino fisiche che quel lasso di tempo comporta per i personaggi. È una scelta strutturale coraggiosa per un film hollywoodiano di quell’epoca, che richiede al regista una disciplina di montaggio notevole (non a caso la lavorazione richiese oltre un anno di post-produzione) per evitare che la storia si disperda in una semplice cronaca episodica priva di reale coesione drammatica.
Il vero pregio del film sta nella capacità di Stevens di sviluppare la propria tensione narrativa seguendo passo dopo passo come il petrolio riscriva non solo il paesaggio fisico del Texas, ma anche le anime stesse dei personaggi che lo abitano. È significativo che la scoperta del giacimento non venga mai trattata come un semplice colpo di fortuna narrativo, ma come un vero e proprio spartiacque morale; da quel momento in poi, ogni personaggio del film deve ridefinire la propria identità in rapporto a una ricchezza che destabilizza gerarchie sociali considerate fino a quel momento immutabili. Il bestiame, simbolo di un’aristocrazia terriera radicata da generazioni, cede progressivamente il passo alle trivelle, simbolo di una nuova classe di arricchiti privi di qualunque legame con la tradizione, e Stevens osserva questo passaggio di potere senza mai schierarsi apertamente, lasciando che sia lo spettatore a trarre le proprie conclusioni sulla natura di questo cosiddetto progresso.
Rock Hudson costruisce in Bick Benedict una vulnerabilità inattesa rispetto ai ruoli più leggeri e romantici per cui l’attore era già noto al pubblico dell’epoca. Il suo allevatore, convinto custode di un ordine sociale che considera immutabile per diritto di nascita, si trova progressivamente costretto a confrontarsi con un mondo che gli sfugge di mano, senza che il film gli conceda mai facili scorciatoie di redenzione. È interessante notare come Hudson gestisca l’invecchiamento del personaggio con una progressione fisica ed emotiva credibile, mostrando un uomo che impara, con enorme fatica personale, a mettere in discussione pregiudizi radicati fin dall’infanzia, in particolare quelli razziali verso la comunità messicana del Texas, uno dei temi più coraggiosi e meno scontati dell’intera opera per il cinema hollywoodiano di metà anni cinquanta.
Elizabeth Taylor, nel ruolo di Leslie, rimane il vero centro morale dell’intera vicenda. La sua capacità di mettere in discussione apertamente le convenzioni sociali del Texas (dal razzismo strisciante verso la comunità messicana alle rigide gerarchie di genere che limitano il proprio ruolo di moglie) la rende, secondo molti critici, l’anima autentica del film, nonostante la sorprendente assenza di una candidatura all’Oscar per la sua interpretazione, un’esclusione che all’epoca sorprese non poco la critica specializzata, considerando che gran parte della storia viene raccontata proprio dal suo punto di vista di outsider che osserva il Texas con occhi nuovi e critici. È lei, più di ogni altro personaggio, a fungere da bussola morale per lo spettatore, capace di individuare fin dal primo arrivo le contraddizioni di una società che gli altri personaggi danno per scontate.
James Dean, nella sua ultima apparizione sullo schermo prima della morte, incarna un tipo di antagonista che non nasce dal male puro, ma da una fame strutturale di riscatto sociale, capace di generare tanto ammirazione quanto disagio nello spettatore. È un personaggio che attraversa una trasformazione fisica ed emotiva radicale nel corso del film, dal giovane bracciante ombroso e quasi incapace di esprimersi verbalmente al magnate del petrolio corroso dal proprio stesso successo, incapace di godere davvero della ricchezza che ha tanto disperatamente inseguito. Dean gestisce questa evoluzione con una fisicità e un’intensità che spiegano perché resti, ancora oggi, uno dei ruoli più citati della sua breve ma folgorante carriera. Il suo Jett Rink, specialmente nella parabola finale del personaggio, anticipa con sorprendente lucidità certe riflessioni sul vuoto esistenziale del successo materiale che il cinema americano avrebbe ripreso e sviluppato solo decenni più tardi.
Carroll Baker, al proprio debutto cinematografico dopo la formazione all’Actors Studio accanto a nomi come Marilyn Monroe e lo stesso Dean, restituisce con naturalezza la crescita di Luz, testimone silenziosa del progressivo mutare dei rapporti familiari e sociali attorno a lei; la sua interpretazione di un’adolescente alle prese con la scoperta del mondo adulto, in particolare nella scena condivisa con Dean all’interno di un locale, viene spesso citata dalla critica come uno dei momenti più sfumati e meno prevedibili dell’intero film.
Le scene familiari si alternano a quelle di trasformazione economica: pozzi, trivelle, magnati che emergono letteralmente dalla polvere del deserto texano. Il film non semplifica mai, non giudica apertamente i propri personaggi, osserva semplicemente, con pazienza quasi documentaristica, come il denaro riscriva le gerarchie sociali e le lealtà familiari nel corso di una sola generazione. La fotografia di William C. Mellor enfatizza lo spazio fisico del Texas, quel paesaggio che da simbolo di potenza agricola tradizionale diventa progressivamente cantiere di una nuova America industriale. Stevens non affida mai il proprio tema alla retorica esplicita, ma alla composizione stessa dell’inquadratura, con personaggi isolati in paesaggi immensi che vengono poi gradualmente circondati da costruzioni, impianti, segni tangibili del progresso che avanza inesorabile. La colonna sonora di Dimitri Tiomkin sostiene senza mai dominare, lasciando che il peso narrativo resti saldamente sulla recitazione e sulle scelte visive, intervenendo con parsimonia proprio nei momenti in cui il silenzio o il rumore ambientale del vento sulla prateria risultano più eloquenti di qualsiasi tema orchestrale.
Il gigante dimostra che il cinema popolare americano degli anni cinquanta poteva ancora permettersi di essere insieme spettacolare e scomodo, capace di intrattenere un pubblico vastissimo mentre lo costringeva, quasi senza che se ne accorgesse, a interrogarsi sul vero prezzo del progresso su cui l’America stessa aveva costruito la propria identità nazionale.
(Francesco Ippolito)

Perché vederlo
Con un voto TMDB di 7.6/10 e un incasso di circa 39 milioni di dollari a fronte di un budget di 5,4 milioni, Il gigante rappresenta un caso raro di film ambizioso capace di trovare un pubblico enorme senza mai sacrificare la propria complessità tematica, diventando il terzo maggiore incasso dell’intero 1956. Non è un western classico né un semplice dramma di passioni, è una vera e propria dissezione dell’America del novecento osservata attraverso tre interpretazioni che si contaminano costantemente a vicenda. Hudson mostra qui una vulnerabilità inattesa rispetto ai suoi ruoli tipici, mentre Dean incarna un tipo di antagonista che non nasce dal male, ma dalla fame strutturale di riscatto sociale. Stevens costruisce una macchina narrativa che respira per oltre duecento minuti senza mai perdere fiato. Non è un film per chi cerca intrattenimento leggero, ma per chi vuole comprendere come il cinema degli anni cinquanta riuscisse ancora a interrogarsi seriamente sul significato profondo del progresso americano, senza rinunciare, allo stesso tempo, a uno spettacolo visivo di rara ambizione.
Film correlati
- Un posto al sole (1951) di George Stevens – il film precedente dello stesso regista che gli valse il primo Oscar alla regia, imprescindibile per comprendere la sua evoluzione stilistica verso un cinema più ambizioso e drammatico.
- Il cavaliere della valle solitaria (1953) di George Stevens – altro grande classico del regista, western elegiaco costruito con la stessa attenzione al paesaggio come specchio dei personaggi.
- Il giro del mondo in 80 giorni (1956) di Michael Anderson – il film che sconfisse Il gigante nella corsa all’Oscar per il miglior film dello stesso anno, già raccontato in questa stessa collana di approfondimenti.
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