Totò le Mokò 1949
Totò le Mokò
Diretto da Carlo Ludovico Bragaglia
Sceneggiatura di Vittorio Metz, Sandro Continenza
Prodotto da Forum Film
Protagonisti: Totò, Carla Calò, Gianna Maria Canale, Luigi Pavese, Enzo Garinei, Franca Marzi, Elena Altieri, Mario Castellani
Fotografia: Sergio Pesce
Musiche: Edoardo Micucci
Produzione: Forum Film
Data di uscita: 1949-12-20
Durata: 77 minuti
Generi: Commedia
Lingua originale: IT
Totò le Mokò – Trama
A metà strada tra Napoli e Algeri, tra il mito criminale e la realtà grottesca della sopravvivenza quotidiana. Pépé le Mòkò era il capo leggendario della Banda di Algeri, un bandito di fama quasi mitica, temutissimo nella Casbah. Quando muore in una sparatoria con la polizia, creduto perso in un lago di sangue, i suoi uomini restano senza guida e cercano disperatamente un successore all’altezza. Non un sostituto qualunque, però: la banda vuole il parente più prossimo del defunto capo, e le tracce li portano fino a Napoli, da Antonio Lumaconi, un musicante ambulante che suona per strada pur di racimolare qualche moneta, ignaro di essere davvero l’erede designato di un impero criminale che non ha mai desiderato.
È qui che comincia il corto circuito comico, un uomo qualunque, la cui unica vera ambizione è dirigere un giorno una vera banda musicale, si ritrova rapito e trasportato ad Algeri per prendere il comando di una banda di tutt’altro genere. Totò interpreta Antonio con quella fisicità disarticolata che è il suo marchio di fabbrica, il personaggio è un’orchestra vivente, letteralmente capace di produrre suoni con qualsiasi parte del corpo pur di guadagnare qualche moneta dai passanti. Attorno a lui, nella Casbah, si muovono due donne che finiscono per complicare non poco la sua permanenza forzata: Gianna Maria Canale interpreta Viviane de Valance, un’affascinante femme fatale che si invaghisce del nuovo, presunto boss, mentre Carla Calò dà volto a Suleima, altro interesse sentimentale che si contende Antonio nel corso della vicenda. Sullo sfondo, la figura dello stesso Pepè le Mokò, interpretato da Carlo Ninchi, aleggia costantemente sulla vicenda, alimentando l’equivoco su cui l’intero film si regge.
La struttura narrativa sfrutta l’equivoco come motore principale, più Antonio nega di essere all’altezza del ruolo che gli è stato affidato, più i criminali che lo circondano si convincono che stia semplicemente bluffando, fingendo modestia per nascondere una temibile abilità criminale. Bragaglia costruisce scene in cui la gestualità comica di Totò sminuisce sistematicamente il pericolo reale della situazione, trasformando quello che potrebbe essere un dramma di malavita in una pura farsa degli equivoci.
Curiosità sul film
- Il film è una parodia dichiarata del celebre Pépé le Moko (1937) di Julien Duvivier, capolavoro del cinema francese con Jean Gabin nel ruolo del bandito della Casbah, un’opera talmente nota da essere stata rifatta anche a Hollywood, prima come Algiers (1938) con Charles Boyer, poi come musical con Casbah (1948).
- Curiosamente, per una parodia costruita interamente attorno a un classico del cinema francese, il film non venne distribuito in Francia (il paese natale del film originale) fino agli anni Ottanta, oltre trent’anni dopo la sua uscita in Italia.
- Il soggetto porta la firma di Arduino Maiuri, mentre la sceneggiatura fu scritta a più mani da Furio Scarpelli, Sandro Continenza e Vittorio Metz, tre nomi che negli anni successivi sarebbero diventati pilastri della commedia all’italiana.
- La sequenza del tango ballato da Totò, tra le più esilaranti del film, è stata più volte inclusa nelle antologie dedicate ai momenti comici più celebri della carriera dell’attore napoletano.
- Lo stesso Totò canta nel film “Mia bella signorina”, brano diventato una piccola curiosità musicale legata alla sua filmografia, ulteriore dimostrazione della sua versatilità come performer capace di muoversi tra recitazione, canto e comicità fisica nello stesso film.
- L’attrice Franca Marzi, che lavorò al fianco di Totò in ben ventidue film nel corso della propria carriera, lo ricordò in un’intervista come “un grandissimo attore, un uomo dall’anima gentile e pieno di umanità”, testimoniando il legame professionale duraturo che l’attore costruiva con i propri collaboratori abituali.
Recensione
Totò le Mokò appartiene a quella stagione feconda e un po’ sottovalutata della filmografia di Totò in cui l’attore, ancora prima di diventare sinonimo della grande commedia all’italiana con Steno e Monicelli, sperimentava un cinema più grezzo ma non per questo meno efficace, capace di sfruttare al massimo la sua formazione nel varietà teatrale napoletano. Il film funziona proprio perché non nasconde le proprie ambizioni modeste: è dichiaratamente una parodia, costruita attorno a un solo, semplice meccanismo comico (un uomo mite scambiato per un pericoloso criminale) e per gran parte della sua durata riesce a spremere da questa premessa un numero sorprendente di variazioni divertenti.
Il merito principale del film è aver capito, fin dalla scelta del protagonista, che la vera forza comica di Totò non sta tanto nelle battute quanto nel corpo, la sua fisicità disarticolata, quella capacità di trasformarsi in un’intera orchestra ambulante attraverso versi, schiocchi e movimenti improbabili, diventa la chiave attraverso cui il film costruisce l’intero primo atto, prima ancora che la trama criminale entri davvero nel vivo. È un Totò ancora vicino alle proprie radici di attore da avanspettacolo, e Bragaglia ha l’accortezza di non ostacolare mai questa vena performativa con una regia troppo invadente, lasciando che siano i tempi comici dell’attore, più che il montaggio o l’inquadratura, a scandire il ritmo delle scene.
Gianna Maria Canale e Carla Calò, dal canto loro, offrono un contrappunto elegante e mai puramente decorativo alla comicità di Totò, la loro presenza come rivali in amore aggiunge un ulteriore strato di equivoco alla vicenda, che si complica progressivamente man mano che Antonio si trova stretto tra due donne, un’identità non sua e una banda di criminali che non capiscono di avere di fronte un impostore. È una struttura da vaudeville applicata al cinema, e funziona proprio per la sua semplicità, ogni nuovo personaggio che entra in scena aggiunge una variabile all’equivoco di partenza, senza mai appesantire eccessivamente il ritmo narrativo.
La fotografia in bianco e nero di Sergio Pesce resta sobria, quasi documentaristica nell’impostazione, in perfetta sintonia con l’estetica del cinema italiano di fine anni Quaranta, non ci sono artifici visivi che distraggano dallo spettacolo comico, e il film respira per certi versi l’atmosfera urbana del neorealismo coevo, pur svuotandola completamente della sua carica tragica per riempirla di pura buffoneria. È una scelta stilisticamente onesta, che non tradisce mai le proprie intenzioni: Bragaglia non è un autore visionario, ma sa orchestrare con efficacia i tempi comici, senza cedere a rallentamenti superflui che avrebbero potuto compromettere la tenuta complessiva di un film che, va detto, si regge quasi interamente sulle spalle del suo protagonista.
Resta, alla fine, un film minore nella sterminata filmografia di Totò, ma capace di restituire con precisione un momento preciso della storia del cinema italiano, quello in cui la tradizione del varietà teatrale napoletano incontrava il nascente cinema popolare, trovando in Totò l’interprete perfetto per questa transizione. Da riscoprire proprio per questo, più che per una presunta compiutezza artistica che il film non insegue mai.
(Francesco Ippolito)
Film correlati
- Pépé le Moko (1937) di Julien Duvivier – l’originale francese di cui questo film è dichiaratamente la parodia, imprescindibile per cogliere ogni singolo riferimento della versione comica.
- Totò le Moko ha un ideale gemello nel percorso di Totò con Totò all’inferno (1955) di Camillo Mastrocinque, per lo stesso gusto dell’equivoco portato all’estremo come motore comico.
- Miseria e nobiltà (1954) di Mario Mattoli – altro classico del repertorio di Totò costruito sulla commedia degli equivoci sociali, qui applicata alla fame e alla finzione di classe più che al crimine.
- I due marescialli (1961) di Sergio Corbucci – con lo stesso Totò coinvolto in un altro scambio di identità forzato, questa volta in chiave di farsa bellica anziché criminale.
Leggi anche: Leviticus 2026

