Driver l’imprendibile 1978
Driver l’imprendibile
Diretto da Walter Hill
Sceneggiatura di Walter Hill
Prodotto da 20th Century Fox, EMI Films
Protagonisti: Ryan O’Neal, Bruce Dern, Isabelle Adjani, Ronee Blakley, Matt Clark, Felice Orlandi, Joseph Walsh, Rudy Ramos
Fotografia: Philip H. Lathrop
Musiche: Michael Small
Produzione: 20th Century Fox, EMI Films
Data di uscita: 1978-06-08
Durata: 91 minuti
Generi: Crime, Thriller, Azione
Lingua originale: EN
Driver l’imprendibile – Trama, curiosità e perché è il padre segreto di Drive
Un uomo senza nome, un volto neutro dietro il volante. Ryan O’Neal incarna il Driver, il pilota professionista che i criminali di Los Angeles cercano quando serve un autista capace di far sparire un’auto dalla scena di una rapina senza lasciare tracce. La sua abilità al volante lo ha reso una leggenda nel sottobosco criminale della città, mai catturato, mai davvero identificato. Ma questa volta la caccia cambia direzione, il Detective, interpretato da Bruce Dern con un’ossessione fredda e metodica, decide di trascinarlo in una trappola costruita con i pezzi della malavita locale, promettendo l’impunità a una banda di rapinatori in cambio della loro collaborazione per incastrarlo in una rapina organizzata ad arte. Il gioco si ribalta quando il Detective scopre che controllare un uomo come il Driver è molto più difficile del previsto, soprattutto quando entra in scena la Player, interpretata da Isabelle Adjani, chiamata dal Driver stesso per confondere ulteriormente le carte in tavola.
Ryan O’Neal non costruisce un eroe romantico, mantiene una distanza fisica ed emotiva che lo rende quasi intoccabile, un uomo che vive in motel economici nonostante le cifre considerevoli che riesce a guadagnare con il proprio mestiere, segno che il denaro non è mai stato il vero motore delle sue azioni. Bruce Dern è l’opposto, un’ossessione incarnata, un detective convinto di meritare quella vittoria personale più di quanto la legge stessa gliela imponga come dovere. Attorno a loro Isabelle Adjani porta una vulnerabilità enigmatica che disturba l’equilibrio freddo del film, mentre Ronee Blakley e Matt Clark completano un microcosmo di criminali minori trascinati in giochi molto più grandi di loro. Nessuno dei personaggi ha un nome vero, perché questo non è un film su individui specifici, ma su ruoli, funzioni e necessità.

Curiosità sul film Driver l’imprendibile
- Prima di Ryan O’Neal, Walter Hill aveva pensato il ruolo del Driver per Steve McQueen, la cui presenza avrebbe probabilmente cambiato il destino commerciale del film; fu preso in considerazione anche Charles Bronson, scartato però a causa di un contrasto personale avuto con lo stesso Hill in un progetto precedente.
- La sceneggiatura, scritta dallo stesso Walter Hill, venne concepita fin dall’inizio con un numero di dialoghi ridottissimo: nell’intero film, il personaggio del Driver pronuncia in tutto circa trecentocinquanta parole, una scelta radicale che trasforma il linguaggio del corpo e la precisione dei gesti nel vero mezzo espressivo del protagonista.
- Il montaggio finale, di appena 91 minuti, è il risultato di un drastico lavoro di sottrazione, il primo montaggio approntato da Hill superava le due ore di durata, prima che il regista decidesse di eliminare gran parte del retroscena motivazionale dei personaggi per arrivare all’essenzialità quasi documentaristica che caratterizza la versione uscita nelle sale.
- Isabelle Adjani accettò il ruolo perché ammiratrice del precedente film di Walter Hill, I duri (Hard Times, 1975); anni dopo, tuttavia, l’attrice avrebbe rinnegato pubblicamente l’esperienza, sostenendo che il film avesse danneggiato la propria carriera hollywoodiana, arrivando a definire la propria scelta “un terribile errore”.
- Il film è ampiamente riconosciuto dalla critica come fortemente debitore, per struttura e atmosfera, di Frank Costello faccia d’angelo (Le Samouraï, 1967) di Jean-Pierre Melville, capostipite dell’archetipo del criminale silenzioso e senza nome.
- Accolto con freddezza dalla critica americana al momento dell’uscita (Roger Ebert lo liquidò con due stelle e mezzo, criticando la scelta di ridurre i personaggi a semplici simboli) il film venne invece rivalutato negli anni successivi, riconosciuto oggi come una delle opere più influenti di Walter Hill, capace di ispirare registi come Michael Mann, Quentin Tarantino e Nicolas Winding Refn, che ne trasse diretta ispirazione per Drive (2011).

Recensione Driver l’imprendibile (1978): il flop che Tarantino e Refn considerano un capolavoro
A distanza di quasi cinquant’anni, Driver l’imprendibile resta uno degli esempi più puri e più coraggiosi di cinema costruito sulla sottrazione. In un’epoca in cui il thriller d’azione tendeva già verso la spettacolarizzazione crescente, Walter Hill sceglie la strada opposta: elimina il superfluo, riduce i dialoghi all’osso, spoglia i personaggi persino del proprio nome, fino a farli diventare puri archetipi, il Driver, il Detective, la Player. È una scelta che al momento dell’uscita disorientò gran parte della critica americana, abituata a valutare un thriller per la ricchezza psicologica dei propri personaggi, ma che oggi si legge come un atto di straordinaria disciplina formale, capace di anticipare di decenni un certo minimalismo che il cinema di genere avrebbe riscoperto solo molto più tardi.
Il vero terreno di scontro del film non è mai fisico, ma psicologico, ed è proprio in questo che Hill dimostra la propria maturità di sceneggiatore e regista: il Detective di Bruce Dern non vuole semplicemente arrestare il Driver, vuole dimostrare a sé stesso di poter dominare un uomo che considera, nel profondo, il proprio doppio speculare, un professionista quanto lui, ma dall’altra parte della legge. È una dinamica quasi da tragedia greca, in cui l’ossessione del cacciatore lo spinge progressivamente a infrangere proprio le regole che dovrebbe difendere, mentre il Driver, dal canto suo, non cerca mai lo scontro diretto, vuole solamente restare fuori dal gioco, tornare all’anonimato che il proprio mestiere richiede. Ryan O’Neal, spesso ricordato per ruoli sentimentali distanti anni luce da questo registro, offre probabilmente la prova più sorprendente della propria carriera proprio perché accetta di lavorare quasi esclusivamente per sottrazione, lasciando che sia la precisione fisica dei suoi movimenti al volante, più che le parole, a definire il personaggio.
Le scene di guida, che avrebbero potuto facilmente trasformarsi in mero spettacolo fine a sé stesso, restano invece ancorate a una logica quasi coreografica, non inseguimenti costruiti per stupire, ma dimostrazioni di mestiere, quasi balletti meccanici in cui ogni curva, ogni frenata, ogni manovra comunica competenza professionale più che adrenalina fine a sé stessa. È un approccio alla messa in scena dell’azione che il cinema successivo, da Michael Mann fino a Nicolas Winding Refn, avrebbe ripreso e sviluppato, riconoscendo esplicitamente il debito nei confronti di questo film.
Sul piano visivo la fotografia di Philip H. Lathrop costruisce una Los Angeles notturna fatta di ambienti urbani anonimi, superfici lucide e ombre profonde, incorniciando costantemente i personaggi in spazi vuoti che ne sottolineano l’isolamento reciproco. La colonna sonora di Michael Small non sovrabbonda mai, lasciando che siano il rombo dei motori, i dialoghi sporadici e soprattutto il silenzio a costruire la tensione, un’estetica sobria che anticipa buona parte del noir urbano degli anni Ottanta, senza mai scivolare nel manierismo che quel filone avrebbe poi spesso abbracciato.
Resta un film che chiede pazienza, che rifiuta ogni scorciatoia emotiva, ma che restituisce, a chi accetta le sue regole, uno dei ritratti più lucidi mai realizzati sul tema dell’ossessione professionale portata all’estremo e sul prezzo, silenzioso e solitario, che si paga per restare davvero fuori dal gioco.
(Francesco Ippolito)

Film correlati
- Frank Costello faccia d’angelo (Le Samouraï, 1967) di Jean-Pierre Melville – l’influenza dichiarata più citata dalla critica, capostipite dell’archetipo del professionista solitario e senza nome.
- Drive (2011) di Nicolas Winding Refn – riprende esplicitamente l’archetipo del pilota senza nome, al punto da essere costantemente messo a confronto diretto con questo film.
- Bullitt (1968) di Peter Yates – per l’eredità diretta nelle sequenze di inseguimento automobilistico costruite sulla precisione tecnica più che sullo spettacolo.
- To Live and Die in L.A. (1985) di William Friedkin – altro thriller poliziesco crepuscolare ambientato nella stessa Los Angeles notturna e moralmente ambigua.
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