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The Truman Show 1998

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The Truman Show locandinaThe Truman Show
Diretto da Peter Weir
Sceneggiatura di Andrew Niccol
Prodotto da Paramount Pictures, Scott Rudin Productions

Protagonisti: Jim Carrey, Laura Linney, Noah Emmerich, Natascha McElhone, Holland Taylor, Ed Harris, Paul Giamatti, Brian Delate

Fotografia: Peter Biziou
Musiche: Burkhard von Dallwitz
Produzione: Paramount Pictures, Scott Rudin Productions
Data di uscita: 1998-06-04
Durata: 103 minuti
Generi: Commedia, Dramma
Lingua originale: EN

The Truman Show – Trama

Truman Burbank vive a Seahaven Island, una cittadina costiera dove il sole splende sempre, i vicini sono cordiali e tutto scorre con un ritmo rassicurante, quasi sospeso nel tempo. Quello che non sa è semplice ma terribile: la sua intera esistenza, dalla nascita in poi, viene trasmessa ventiquattr’ore su ventiquattro a milioni di spettatori in tutto il mondo. Non c’è nulla di naturale intorno a lui. Ogni elemento del paesaggio, ogni incontro apparentemente casuale, ogni istante della sua giornata è orchestrato da una regia che lui non ha mai avuto motivo di sospettare. La tagline originale lo dice con precisione chirurgica: “In onda. Ignaro.”

Jim Carrey interpreta Truman non come il solito personaggio comico a cui il pubblico degli anni Novanta era abituato, ma come un uomo che comincia lentamente a percepire crepe nella propria realtà quotidiana, e il suo volto registra questo passaggio con una vulnerabilità rara nelle sue interpretazioni precedenti. Intorno a lui, Laura Linney interpreta la moglie Meryl, capace di sorridere mantenendo un contatto visivo che non trasmette amore ma un controllo costante e professionale, mentre Noah Emmerich dà corpo al migliore amico Marlon, la cui lealtà nasconde un inganno più profondo di quanto Truman possa immaginare. Ognuno dei personaggi che popolano Seahaven ha una funzione precisa, un ruolo assegnato, una ragione ben definita per restare al fianco del protagonista.

La suspense si costruisce per accumulo di piccole anomalie: lo stesso passante che compare due volte nello stesso punto, il cielo che si oscura senza una ragione atmosferica plausibile, la realtà che comincia a incrinarsi proprio ai margini dell’inquadratura. Peter Weir non accelera mai il ritmo narrativo, lo densifica progressivamente, costruendo uno spazio psicologico in cui il dubbio dilaga silenziosamente scena dopo scena. Le strade di Seahaven cominciano a somigliare a un set, gli edifici a semplici fondali dipinti. Truman avverte che qualcosa non torna e comincia a cercare vie d’uscita da una geografia che sembra improvvisamente troppo perfetta per essere reale.

Visivamente il film respira un equilibrio quasi maniacale. La fotografia di Peter Biziou trasforma la cittadina in una bolla luminosa, quasi iperrealistica: colori saturi, geometrie perfette, una profondità di campo che appare artificiale anche quando riprende elementi perfettamente naturali. La colonna sonora, firmata da Burkhard Dallwitz con l’apporto di brani originali di Philip Glass, oscilla continuamente tra il leggero e l’inquietante, sostenendo questa sensazione pervasiva di una realtà falsata. Weir dirige ogni inquadratura come se osservasse un acquario dall’esterno, con distacco clinico e insieme una precisione quasi affettuosa verso il proprio soggetto.

Curiosità sul film

  • Il ruolo di Christof, il creatore e regista onnipotente dello show all’interno del film, fu inizialmente affidato a Dennis Hopper, che abbandonò la produzione poco dopo l’inizio delle riprese per divergenze creative con Weir. Il ruolo passò a Ed Harris, e diverse scene già girate dovettero essere rifatte da capo per adattarsi alla sua interpretazione, con un conseguente allungamento dei tempi e dei costi di produzione.
  • Jim Carrey accettò un compenso di 12 milioni di dollari, sensibilmente inferiore alla sua quotazione abituale di circa 20 milioni raggiunta dopo il successo di Chi vuole la testa di Peter Bailey? (Liar Liar): una scelta che liberò budget per la costruzione degli elaborati set pratici necessari a simulare la produzione televisiva all’interno del film.
  • La sceneggiatura di Andrew Niccol, che negli anni successivi avrebbe scritto e diretto Gattaca, nella sua prima stesura era concepita in tono ben più cupo, un thriller di fantascienza ambientato a New York: fu Peter Weir a spingere per un registro più sfumato, a metà tra la satira e il dramma esistenziale.
  • La cittadina di Seahaven fu ricostruita quasi interamente a Seaside, in Florida, una località reale il cui design urbanistico si ispira esplicitamente ai quadri di Norman Rockwell e alle cartoline patinate dell’America degli anni Sessanta.
  • L’uscita del film era originariamente prevista per l’estate del 1997, ma Paramount decise di posticiparla di quasi un anno.
  • Il fenomeno è entrato persino nel lessico della psichiatria: nel 2008 lo psichiatra Joel Gold, della Bellevue Hospital di New York, coniò l’espressione “sindrome di Truman” per descrivere pazienti convinti che la propria vita fosse in realtà un reality show trasmesso a loro insaputa.
  • Nell’edizione italiana il doppiatore di Jim Carrey, Roberto Pedicini, vinse il Nastro d’argento al miglior doppiaggio maschile del 1999 per la sua interpretazione vocale di Truman.

Recensione

C’è un motivo se, oltre venticinque anni dopo l’uscita, The Truman Show continua a essere citato ogni volta che si parla di sorveglianza, reality e costruzione mediatica dell’identità: il film ha avuto l’intuizione, rara per un blockbuster hollywoodiano dell’epoca, di anticipare un decennio di trasformazioni culturali che negli anni Novanta erano ancora agli albori. Uscito appena un anno prima del boom dei reality show veri e propri, il film sembra aver previsto non solo il format ma anche il disagio collettivo che ne sarebbe derivato, quello di una società disposta a scambiare l’intimità altrui, e potenzialmente la propria, con l’intrattenimento.

Ciò che rende il film ancora oggi solido non è tanto il twist concettuale, quanto la cura con cui Weir lo mette in scena. La regia rifiuta costantemente la scorciatoia del thriller paranoico puro: non ci sono inseguimenti forsennati, non c’è una minaccia fisica incombente nel senso classico del termine. La tensione nasce invece da una sottrazione progressiva di certezze, costruita attraverso dettagli minimi (un’auto che passa due volte, un faro che cade dal cielo senza spiegazione) che si accumulano fino a diventare insostenibili. È un cinema che si fida dell’intelligenza dello spettatore, lasciandogli il tempo di accorgersi delle crepe insieme al protagonista, senza mai sottolinearle con artifici di montaggio invadenti.

Jim Carrey è probabilmente l’elemento più sorprendente dell’intera operazione. Arrivato al ruolo dopo una serie di successi comici fisici ed estremi, l’attore sceglie qui una strada di sottrazione quasi opposta: il suo Truman non urla, non esagera le espressioni, costruisce invece un uomo qualunque la cui inquietudine cresce attraverso piccoli, quasi impercettibili cedimenti nella maschera di normalità. È una delle prove più mature della sua carriera, e resta ancora oggi il riferimento più citato quando si discute della sua capacità di reggere un registro drammatico.

Il vero colpo di genio della sceneggiatura di Andrew Niccol, però, sta nell’aver reso Christof (il creatore dello show, interpretato con gelida convinzione da Ed Harris) un antagonista che non si limita a incarnare il male in senso classico. Christof si considera sinceramente un padre affettuoso, convinto che il mondo artificiale costruito per Truman sia in fondo più sicuro e più felice di quello reale. È questa ambiguità morale, più che una qualunque minaccia fisica, a rendere il conflitto del film così scomodo; non stiamo assistendo alla lotta contro un cattivo dichiarato, ma contro un sistema che si giustifica attraverso il proprio stesso affetto malinteso.

Visivamente, il film costruisce un mondo che è già di per sé un commento critico, la fotografia di Peter Biziou e la produzione scenografica ispirata a Norman Rockwell restituiscono un’America da cartolina così perfetta da risultare immediatamente sospetta, un iperrealismo che ricorda da vicino l’estetica patinata della pubblicità televisiva. È un cortocircuito visivo intelligente, il film critica la televisione usando gli stessi codici estetici rassicuranti che la televisione stessa ha reso familiari, rendendo Seahaven riconoscibile e inquietante nello stesso istante.

Restano, a distanza di tempo, alcune ingenuità di sceneggiatura tipiche del genere, alcune spiegazioni logistiche sulla gestione dello show reggono meno a un’analisi più cinica, ma sono difetti marginali rispetto alla lucidità con cui il film affronta il proprio tema centrale: quanto siamo disposti, come spettatori, a considerare normale l’osservazione costante di una vita altrui, e quanto quella stessa domanda, oggi, riguardi molto più da vicino anche la nostra.

(Francesco Ippolito)

Film correlati

  • Dark City (1998) di Alex Proyas — uscito nello stesso anno, condivide con The Truman Show l’ossessione per una realtà artificialmente costruita da un potere esterno e invisibile ai suoi abitanti.
  • Ed TV (1999) di Ron Howard — affronta il tema della sorveglianza televisiva permanente, ma con un registro più apertamente comico e satirico.
  • Matrix (1999) delle sorelle Wachowski — porta alle estreme conseguenze fantascientifiche la stessa domanda sulla natura costruita della realtà percepita.
  • Essere John Malkovich (1999) di Spike Jonze — condivide la stessa vena di satira surreale sull’identità, l’osservazione e il controllo dell’esperienza altrui.

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