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Sam Neill: una carriera in 10 titoli senza mai essere una star

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L’uomo che guardò la follia ridendo

C’è una scena alla fine di In the Mouth of Madness (John Carpenter, 1994) che dice tutto quello che c’è da sapere su Sam Neill. È seduto in un cinema, in camicia di forza, e guarda su uno schermo la propria discesa nell’abisso. Ride. Non è una risata nervosa. È secca, totale, liberatoria. È l’unica risposta possibile quando la realtà ha smesso di reggere. Quel momento, perfetto nella sua economia, devastante nella sua semplicità, racconta il segreto di una carriera che ha attraversato cinquant’anni senza mai diventare stellare nel senso hollywoodiano, ma che ha lasciato tracce più profonde di tante star vere.

Neill è morto il 13 luglio 2026 a Sydney, all’età di 78 anni. Quasi cinque decenni nel cinema e nella televisione. Eppure il paradosso, affascinante e quasi commovente, è che non è mai stato un nome che riempie i titoli di testa. Una volta disse di considerarsi semplicemente un attore professionista richiesto, non una star. Quello che ha costruito è qualcosa di più raro, una presenza. Una faccia che riconosci, una voce che ti tranquillizza poi, quando serve, ti sgomenta.

Dieci film non bastano a contenere una filmografia di oltre 150 crediti cinematografici. Ma possono fare da mappa. Un percorso che parte dalla Nuova Zelanda, passa per l’Australia, sfiora Hollywood senza mai cederle del tutto, e torna a casa, letteralmente, nel 2016. Quello che emerge non è un racconto di conquista ma di scelte. E di rifiuti.

L’antipode che fece tremare l’America

Il suo ruolo rivelazione in Nuova Zelanda fu Sleeping Dogs (1977), il primo film locale ad essere ampiamente proiettato all’estero. Roger Donaldson aveva ingaggiato l’attore Sam Neill, che era sul punto di abbandonare la recitazione. Thriller politico paranoico ambientato in una Nuova Zelanda che precipita verso la dittatura, il film oggi può sembrare invecchiato, guardato retrospettivamente sembra un vecchio prodotto malfatto, non ben sceneggiato, poco sottile, gonfiato, ma è stato il primo. Il primo film commerciale neozelandese girato in 35mm e il primo ad avere una distribuzione internazionale. Neill aveva 29 anni. Interpretò Smith, un uomo comune trascinato in un mondo di disordini politici e cospirazione. Non c’era niente di eroico in quella performance. Era il ritratto di un tipo che non capisce cosa gli sta succedendo e che, forse, non vuole capirlo.

Due anni dopo arrivò My Brilliant Career (1979), di Gillian Armstrong, dove recitò come protagonista romantico maschile opposto a Judy Davis, che ottenne un successo internazionale. Il film stabilì due cose: che Neill poteva essere il leading man, e che non sarebbe mai stato solo quello. Il pubblico vide per la prima volta quella “quieta intensità” quando recitò accanto a un’altra debuttante, Judy Davis. Quel “quiet intensity” è una chiave. Neill non esplode. Non urla. Guarda, ascolta, risponde. È un attore della sottrazione, non dell’accumulo. Quando recita con Judy Davis (attrice vorace, capace di mangiarsi l’inquadratura) lui resiste. Non per tecnica, per istinto. È l’uomo che sopporta, non quello che seduce.

Poi, nel 1981, Neill vinse il suo primo ruolo internazionale importante come Damien Thorn in The Final Conflict. Nello stesso anno interpretò un ruolo da protagonista nel film cult di Andrzej Żuławski Possession. Il secondo titolo, girato a Berlino Ovest, psicologicamente violento, fisicamente estenuante, Neill lo ha definito “il film più estremo che abbia mai fatto sotto ogni aspetto… penso di essere appena sfuggito a quel film con la mia sanità mentale a malapena intatta”. Interpretò Mark, una spia la cui moglie Anna, interpretata da Isabelle Adjani, gli dice di voler divorziare. Quello che inizia come la storia di una relazione che va in pezzi scende rapidamente in qualcosa di molto più surreale e inquietante. Guardare Possession è come assistere a un esaurimento nervoso in tempo reale. Neill non si protegge. Si butta. È la dimostrazione, precocissima, che dietro l’aria rassicurante c’è altro. Molto altro.

Il paleontologo che non voleva essere eroe

Recitò poi come protagonista in uno dei più grandi blockbuster di tutti i tempi nel ruolo del posato Dr. Alan Grant in Jurassic Park di Steven Spielberg (1993). Si racconta che dato il costo della CGI rivoluzionaria usata nel film, i produttori cercavano di ingaggiare un attore relativamente sconosciuto (al pubblico dei blockbuster estivi, si intende) per il ruolo. Neill era perfetto. Abbastanza credibile da incarnare uno scienziato. Abbastanza poco glamour da non distrarre dai dinosauri. Spielberg ha dichiarato: “Sam era eccezionalmente collaborativo. È stato difficile per lui interpretare un personaggio che agiva come se i bambini fossero disordinati e puzzolenti perché questo era l’opposto del padre amorevole che era per i suoi figli”.

Jurassic Park avrebbe potuto, dovuto, trasformarlo in una star globale. Non lo fece. O meglio, lo rese riconoscibile, non dominante. C’è una differenza. Il ruolo diede allo spettacolo degli effetti visivi un centro umano, e divenne la performance che ha definito la sua carriera per milioni di spettatori. Ma, nello stesso anno, nello stesso anno, uscì anche The Piano di Jane Campion, dove Neill interpreta Alisdair Stewart, un proprietario terriero benestante nella Nuova Zelanda del XIX secolo che sposa la pianista muta Ada McGrath, interpretata da Holly Hunter. Una figura riservata ma controllante. L’insicurezza e il desiderio di autorità di Alisdair lo rendono uno dei personaggi moralmente più complicati del film. Il film vinse tre Oscar: Miglior Attrice per Hunter, Miglior Attrice Non Protagonista per Anna Paquin e Miglior Sceneggiatura Originale per Campion. L’accoppiamento fu quasi un’encapsulazione della sua carriera, un film serio, locale e formalmente audace, mentre l’altro era un colosso commerciale globale.

Confronta Neill in quelle due performance. In Jurassic Park è competenza incarnata. Sicurezza, logica, scienza. In The Piano è desiderio frustrato, rigidità coloniale, vergogna mascherata da decoro. Sono due uomini che non potrebbero essere più diversi, eppure funzionano entrambi perché Neill non recita “il personaggio”. Recita la paura sotto il personaggio. La crepa.

Sam Neill
Immagine via TMDB

Il lato oscuro della ragionevolezza

Sam Neill non è stato un grande attore nonostante i suoi ruoli horror, è stato un grande attore per mezzo dei suoi ruoli horror. Il suo lavoro con Carpenter in In the Mouth of Madness (1994) e con Paul W.S. Anderson in Event Horizon (1997) non è marginale. È centrale. Si è specializzato in un tipo raro di terrore, calmo e ragionevole e tanto peggiore per questo. Questo è il nostro addio a uno dei leading man più sottovalutati dell’horror.

In entrambi Event Horizon di Paul W. S. Anderson e In the Mouth of Madness di John Carpenter, Neill inizia come un tipo di personaggio da uomo comune simile al suo iconico ruolo in Jurassic Park, fungendo da surrogato del pubblico pronto ad affrontare gli orrori che attendono nel resto del film. Neill armò con maestria quel carisma naturale e quella familiarità con il pubblico per intensificare la discesa dei suoi personaggi nella follia o la capacità di puro male. Una delle scene più memorabili di Neill arriva mentre la sanità mentale di Trent si erode, siede in un cinema guardando la propria prova proiettata sullo schermo, ridendo e singhiozzando mentre il mondo crolla intorno a lui. Non c’è niente di simile in tutto il suo lavoro mainstream. È pura vulnerabilità trattata come spettacolo.

Come spia gelosa e sempre più squilibrata che guarda sua moglie scomparire nella follia in mezzo alla paranoia della Germania Ovest dell’era della Guerra Fredda, il marito tradito di Neill appare inizialmente come un uomo-cifra, un straight man rispetto all’energia maniacale di Adjani. Ma modula brillantemente la discesa del suo personaggio dalla disperazione tranquilla alla paranoia al sudore, agli occhi sgranati della follia e all’automutilazione, dimostrando di essere una parte portante del film. Gli occhi di Neill da soli ritraggono una tristezza intensa e senza fondo un momento e una completa resa alla follia più tardi, nel tipo di performance senza paura che era scioccante per un giovane attore così all’inizio della sua carriera. Pensa a Cronenberg. Pensa a Isabelle Huppert. Attori che usano il corpo come campo di battaglia. Neill fa lo stesso, ma lo fa con il volto. Con lo sguardo. È un orrore cerebrale, non viscerale. Ed è proprio per questo che funziona.

Il ritorno a casa che nessuno si aspettava

Nel mezzo ci furono altri titoli. Dead Calm (1989), The Hunt for Red October (1990), Event Horizon (1997), The Dish (2000). Televisione di qualità: Merlin (1998), che gli valse nomination agli Emmy e ai Golden Globe. Fu anche nominato ai Golden Globe per il ruolo della spia storica Sidney Reilly in Reilly, Ace of Spies (1983) e di un ufficiale britannico durante la Seconda Guerra Mondiale in One Against the Wind (1991). Apparve in Peaky Blinders come il capo ispettore Chester Campbell, un poliziotto corrotto e sadico inviato da Winston Churchill per ripulire la Birmingham del dopoguerra. Un’interpretazione glaciale, tutta controllo e disgusto trattenuto. Era il tipo di personaggio che la televisione britannica sa scrivere meglio di chiunque altro: malvagio non perché psicopatico ma perché convinto di avere ragione.

E poi, nel 2016, Hunt for the Wilderpeople di Taika Waititi. Presentato al Sundance Film Festival il 22 gennaio 2016, distribuito in tutta la Nuova Zelanda il 31 marzo 2016. Un meraviglioso dramma dolce e thriller, Hunt for the Wilderpeople è stato un altro successo di critica nel curriculum di Neill e ad oggi è il film locale di maggior successo al botteghino neozelandese. Hunt for the Wilderpeople toglie tutto questo. Hec non è la persona più intelligente nella stanza. Non sta cercando di salvare il mondo. È solo un uomo solitario che inaspettatamente trova qualcuno di cui vale la pena prendersi cura. Quella semplicità permette a tutte le migliori qualità di Neill di brillare. Il senso dell’umorismo secco. La compassione riluttante. La capacità di comunicare tutto ciò di cui una scena ha bisogno con poco più di un’espressione o una pausa perfettamente calibrata.

Non c’è traccia di Alan Grant qui. Nessuna saggezza da trasmettere. Sulla carta Hec è un personaggio familiare, un vedovo testardo che non vuole avere nulla a che fare con il ragazzo energico improvvisamente catapultato nella sua vita. Un altro film avrebbe potuto trasformarlo in un burbero a una dimensione prima di dargli un prevedibile cambio di cuore. Waititi non prende mai quella scorciatoia e Neill non interpreta mai Hec come qualcuno che, segretamente, ha tutte le risposte. Resta burbero, si lamenta costantemente e metà del tempo sembra che preferirebbe camminare altri venti chilometri piuttosto che parlare. È la performance di un attore che ha smesso di cercare di piacere. E per questo, paradossalmente, è quella che ti conquista di più.

Sam Neill se ne va: il cinema perde una leggenda silenziosa
Via Unsplash

L’invisibilità come scelta

Fu uno dei principali candidati a sostituire Roger Moore come James Bond, ma il ruolo alla fine andò a Timothy Dalton. Immagina Sam Neill come 007. Non funziona. Non perché non avrebbe potuto farlo (tecnicamente, fisicamente, avrebbe retto) ma perché Bond richiede una forma di autocompiacimento che Neill non possiede. O non vuole possedere. La sua carriera è una sequenza di porte che ha scelto di non attraversare. Non per paura. Per istinto. Per rispetto verso qualcosa che non si lascia facilmente definire ma che ha a che fare con la dignità del mestiere.

Dieci titoli (Sleeping Dogs, My Brilliant Career, Possession, The Final Conflict, Dead Calm, Jurassic Park, The Piano, In the Mouth of Madness, Event Horizon, Hunt for the Wilderpeople) raccontano una traiettoria che non somiglia a nessun’altra. Non è ascesa. Non è declino. È movimento orizzontale. Attraversamento. Un attore che si è mosso tra generi, paesi, registri, senza mai perdere la propria voce. Quella voce (ironica, malinconica, capace di piegare una battuta in qualcosa di più oscuro) è la vera firma. Più di qualsiasi ruolo iconico. Ed è per questo che, alla fine, Sam Neill non è mai diventato una star nel senso convenzionale del termine. È diventato qualcosa di più difficile da dimenticare.

(Francesco Ippolito)

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