Her Private Hell, la recensione: Sophie Thatcher illumina l’ultimo incubo visivo di Refn
Her Private Hell
Diretto da Nicolas Winding Refn
Sceneggiatura di Nicolas Winding Refn, Esti Giordani
Prodotto da NEON, byNWR, Pillow
Protagonisti: Sophie Thatcher, Charles Melton, Havana Rose Liu, Kristine Froseth, Shioli Kutsuna, Aoi Yamada, Dougray Scott, Diego Calva
Fotografia: Magnus Nordenhof Jønck
Musiche: Pino Donaggio
Produzione: NEON, byNWR, Pillow
Data di uscita: 2026-09-30
Durata: 110 minuti
Generi: Fantascienza, Horror, Thriller
Lingua originale: EN
Her Private Hell – Trama
In una metropoli futuristica avvolta da una nebbia perenne, l’attrice Elle viene convocata dal padre Johnny Thunders (figura ambigua e magnetica dello showbiz) per recitare in un film di fantascienza dichiaratamente ispirato a Barbarella. Prima ancora che le riprese comincino, Johnny abbandona la figlia affidandola alle cure della propria nuova moglie Dominique, che con Elle condivide un passato sentimentale mai del tutto chiuso, e di Hunter, un’altra attrice del cast dal fascino spregiudicato. Le tre donne si ritrovano coinvolte in un tour sempre più torbido nei sottoboschi della città, mentre nelle strade avvolte dalla foschia si aggira il Leather Man, un serial killer dai pugni ricoperti di diamanti che semina morte tra le donne del luogo.
In parallelo Private K, un soldato americano, attraversa gli stessi bassifondi nebbiosi in cerca della propria figlia, rapita proprio dal Leather Man. Le due ricerche (quella di Elle per un padre che forse non è mai stato ciò che sembrava, quella di Private K per una figlia sottratta a un mostro senza volto) si intrecciano in un racconto che rifiuta la linearità, componendosi piuttosto per accumulo di immagini, incontri e presagi.
Curiosità sul film Her Private Hell
- Il ritorno di Refn al lungometraggio dopo un decennio. Her Private Hell segna il primo film per il grande schermo diretto da Nicolas Winding Refn dopo The Neon Demon (2016); nel mezzo, il regista si era dedicato esclusivamente alla televisione, con Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboy.
- Presentato in concorso a Cannes. Il film ha debuttato al Festival di Cannes il 18 maggio 2026, prima di arrivare nelle sale statunitensi il 24 luglio.
- Un cast internazionale. Al fianco di Sophie Thatcher e Charles Melton, il film riunisce interpreti provenienti da tradizioni cinematografiche diverse, tra cui le attrici giapponesi Shioli Kutsuna e Aoi Yamada, oltre a Hidetoshi Nishijima.
- Una title card annunciata come mistero. Al momento dell’annuncio del cast, Neon si limitò a descrivere il progetto sui social come “qualcosa di groovy”, senza fornire alcun dettaglio sulla trama.
- La consacrazione di Sophie Thatcher. Diversi critici, anche tra i più severi verso il film nel suo complesso, hanno indicato la prova di Thatcher (già nota per Companion, Heretic e Yellowjackets) come il vero elemento che rende il film memorabile, quasi al punto da suggerire che possa consacrarla come nuova “scream queen” del cinema di genere contemporaneo.
Recensione
Affrontare l’ultimo lavoro di Nicolas Winding Refn richiede, prima di tutto, di accettare i termini con cui il regista danese ha sempre inteso il proprio cinema: non narrazione lineare al servizio dello spettatore, ma costruzione ipnotica di stati d’animo attraverso l’immagine, il colore, il ritmo. Her Private Hell porta questa poetica alle estreme conseguenze, ed è un film che va valutato per quello che offre a chi accetta di entrare nella sua logica, non per quello che nega a chi cerca una struttura narrativa convenzionale, una distinzione che buona parte della ricezione critica internazionale ha faticato a fare, liquidando il film con una severità che non rende giustizia ai suoi momenti più riusciti.
Il centro indiscutibile dell’operazione è Sophie Thatcher, che nei panni di Elle offre probabilmente la prova più compiuta della sua carriera fin qui. L’attrice costruisce un personaggio sospeso tra la fragilità di chi è stata abbandonata da un padre inaffidabile e una durezza difensiva che affiora nei momenti di maggiore pressione, restituendo con precisione lo smarrimento di chi si muove in un mondo dove ogni figura di autorità (paterna, coniugale, artistica) si rivela inaffidabile. È un lavoro che si costruisce quasi interamente attraverso il corpo e lo sguardo, coerentemente con la cifra stilistica di Refn, che ha sempre preferito la performance fisica alla spiegazione verbale, e Thatcher dimostra qui una capacità di abitare lo spazio scenico che pochi interpreti della sua generazione possiedono con altrettanta naturalezza.
Attorno a lei, Havana Rose Liu e Kristine Froseth costruiscono un dittico femminile complementare quanto inquietante. Dominique porta con sé il peso di un passato mai risolto con Elle, mentre Hunter incarna una spregiudicatezza che funziona da contrappunto alla vulnerabilità della protagonista. Dougray Scott, nei panni di Johnny Thunders, restituisce con efficacia l’ambiguità morale di un padre-mostro sacro dello spettacolo, mai del tutto disonesto né del tutto affidabile, una figura che Refn tratteggia con la stessa cura ambivalente riservata storicamente ai suoi personaggi paterni. Charles Melton affronta il ruolo più fisico del film, il suo Private K attraversa la seconda linea narrativa con una determinazione quasi silenziosa, in un percorso che dialoga visivamente con l’immaginario di Only God Forgives, senza però limitarsi a replicarlo.
È proprio sul piano visivo che Her Private Hell raggiunge i suoi vertici più indiscutibili. La fotografia di Magnus Nordenhof Jønck trasforma la nebbia cittadina in una texture quasi tattile, capace di inghiottire i personaggi e restituirli come sagome sospese in uno spazio che non obbedisce più alle leggi della città reale. Refn lavora su composizioni geometriche che schiacciano i corpi umani dentro architetture ostili (l’immagine del Tower Hotel che si perde tra le nuvole resta una delle più memorabili dell’intero film) costruendo un’estetica che rifiuta ogni consolazione visiva in favore di una bellezza che genera disagio fisico prima ancora che ammirazione. Le musiche di Pino Donaggio, storico collaboratore di Brian De Palma, aggiungono un ulteriore strato di inquietudine, ronzando sotto le immagini più che accompagnandole in senso tradizionale.
È onesto riconoscere che questa scelta di sottoporre tutto (trama, personaggi, tensione) alla stessa logica onirica e rallentata ha un costo: la struttura a doppio binario tra Elle e Private K procede per lunghi tratti senza che i due percorsi dialoghino esplicitamente e la sceneggiatura, firmata da Refn insieme a Esti Giordani, sembra più interessata ad accumulare simboli (le tre figure paterne del film, il Leather Man, Johnny Thunders, Private K stesso, legate da un parallelismo che emerge solo gradualmente) che a costruire una progressione drammatica tradizionale. È una scelta che il film porta avanti con coerenza fino in fondo, ma che richiede allo spettatore un atto di fiducia importante: accettare che la coerenza qui non sia narrativa ma associativa, quasi musicale.
Il film funziona meglio se accostato non tanto a un thriller convenzionale quanto a un’opera visiva da attraversare per accumulo di sensazioni, nella tradizione che lo stesso Refn ha coltivato fin da Drive e portato alle estreme conseguenze in The Neon Demon. Chi si avvicina a Her Private Hell con queste aspettative troverà un film capace di restare impresso nella memoria visiva ben oltre la sua durata, sostenuto da un’interpretazione di Sophie Thatcher che merita di essere vista indipendentemente dal giudizio complessivo sull’operazione.
(Francesco Ippolito)
Perché vederlo
Her Private Hell è stato accolto con notevole freddezza da gran parte della critica internazionale dopo la sua presentazione al Festival di Cannes, e non è difficile capire perché. Refn porta la propria poetica visiva a un livello di astrazione che scoraggia chi cerca una trama tradizionale. Ma per chi ha amato Only God Forgives o The Neon Demon, e per chi è disposto a lasciarsi trasportare da un cinema che privilegia l’ipnosi visiva alla chiarezza narrativa, questo ritorno al lungometraggio dopo un decennio di televisione offre momenti di autentica potenza visiva, e soprattutto la conferma di Sophie Thatcher come una delle interpreti più interessanti della sua generazione. Non è un film per chi cerca intrattenimento immediato, ma per chi accetta che certe immagini valgano la fatica di attraversarle.
Film correlati a Her Private Hell
- Only God Forgives (Nicolas Winding Refn, 2013) – il precedente più diretto per l’ambientazione asiatica, la violenza stilizzata e il tema della figura paterna ingombrante.
- The Neon Demon (Nicolas Winding Refn, 2016) – l’ultimo lungometraggio del regista prima di questo ritorno, imprescindibile per comprendere l’evoluzione della sua estetica sul mondo dello spettacolo.
- Mulholland Drive (David Lynch, 2001) – per lo stesso principio di narrazione onirica applicata al mondo dell’industria dello spettacolo losangelina.
- Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve, 2017) – per l’ambientazione urbana futuristica avvolta dalla foschia, qui piegata a un registro più intimo e meno spettacolare.
Trailer
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