Solo sotto le stelle, la recensione: il western di Dalton Trumbo che Kirk Douglas amava più di ogni altro
Solo sotto le stelle
Diretto da David Miller
Sceneggiatura di Dalton Trumbo
Prodotto da Joel Productions
Protagonisti: Kirk Douglas, Gena Rowlands, Walter Matthau, Michael Kane, Carroll O’Connor, William Schallert, George Kennedy, Karl Swenson
Fotografia: Philip H. Lathrop
Musiche: Jerry Goldsmith
Produzione: Joel Productions
Data di uscita: 1962-04-26
Durata: 107 minuti
Generi: Western
Lingua originale: EN
Solo sotto le stelle – Trama
Kirk Douglas incarna Jack Burns, un cowboy che la storia ha dimenticato. Siamo nei primi anni sessanta, il West non esiste più, le strade sono asfaltate, i ranch diventano cantieri, le città si modernizzano spietatamente. Quando scopre che il suo migliore amico Paul Bondi (Michael Kane) è finito in carcere per aver aiutato dei migranti clandestini ad attraversare il confine, Jack architetta un piano tanto assurdo quanto sincero, provoca deliberatamente una rissa in un bar per farsi arrestare e finire nella stessa cella di Bondi, con l’intenzione di aiutarlo a evadere.
Il piano si scontra però con un ostacolo che Jack non aveva previsto, Bondi rifiuta di scappare, perché ha una moglie, Jerry (Gena Rowlands), e una famiglia da proteggere, e una fuga lo condannerebbe a una vita da latitante. Jack decide allora di evadere da solo, inseguito dallo sceriffo Johnson (Walter Matthau) – non un uomo cattivo, semplicemente un rappresentante dell’ordine nuovo, inevitabile quanto le strade asfaltate che Jack disprezza – e dal sadico vice-sceriffo Gutierrez (George Kennedy). La fuga a cavallo verso il confine messicano si trasforma in un confronto sempre più impari tra Jack, il suo cavallo Whiskey, ed elicotteri e jeep lanciati sulle sue tracce. Il finale, che qui non anticipiamo nei dettagli, mette in scena nel modo più diretto possibile lo scontro tra l’anacronismo vivente di Jack e la modernità che lo circonda.
Curiosità sul film Solo sotto le stelle
- Sceneggiatura di un premio Oscar già vittima della lista nera. Il copione è firmato da Dalton Trumbo, leggendario sceneggiatore hollywoodiano, reduce dal successo di Spartacus (anch’esso con Kirk Douglas) dopo essere stato per anni escluso dall’industria a causa del maccartismo.
- Il film preferito da Kirk Douglas. L’attore, che produsse personalmente il progetto attraverso la propria Bryna Productions dopo aver acquisito i diritti del romanzo nel 1958, ha più volte dichiarato pubblicamente che questo restava il suo film preferito tra tutti quelli da lui interpretati.
- Un compositore all’inizio della carriera. Le musiche sono di Jerry Goldsmith, qui a uno dei suoi primi grandi incarichi cinematografici, prima di diventare uno dei compositori più prolifici e celebrati della storia di Hollywood.
- Un futuro volto della sitcom americana. Carroll O’Connor, che qui interpreta il camionista coinvolto nell’incidente finale, sarebbe diventato una decina di anni dopo celebre in tutto il mondo per il ruolo di Archie Bunker in Arcibaldo.
- Tratto da un romanzo di Edward Abbey. Il film adatta The Brave Cowboy, romanzo del 1956 dello scrittore ambientalista Edward Abbey, di cui rimane una delle sole due trasposizioni cinematografiche mai realizzate.
Recensione
Pochi western hanno saputo trasformare la propria ambientazione contemporanea in una dichiarazione di poetica così radicale come Solo sotto le stelle. David Miller e Dalton Trumbo (quest’ultimo reduce dalla lista nera hollywoodiana e già autore della sceneggiatura di Spartacus) costruiscono un film che rifiuta ogni nostalgia consolatoria per il West mitico, scegliendo invece di ambientare il proprio cowboy solitario nei primi anni sessanta, tra autostrade, elicotteri e camion di sanitari, per misurare con precisione chirurgica la distanza tra un’idea di libertà individuale e il mondo che quell’idea ha reso obsoleta.
Kirk Douglas costruisce Jack Burns rifiutando ogni tentazione di renderlo un eroe romantico senza macchia. La sua testardaggine non nasce da un’astratta fedeltà ai valori del vecchio West, ma da un atto concreto di lealtà verso l’amico Paul Bondi: è per lui, non per principio, che Jack architetta il proprio arresto volontario, in una delle premesse più originali e meno scontate dell’intero genere western. È significativo che lo stesso Douglas abbia sempre indicato questo film come il suo preferito tra quelli interpretati, la sua prova qui rifiuta il carisma spavaldo con cui l’attore era solitamente associato al pubblico, sostituendolo con una testardaggine quasi dolorosa, capace di generare empatia proprio nella misura in cui il personaggio si rivela incapace di accettare qualsiasi compromesso, persino quando il compromesso sarebbe l’unica strada verso la sopravvivenza.
Gena Rowlands, nei panni di Jerry Bondi, moglie del miglior amico di Jack, porta al film una tensione emotiva sottotraccia mai dichiarata esplicitamente: il suo personaggio comprende la disperazione di Jack senza condividerla, e la sceneggiatura lascia intuire, senza mai risolverla in un dialogo esplicito, una comprensione reciproca tra i due che va oltre la semplice amicizia. Walter Matthau, nello sceriffo Johnson, offre forse il ritratto più sfumato dell’intero film, non è un antagonista personale di Jack, ma la personificazione paziente e quasi rassegnata di un ordine nuovo che non ha bisogno di crudeltà per essere inesorabile. È proprio l’assenza di malizia nel suo personaggio a rendere la caccia all’uomo ancora più struggente. Johnson non vuole vincere contro Jack, vuole solo che smetta di farsi del male in un mondo che ha smesso di avere spazio per lui. George Kennedy, nei panni del vice-sceriffo Gutierrez, introduce invece l’unica vera componente di crudeltà gratuita della vicenda, un contrappunto necessario che impedisce al film di semplificare eccessivamente il proprio impianto morale in un conflitto senza vittime reali.
La narrazione segue la parabola di una caduta senza redenzione. David Miller costruisce questa storia come un’elegia, ogni scontro con la civiltà moderna è uno strappo, ogni tentativo di resistenza è un colpo che indebolisce ulteriormente Jack, fino a un climax che intreccia con crudeltà quasi documentaria il destino del protagonista con quello, apparentemente estraneo, di un camionista che attraversa l’autostrada trasportando sanitari sotto la pioggia. È un montaggio alternato che Trumbo e Miller costruiscono con pazienza fin dalle prime scene del film, lasciando che lo spettatore intuisca, senza mai poterlo prevenire, come le due traiettorie narrative siano destinate a incontrarsi nel modo più letterale e definitivo possibile: la modernità che travolge fisicamente l’anacronismo vivente che Jack ha scelto di incarnare fino alle estreme conseguenze.
Visivamente il film sceglie il bianco e nero, una decisione stilistica che accentua il contrasto tra la bellezza selvaggia del paesaggio e i simboli invadenti del progresso, recinzioni, cartelli stradali, automobili, che lo occupano progressivamente. La fotografia di Philip H. Lathrop cattura con precisione questo doppio registro visivo, mentre la regia di Miller non è mai spettacolare ma chirurgica, costruendo tensione attraverso dettagli piuttosto che azioni grandiose. Le musiche di Jerry Goldsmith, ancora agli inizi di una carriera che lo avrebbe reso uno dei compositori più influenti della storia del cinema, accompagnano la vicenda con un rigore che anticipa già la sua futura maestria nel dosare silenzio e tensione orchestrale.
Se il film ha un limite, questo va forse cercato in un finale che alcuni spettatori dell’epoca giudicarono eccessivamente simbolico nella sua costruzione, l’intervento del camion, per quanto preparato con cura attraverso il montaggio alternato, resta un dispositivo narrativo dichiaratamente allegorico più che organicamente motivato dalla trama. È un compromesso che il film accetta consapevolmente in nome della propria ambizione tematica: raccontare non tanto la sconfitta di un uomo quanto la sconfitta di un’intera visione del mondo, incapace di sopravvivere al secolo che l’ha superata.
Perché vederlo
Il voto TMDB di 7.4 su 173 voti rivela un film sottovalutato, probabilmente invisibile su piattaforme affollate di western più celebri. Non è un’opera leggera, è il racconto di un uomo che muore non di violenza gratuita ma di inadeguatezza storica, sorretto da una sceneggiatura di Dalton Trumbo che trasforma un’evasione di prigione in una riflessione sulla libertà individuale nell’America del progresso. Perfetto per chi ha apprezzato i western revisionisti di Peckinpah o Boetticher, dove il genere diventa specchio di un’America che cancella i propri miti. Douglas dà una performance intensa, quasi rabbiosa nella sua impotenza, non a caso la considerava la migliore della propria carriera. Se cercate il western tradizionale con cavalli e duelli, guardate altrove. Se volete capire come il genere western sia stato usato per raccontare il declino e la morte di un’idea di libertà, questo è il film che fa al caso vostro.
Film correlati a Solo sotto le stelle
- Il mucchio selvaggio (Sam Peckinpah, 1969) – per lo stesso tema della fine di un’epoca e di uno stile di vita travolti dalla modernità, qui declinato in chiave ancora più violenta.
- Hud il selvaggio (Martin Ritt, 1963) – per un altro ritratto dell’Ovest contemporaneo alle prese con il tramonto dei propri valori tradizionali.
- Spartacus (Stanley Kubrick, 1960) – per ritrovare la precedente collaborazione tra Kirk Douglas e lo sceneggiatore Dalton Trumbo.
- Nebraska (Alexander Payne, 2013) – per un confronto più recente sullo stesso tema dell’uomo anziano e testardo che rifiuta di adattarsi a un’America che non riconosce più.
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