Pubblicità
FilmRecensioniSchede Film

A 30 secondi dalla fine, la recensione: la sceneggiatura perduta di Akira Kurosawa diventata film

0
(0)

A 30 secondi dalla fine locandinaA 30 secondi dalla fine
Diretto da Andrej Končalovskij
Sceneggiatura di Edward Bunker, Đorđe Milićević
Prodotto da Golan-Globus Productions, Northbrook Films, The Cannon Group

Protagonisti: Jon Voight, Eric Roberts, Rebecca De Mornay, Kyle T. Heffner, John P. Ryan, T.K. Carter, Kenneth McMillan, Stacey Pickren

Fotografia: Alan Hume
Musiche: Trevor Jones
Produzione: Golan-Globus Productions, Northbrook Films, The Cannon Group
Data di uscita: 1985-11-15
Durata: 112 minuti
Generi: Azione, Thriller, Dramma, Avventura
Lingua originale: EN

A 30 secondi dalla fine – Trama

“Disperato e determinato a sopravvivere”; così recita la tagline, e non mente. Un treno merci senza conducente sfreccia attraverso i boschi innevati dell’Alaska a velocità mortale, diretto verso un impianto ferroviario dove l’urto sarebbe catastrofico. A bordo ci sono due uomini che sono appena evasi dal carcere di massima sicurezza di Stonehaven, e una terza presenza che nessuno dei due aveva previsto. Nessuno, neppure loro, è preparato a quello che sta per accadere.

Jon Voight è Oscar “Manny” Manheim, un fuggitivo seriale che ha già tentato l’impossibile due volte. Tre anni in segregazione non lo hanno spezzato, lo hanno indurito. Eric Roberts interpreta Buck, il suo compagno di fuga, più giovane, più istintivo, legato a Manny da un’amicizia che non ha tempo per la fiducia. A complicare la situazione si aggiunge Sara, un’operaia ferroviaria interpretata da Rebecca De Mornay, che i due scoprono nascosta a bordo del convoglio, la sua presenza trasforma la fuga da questione puramente maschile in una dinamica a tre, dove la sopravvivenza diventa negoziazione continua tra diffidenza e necessità. Voight costruisce il suo personaggio con una durezza fredda, senza sconti emotivi, mentre Roberts gioca sul contrasto: energia pura, quasi selvaggia, contro il calcolo cinico del veterano.

Curiosità sul film A 30 secondi dalla fine

  • Una sceneggiatura firmata da Akira Kurosawa. Il film nasce da un copione originale scritto dal maestro giapponese negli anni sessanta, pensato come suo primo progetto internazionale fuori dal Giappone e mai realizzato, rimase per decenni nel cassetto prima di essere adattato per Konchalovsky.
  • Tre candidature agli Oscar. Il film ottenne nomination per Miglior Attore (Jon Voight), Miglior Attore Non Protagonista (Eric Roberts) e Miglior Montaggio (Henry Richardson), un risultato notevole per una produzione della Cannon Films, casa nota soprattutto per action a basso budget.
  • Un Golden Globe per Voight. L’attore vinse il Golden Globe come Miglior Attore Drammatico per questa interpretazione.
  • Una preparazione fisica e psicologica intensa. Voight trascorse del tempo con detenuti reali per calarsi nel personaggio, un metodo che si riflette nella fisicità cruda della sua prova.
  • Un regista in esilio. Andrei Konchalovsky, all’epoca fuoriuscito dal cinema sovietico, portò nel film una sensibilità sul tema della prigionia e della libertà che risente della propria esperienza personale di espatrio.

Recensione

Sapere che A 30 secondi dalla fine nasce da una sceneggiatura scritta da Akira Kurosawa decenni prima, per un progetto internazionale mai decollato, cambia in parte la prospettiva critica con cui si osserva l’opera finita. Sotto la superficie di un action thriller da studio di genere si avverte una struttura più classica, quasi da tragedia contenuta in unità di tempo e luogo: pochi personaggi, uno spazio chiuso, una prova che li costringe a rivelare la propria natura più profonda. Il prison movie e il disaster movie, due filoni che il cinema americano degli anni settanta e ottanta aveva già ampiamente codificato nelle proprie convenzioni, vengono qui fusi da Andrei Konchalovsky in una forma ibrida che deve la propria tenuta più alla caratterizzazione psicologica che alla meccanica dell’inseguimento.

Jon Voight costruisce Manny come un uomo che ha smesso da tempo di credere in qualcosa che non sia la propria sopravvivenza fisica. Questa assenza di illusioni residue rende tanto più significativa la sua eventuale apertura verso gli altri due personaggi quando, con il progredire della vicenda, comincia timidamente a manifestarsi. L’attore, che si preparò trascorrendo del tempo con detenuti reali, lavora per accumulo fisico più che per dichiarazione verbale, la durezza del personaggio emerge dalla postura, dallo sguardo, da silenzi che pesano quanto un intero monologo esplicativo avrebbe potuto pesare in un film meno disciplinato. Eric Roberts gioca sul contrasto, portando a Buck un’energia quasi selvaggia che funziona da contraltare emotivo al calcolo cinico del veterano; la loro amicizia, se così si può chiamare, non ha mai il tempo di consolidarsi in fiducia reciproca, e proprio in questa precarietà relazionale il film trova buona parte della propria tensione psicologica.

L’ingresso di Sara, interpretata da Rebecca De Mornay, aggiunge una dimensione che il semplice scontro tra due fuggitivi non avrebbe potuto raggiungere da sola. La sua presenza costringe Manny e Buck a rinegoziare le proprie priorità: la sopravvivenza personale si scontra con la responsabilità verso una terza persona che non ha scelto di trovarsi in quella situazione. De Mornay evita tanto il ruolo della vittima passiva quanto quello, opposto, dell’eroina improvvisata, restituendo un personaggio la cui funzione drammaturgica va oltre il semplice completamento del triangolo protagonista; attraverso di lei il film introduce le proprie riflessioni più sottili sulla fiducia come merce rara in condizioni estreme.

Le scelte degli uomini a bordo non sono semplici risposte all’emergenza, restano conflitti morali travestiti da azioni istintive, secondo una logica di scrittura che rifiuta la spiegazione psicologica esplicita in favore dell’azione fisica come rivelatrice di carattere, un principio drammaturgico che risale, non a caso, alla concezione originaria di Kurosawa, autore che nella propria filmografia giapponese aveva già dimostrato una fiducia analoga nel gesto fisico come portatore di significato morale.

Sul piano visivo la fotografia di Alan Hume costruisce un dualismo cromatico e spaziale coerente con il tema di fondo: la bianchezza opprimente degli spazi aperti dell’Alaska contro gli interni metallici e claustrofobici del treno, l’infinito esterno contro la prigionia interna. Konchalovsky governa i propri piani-sequenza con geometrie precise, mai disordinate, dimostrando una padronanza della grammatica action sorprendente per un regista proveniente da una tradizione cinematografica sovietica più votata al cinema d’autore che al genere popolare. Le musiche di Trevor Jones accompagnano l’azione con discrezione, senza mai sovrapporsi alla fisicità cruda delle immagini.

Il film presenta comunque squilibri strutturali degni di nota. I personaggi legati alla direzione del carcere e alle autorità ferroviarie ricevono un tratteggio prevalentemente funzionale, subordinato alla ricchezza psicologica riservata al trio protagonista. Le tre candidature agli Oscar ottenute (un’impresa rara per una produzione Cannon Films, casa abitualmente associata a un cinema di genere di ambizione più modesta) suggeriscono che la critica dell’epoca abbia colto, nonostante questi limiti, la reale portata dell’operazione: un film di genere che si permette la complessità morale senza mai abbandonare la tensione fisica che il pubblico del prison movie si aspetta.

(Francesco Ippolito)

Perché vederlo

Un film che costò 9 milioni di dollari e ne incassò poco meno di 8 nei cinema americani, non un fallimento, ma neppure un successo commerciale, A 30 secondi dalla fine ottenne comunque tre candidature agli Oscar e un Golden Globe per Jon Voight, a testimonianza di un’ambizione artistica che il box office non ha saputo premiare adeguatamente. Il voto TMDB di 6.96 non riflette pienamente quello che Konchalovsky ha tentato, partendo da un materiale scritto originariamente da Akira Kurosawa. Non è un popcorn thriller, è una meditazione sulla libertà costruita con la grammatica dell’azione. Gli attori, Voight su tutti ma con un contributo essenziale anche di Roberts e De Mornay, non recitano la disperazione, la incarnano nella postura, nello sguardo, nei silenzi. Adatto a chi non teme film che preferiscono la lentezza morale alla velocità narrativa, e che sanno riconoscere una firma autoriale (anche quando fallisce commercialmente) come valore in sé.

Film correlati a A 30 secondi dalla fine

  • Cast Away (Robert Zemeckis, 2000) – per lo stesso principio di un essere umano ridotto alla propria essenza fisica e morale da una condizione di isolamento estremo.
  • Papillon (Franklin J. Schaffner, 1973) – altro classico sulla fuga dalla prigionia come atto di affermazione della propria dignità personale.
  • The Grey (Joe Carnahan, 2011) – per un confronto sullo stesso tema della sopravvivenza in un ambiente ostile innevato, qui declinato in chiave più contemplativa.
  • Non è un paese per vecchi (Ethan e Joel Coen, 2007) – per lo stesso gusto nel costruire tensione attraverso la fisicità e l’ambiente più che attraverso il dialogo esplicativo.

Leggi anche: Il silenzio degli innocenti, la recensione: perché il capolavoro di Demme vinse cinque Oscar

Vota questo film!

Media voti 0 / 5. Totale voti 0

Questo film non è ancora stato votato.

Notifiche push abilitate

Grazie per aver abilitato le notifiche!