Intrigo a Stoccolma – Trama, curiosità e recensione del thriller con Paul Newman
Intrigo a Stoccolma
Diretto da Mark Robson
Sceneggiatura di Ernest Lehman
Prodotto da Roxbury Productions, Metro-Goldwyn-Mayer
Protagonisti: Paul Newman, Edward G. Robinson, Elke Sommer, Diane Baker, Micheline Presle, Gérard Oury, Sergio Fantoni, Kevin McCarthy
Fotografia: William H. Daniels
Musiche: Jerry Goldsmith
Produzione: Roxbury Productions, Metro-Goldwyn-Mayer
Data di uscita: 1963-12-25
Durata: 135 minuti
Generi: Mistero, Thriller
Lingua originale: EN
Intrigo a Stoccolma – Trama
Paul Newman è Andrew Craig, scrittore americano insignito del Premio Nobel per la Letteratura, che arriva a Stoccolma per ritirare il riconoscimento trascinandosi dietro una sete che non è solo letteraria. La città svedese, elegante e fredda, diventa il teatro di una trama dove il prestigio accademico nasconde interessi ben più sporchi. Intorno al candidato al Nobel per la Fisica, il dottor Max Stratman, si muove un’ombra, qualcuno sta giocando una partita pericolosa, e Craig (ubriaco quanto perspicace) finisce per accorgersene quando ormai è già dentro il gioco fino al collo.
Newman interpreta un protagonista sgradevole in molti modi, alcolizzato, scontroso, tutt’altro che l’eroe convenzionale. Edward G. Robinson, nei panni di Stratman, porta quella gravità da patriarca che lo rese una leggenda del cinema degli anni quaranta, qui invecchiato ma ancora pericoloso. L’elemento più interessante entra con Elke Sommer, nel ruolo di Inger Lisa Andersson, la funzionaria svedese assegnata a sorvegliare Craig, non è la conquista facile che ci si aspetterebbe, ma una donna con obiettivi propri e intelligenza per perseguirli. Ad aumentare la posta in gioco emotiva interviene anche Diane Baker, nei panni di Emily Stratman, nipote del fisico premiato, il cui rapporto con Craig complica ulteriormente gli equilibri sentimentali di un film che moltiplica i propri intrecci ben oltre la sola coppia protagonista.
Mark Robson costruisce il film come una lenta seduzione verso il mistero. Non c’è fretta di rivelare le carte, il regista sa che il valore sta negli sguardi scambiati durante i ricevimenti formali, nelle pause nelle conversazioni, nella consapevolezza che dietro le vetrate della Stoccolma borghese qualcuno sta preparando qualcosa di irreversibile. Newman deve scoprire il complotto usando come strumenti l’ubriachezza strategica e un’intelligenza che non sempre riesce a controllare fino in fondo.
Curiosità sul film
- Il film è tratto dal romanzo omonimo di Irving Wallace, autore di best seller capace di intrecciare più trame parallele attorno a un unico evento mondano, proprio la cerimonia del Nobel, in un meccanismo narrativo corale che il film mantiene fedelmente.
- La sceneggiatura porta la firma di Ernest Lehman, lo stesso autore di Intrigo internazionale (North by Northwest, 1959) di Alfred Hitchcock: non è un caso che Intrigo a Stoccolma condivida con quel capolavoro la stessa struttura, un uomo comune trascinato suo malgrado in un complotto internazionale troppo grande per lui, oltre a un gusto simile per i dialoghi arguti e il ritmo brillante.
- Il tono del film, spesso frainteso come puro thriller cupo, mescola in realtà con dichiarata leggerezza suspense e commedia: un critico dell’epoca lo definì scherzosamente “Dr. No a Stoccolma”, proprio per l’equilibrio tra intrigo spionistico e brio dialogico.
- Sorprendentemente il governo svedese espresse pubblicamente disappunto per il film, accusandolo di sminuire la serietà e il prestigio del vero Premio Nobel agli occhi del pubblico internazionale.
- La colonna sonora è firmata da Jerry Goldsmith, agli inizi di una carriera che lo avrebbe reso uno dei compositori più prolifici della storia di Hollywood.
- Nonostante l’accoglienza critica tiepida all’uscita (il New York Times lo liquidò come “un po’ troppo confuso e illogico”) il film ottenne un solido successo commerciale, incassando circa 3,5 milioni di dollari nel mercato nordamericano.
Recensione
Intrigo a Stoccolma merita una rivalutazione proprio a partire da un equivoco che ne ha spesso frenato la fama: non è, come talvolta viene descritto, un thriller cupo e meditativo puro, ma un’opera che mescola con intelligenza la suspense a un registro brillante e ironico, debitore diretto della penna di Ernest Lehman. Chi arriva al film aspettandosi la stessa consistenza drammatica di altri thriller europei coevi rischia di fraintenderne il vero pregio: la capacità di far convivere, nella stessa scena, un battibecco spiritoso tra Newman e Sommer e la crescente inquietudine di un complotto internazionale che si stringe attorno ai protagonisti.
Paul Newman offre qui una delle sue interpretazioni meno immediatamente amabili, ed è proprio in questo scarto rispetto all’eroe classico che il personaggio trova la propria autenticità. Andrew Craig non è un investigatore per vocazione, ma uno scrittore alcolizzato e disincantato che si ritrova a dover usare l’unica arma che possiede davvero, l’osservazione acuta di chi ha passato una vita a raccontare storie altrui. È un ruolo che permette a Newman di allontanarsi dal fascino magnetico più scontato per esplorare un registro più scomodo, quasi antipatico, e proprio per questo memorabile.
Edward G. Robinson, dal canto suo, porta al ruolo di Stratman tutta la gravità accumulata in una carriera iniziata negli anni trenta, restituendo un personaggio la cui vulnerabilità fisica non intacca mai una lucidità intellettuale che resta, fino all’ultimo, il vero fulcro del mistero. Elke Sommer costruisce in Inger Lisa un personaggio che rifiuta la funzione decorativa tipica di molte spy story dell’epoca, mentre Diane Baker aggiunge un ulteriore strato emotivo che arricchisce la struttura corale voluta da Wallace fin dal romanzo originale.
Visivamente il film respira il design scandinavo degli anni sessanta: spazi ampi, luci neutre, una freddezza estetica che contrasta efficacemente con la turbolenza psicologica dei personaggi. Mark Robson usa Stoccolma non come sfondo turistico ma come vera città-personaggio, dove ogni palazzo sembra nascondere calcoli e vendette dietro la propria eleganza borghese. La colonna sonora di Jerry Goldsmith non invade mai gli spazi, ma li sottolinea con discrezione, contribuendo a quella tensione elegante tipica del miglior cinema di spionaggio dei primi anni sessanta.
(Francesco Ippolito)
Perché vederlo
Il voto TMDB di 6.7 lo posiziona nella zona grigia dei classici da riscoprire, film solido ma non universalmente celebrato, apprezzato soprattutto da chi sa riconoscerne la qualità costruttiva. Non è il Newman di Nick mano fredda o Butch Cassidy, ma è proprio in questa interpretazione più trasandata e moralmente ambigua che l’attore trova una verità interessante. Il film funziona per chi ama i thriller che sanno alternare tensione e brio dialogico, debitori dello stesso sceneggiatore di Intrigo internazionale: Robinson in un ruolo sofisticato, la chimica tra Newman e Sommer costruita per sottrazione e ironia, una regia mai frettolosa. È cinema per chi apprezza l’intrigo elegante quanto il colpo di scena ben calibrato, capace di far convivere il sorriso con la suspense senza che l’uno tradisca l’altra.
Film correlati
- Intrigo internazionale (1959) di Alfred Hitchcock – stesso sceneggiatore, Ernest Lehman, e stessa struttura di uomo comune trascinato in un complotto internazionale troppo grande per lui.
- Charade (1963) di Stanley Donen – uscito lo stesso anno, condivide lo stesso registro di thriller romantico brillante, spesso definito “il miglior film mai fatto da Hitchcock senza Hitchcock”.
- Il dottor No (1962) di Terence Young – citato ironicamente dalla critica dell’epoca come termine di paragone per il tono spionistico del film.
- Charlie Wilson’s War – La guerra di Charlie Wilson o meglio The Manchurian Candidate (1962) di John Frankenheimer – per ritrovare la stessa temperie da Guerra Fredda applicata a un intreccio ricco di doppi giochi.
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