I cospiratori, la recensione: la vera storia dei Molly Maguires nel dramma di Martin Ritt
I cospiratori
Diretto da Martin Ritt
Sceneggiatura di Walter Bernstein
Prodotto da Tamm Productions
Protagonisti: Sean Connery, Richard Harris, Samantha Eggar, Frank Finlay, Anthony Zerbe, Bethel Leslie, Art Lund, Anthony Costello
Fotografia: James Wong Howe
Musiche: Henry Mancini
Produzione: Tamm Productions
Data di uscita: 1970-02-08
Durata: 120 minuti
Generi: Dramma, Storia, Thriller
Lingua originale: EN
I cospiratori – Trama
Pennsylvania, 1876. Nelle miniere di carbone la miseria è una condanna, le morti sul lavoro una routine, gli stipendi una beffa. Sean Connery e Richard Harris incarnano due facce della resistenza operaia, ispirate a fatti realmente accaduti. Da un lato “Black Jack” Kehoe, leader dei Molly Maguires, società segreta che risponde alla violenza del sistema con sabotaggi e giustizia sommaria; dall’altro il detective James McParlan, agente Pinkerton infiltrato tra i minatori per conto delle autorità e delle compagnie minerarie, personaggio direttamente ispirato al vero James McParland, che nella realtà storica smantellò l’organizzazione segreta. La tensione che Martin Ritt costruisce non è solo quella dello scontro frontale, ma quella psicologica di chi deve scegliere tra sopravvivenza e coscienza.
Connery interpreta un uomo consumato dalla rabbia legittima, che ha visto morire colleghi e amici senza ragione. Non è un rivoluzionario teorico, ma un minatore che ha perso la pazienza. Harris invece rappresenta il dubbio, l’infiltrato diviso tra il compito assegnatogli e la crescente comprensione delle ragioni di chi dovrebbe tradire. Samantha Eggar, nei panni di Mary Raines, si muove tra loro con il peso di chi ama in mezzo a una guerra non dichiarata. Frank Finlay interpreta il capitano di polizia Davies, funzionario freddo e distante dalla disperazione dei minatori, mentre Anthony Zerbe dà volto a Tom Dougherty, membro della cerchia più stretta dei Molly Maguires.
Curiosità sul film I cospiratori
- Una storia vera dietro la finzione. Il film si ispira a fatti realmente accaduti; la vera società segreta dei Molly Maguires fu effettivamente infiltrata e smantellata da James McParland, agente dell’agenzia investigativa Pinkerton, la cui vicenda ha ispirato direttamente il personaggio interpretato da Richard Harris.
- Un bianco e nero mancato. Martin Ritt avrebbe voluto girare l’intero film in bianco e nero per accentuarne la qualità documentaristica, ma lo studio impose le riprese a colori, un compromesso che spiega la scelta cromatica volutamente spenta e “grigia” della fotografia.
- Il penultimo film di un maestro. La fotografia è firmata da James Wong Howe, uno dei più grandi direttori della fotografia della storia di Hollywood, qui al penultimo lavoro di una carriera leggendaria, già collaboratore di Ritt in Hud e Hombre.
- Uno sceneggiatore che conosceva bene la repressione. Walter Bernstein, autore della sceneggiatura, era stato vittima della lista nera hollywoodiana degli anni cinquanta, un dettaglio biografico che risuona profondamente con il tema del film sulla sorveglianza e la repressione del dissenso operaio.
- Un cachet record per liberarsi da 007. Sean Connery fu pagato un milione di dollari più una percentuale sugli incassi, nella speranza (poi delusa dal flop al botteghino) che il ruolo lo aiutasse a scrollarsi di dosso l’immagine di James Bond.
- Location reali. Le riprese si svolsero in autentiche cittadine minerarie della Pennsylvania: Hazleton, Jim Thorpe, Ashland e Bloomsburg.
- Un riconoscimento nonostante il flop. Il film ottenne due candidature agli Oscar, un dato che ridimensiona parzialmente l’idea di un’opera del tutto ignorata dalla critica dell’epoca.
Recensione
Pochi film hollywoodiani di inizio anni settanta hanno pagato un prezzo commerciale così sproporzionato rispetto alla propria ambizione quanto I cospiratori. Martin Ritt, regista da sempre interessato ai drammi sociali e alle dinamiche di classe, arriva a questo progetto con un cast di prima grandezza (Sean Connery reduce dal fenomeno Bond, Richard Harris al culmine del successo di Camelot) e una storia vera, quella dell’infiltrazione Pinkerton nella società segreta irlandese dei Molly Maguires, che avrebbe potuto facilmente trasformarsi in un thriller d’azione consolatorio. Ritt sceglie invece la strada più scomoda, un dramma politico che rifiuta sistematicamente lo spettacolo a favore dell’osservazione paziente di una comunità operaia schiacciata dalla disperazione economica.
Il primo merito del film sta nel modo in cui tratta la contrapposizione tra Connery e Harris, evitando la semplificazione morale che una storia di infiltrazione e tradimento potrebbe facilmente imporre. Connery costruisce “Black Jack” Kehoe con una rabbia mai gridata, ma sedimentata in ogni gesto quotidiano, non è un rivoluzionario teorico né un ideologo della violenza, ma un uomo che ha smesso di credere che esista un’alternativa pacifica alla sopraffazione subita. È un’interpretazione che rifiuta il carisma da eroe d’azione a cui il pubblico associava l’attore in quegli anni, e proprio in questa scelta di sottrazione (un Connery senza charme da spendere, spogliato di ogni fascino consolatorio) il film trova una delle sue prove più coraggiose sul piano del casting.
Richard Harris ha il compito più arduo, rendere credibile un uomo diviso tra il proprio incarico e la crescente comprensione delle ragioni di chi dovrebbe tradire. Il personaggio di McParlan, ispirato al vero agente Pinkerton che storicamente smantellò l’organizzazione, non viene mai trattato come semplice strumento della trama, ma come una coscienza in tensione costante, che il film segue con un’attenzione psicologica rara per il genere. È significativo che gran parte della narrazione sia filtrata proprio attraverso il suo punto di vista, più che attraverso quello di Kehoe, una scelta strutturale che permette al film di esplorare l’ambiguità morale dell’infiltrato senza mai assolverlo del tutto, né condannarlo sommariamente.
Samantha Eggar, nei panni di Mary Raines, e Frank Finlay, in quelli del capitano di polizia Davies, completano un quadro corale in cui ogni personaggio porta con sé una propria relazione con il potere e la sopravvivenza. Eggar incarna il peso di chi ama in mezzo a una guerra non dichiarata, mentre Finlay restituisce con efficacia la freddezza amministrativa di un’autorità che tratta la disperazione operaia come semplice problema di ordine pubblico da gestire, non da comprendere.
Quello che rende il film più che un semplice thriller politico è l’attenzione meticolosa ai dettagli della quotidianità operaia. Ritt non si ferma ai momenti di conflitto aperto, ma mostra le conversazioni nei tuguri, l’atmosfera opprimente delle gallerie, le riunioni clandestine dove la decisione se colpire o negoziare divide uomini legati dal dolore condiviso. Le azioni violente non vengono mai celebrate, ma pesate nella loro necessità e nella loro conseguenza morale, coerentemente con un impianto di scrittura (firmato da Walter Bernstein, egli stesso vittima della lista nera hollywoodiana) che conosce bene il prezzo personale della repressione politica e sociale.
La fotografia di James Wong Howe, al penultimo lavoro di una carriera leggendaria già segnata dalla collaborazione con Ritt in Hud e Hombre, trasforma la Pennsylvania industriale in un paesaggio mentale angusto, povero di vie d’uscita. È un risultato ancora più notevole considerando che lo stesso Ritt avrebbe voluto girare l’intero film in bianco e nero per accentuarne la qualità documentaristica: costretto dallo studio a lavorare a colori, Howe trova comunque il modo di restituire quella stessa austerità attraverso una palette dominata da neri e castani, quasi monocromatica nel proprio rifiuto di ogni compiacimento cromatico. La regia di Ritt lavora sulla pazienza, costruendo tensione attraverso sguardi lunghi e silenzi più che attraverso il movimento, mentre le musiche di Henry Mancini accompagnano il dramma quotidiano senza mai scadere nell’eccesso melodrammatico.
Se il film ha un limite va probabilmente cercato nel proprio stesso rigore. Il ritmo deliberatamente lento, la scelta di non offrire mai una vera catarsi emotiva, hanno certamente contribuito al disastro commerciale che accompagnò l’uscita nel 1970. Ma è un compromesso che il film accetta con piena consapevolezza artistica, rifiutando ogni concessione allo spettacolo in nome di una fedeltà quasi documentaristica alla materia storica trattata, una scelta che le due candidature agli Oscar ricevute testimoniano non essere passata del tutto inosservata, nonostante l’insuccesso al botteghino.
(Francesco Ippolito)
Perché vederlo
Con 6.4 su TMDB e incassi disastrosi (2,2 milioni contro un budget di 11), I cospiratori è il tipico film che il pubblico ha ignorato, ma che ricevette comunque due candidature agli Oscar, segno che la critica dell’epoca ne colse almeno in parte il valore. Non è un thriller d’azione, è un’indagine politica vestita da dramma personale, ispirata a una storia realmente accaduta. Se cercate Connery nei panni dell’eroe avventuriero rimarrete delusi, qui è un uomo spezzato, senza charme da spendere. È un film per chi accetta i ritmi lenti, per chi apprezza quando il cinema affronta lo scontro di classe senza slogan facili. Ritt non prende partito con retorica, descrive la situazione lasciando che ciascuno percepisca il proprio lato giusto e sbagliato. Non per tutti, ma perfetto per chi studia il cinema degli anni settanta e il suo sguardo sulla società americana.
Film correlati a I cospiratori
- Norma Rae (Martin Ritt, 1979) – il successivo grande successo dello stesso regista sullo stesso tema del sindacalismo operaio, qui premiato dal pubblico dove I cospiratori aveva fallito.
- Hud il selvaggio (Martin Ritt, 1963) – per ritrovare la prima collaborazione tra Ritt e il direttore della fotografia James Wong Howe.
- Matewan (John Sayles, 1987) – per un confronto diretto sullo stesso tema dello sfruttamento minerario e della lotta sindacale nell’America di inizio novecento.
- Sacco e Vanzetti (Giuliano Montaldo, 1971) – per restare nello stesso filone di cinema politico che racconta la repressione del movimento operaio immigrato negli Stati Uniti.
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