Pubblicità
FilmRecensioniSchede FilmTrailer

Il collezionista di ossa, la recensione: il colpo di scena nascosto in bella vista

0
(0)

Il collezionista di ossa locandinaIl collezionista di ossa
Diretto da Phillip Noyce
Sceneggiatura di Jeremy Iacone
Prodotto da Universal Pictures, Columbia Pictures, Martin Bregman Productions

Protagonisti: Denzel Washington, Angelina Jolie, Queen Latifah, Michael Rooker, Michael McGlone, Luis Guzmán, Leland Orser, John Benjamin Hickey

Fotografia: Dean Semler
Musiche: Craig Armstrong
Produzione: Universal Pictures, Columbia Pictures, Martin Bregman Productions
Data di uscita: 1999-11-04
Durata: 118 minuti
Generi: Crime, Thriller, Dramma, Mistero
Lingua originale: EN

Il collezionista di ossa – Trama

New York, fine anni novanta. Un serial killer, mascherato da tassista, rapisce le proprie vittime e le abbandona a morire in modi sempre più sadici, lasciando sulla scena del crimine indizi macabri come pezzi di un rituale personale. La tagline non inganna: prima che ci siano altre vittime, qualcuno deve fermarlo. Ma chi? Uno dei migliori criminalisti del paese, Lincoln Rhyme, giace paralizzato dal collo in giù dopo un incidente sul lavoro, apparentemente inutile e in procinto di richiedere il suicidio assistito. L’unica soluzione è trasformare un’impossibilità fisica in una rincorsa contro il tempo.

Denzel Washington interpreta Rhyme, un uomo intrappolato nel proprio corpo ma ancora padrone di una mente che vede connessioni dove altri vedono caos. Angelina Jolie è la giovane agente Amelia Donaghy, una recluta ancora scossa dal suicidio del proprio padre, anch’egli poliziotto, che Rhyme recluta quasi contro la sua volontà per diventare i propri occhi e le proprie gambe sulla scena del crimine. Quello che li unisce non è romanticismo di superficie, ma una dipendenza reciproca fatta di fiducia e frustrazione, mediata dall’infermiera Thelma (Queen Latifah), dal detective Paulie Sellitto (Ed O’Neill) e dall’agente Eddie Ortiz (Luis Guzmán), mentre il capitano Howard Cheney (Michael Rooker), più interessato alla propria immagine pubblica che alle indagini, complica ulteriormente il quadro.

Curiosità sul film Il collezionista di ossa

  • Tratto da un romanzo di successo. Il film è l’adattamento del romanzo omonimo di Jeffery Deaver, primo capitolo della lunga serie dedicata al personaggio di Lincoln Rhyme.
  • Un assassino sotto lo stesso tetto della vittima designata. Il vero colpo di scena della trama, tra i più efficaci del thriller poliziesco americano di fine anni novanta, è che il serial killer si nasconde per gran parte del film nei panni del tecnico medico che assiste quotidianamente il protagonista.
  • Un cast di caratteristi solidissimo. Accanto ai due protagonisti, il film riunisce Queen Latifah, Ed O’Neill, Michael Rooker e Luis Guzmán in ruoli di supporto che arricchiscono il tessuto procedurale della storia.
  • Un budget dai contorni incerti. Le fonti divergono sensibilmente sul costo di produzione, con stime che vanno dai 48 ai 73 milioni di dollari, un’incertezza non insolita per produzioni di fine anni novanta con complesse strutture di finanziamento.
  • Fotografia firmata da un veterano. Il direttore della fotografia Dean Semler, premio Oscar per Balla coi lupi, cura l’immagine claustrofobica del film.

Recensione

Attenzione, spoiler!

Costruire un thriller in cui il protagonista non può muoversi dal proprio letto per l’intera durata del film è una scommessa strutturale che pochi sceneggiatori avrebbero affrontato con la stessa disciplina dimostrata in Il collezionista di ossa. Phillip Noyce, regista già abituato a gestire la tensione in spazi ristretti dopo esperienze come Giochi di potere, trasforma questo vincolo narrativo in una vera e propria dichiarazione di metodo: la vera azione del film non è mai fisica nel senso tradizionale del termine, ma comunicativa, affidata interamente al rapporto tra due persone che si scambiano informazioni attraverso un ponte radio, sempre a rischio di interrompersi nel momento più critico.

Denzel Washington affronta il ruolo di Lincoln Rhyme con un controllo attoriale che rifiuta ogni tentazione melodrammatica. Il suo personaggio è consapevole della propria condizione fino al punto di aver già pianificato il proprio suicidio assistito, e Washington restituisce questa disperazione trattenuta senza mai scivolare nel patetismo, lasciando che sia l’intelligenza analitica del personaggio (non la sua sofferenza fisica) a diventare il vero centro drammaturgico della sua interpretazione. È una performance che lavora quasi interamente attraverso il volto e la voce, un esercizio di sottrazione che paga proprio nella misura in cui rifiuta di compensare l’immobilità fisica con un’esagerazione espressiva.

Angelina Jolie costruisce un’Amelia Donaghy la cui riluttanza iniziale a lavorare sulla scena del crimine non nasce da semplice inesperienza, ma da un trauma personale preciso, il suicidio del proprio padre poliziotto, che aleggia silenziosamente su ogni sua esitazione nel corso dell’indagine. È un dettaglio che la sceneggiatura di Jeremy Iacone non sfrutta mai in modo didascalico, lasciandolo emergere per accenni piuttosto che per spiegazioni esplicite, e che rende il personaggio più stratificato di quanto una prima lettura del film potrebbe suggerire. La chimica tra Washington e Jolie non è mai quella di una coppia romantica convenzionale, è piuttosto una dipendenza reciproca fatta di fiducia guadagnata sul campo e frustrazione condivisa di fronte a un nemico che sembra sempre un passo avanti.

È proprio la costruzione di quel nemico a rappresentare probabilmente la mossa più intelligente dell’intero film. Leland Orser, nei panni di Richard Thompson, il tecnico medico che assiste Rhyme quotidianamente, costruisce un personaggio la cui presenza discreta e servizievole nasconde per gran parte della narrazione una motivazione di vendetta tanto personale quanto radicata: la rivelazione che l’uomo si chiama in realtà Marcus Andrews, un ex esperto forense ingiustamente condannato proprio grazie a un’accusa mossa a suo tempo dallo stesso Rhyme, trasforma retroattivamente ogni scena ambientata nella stanza del protagonista in un esercizio di tensione dissimulata; lo spettatore che rivede il film con questa consapevolezza scopre un livello di suspense che la prima visione non può cogliere pienamente. È un meccanismo di scrittura che eleva il thriller oltre la semplice caccia all’uomo, trasformandolo in una riflessione sulla fallibilità della giustizia forense e sulle conseguenze, spesso irreversibili, degli errori commessi in nome della scienza investigativa.

Il resto del cast di supporto contribuisce a costruire un ambiente procedurale credibile. Queen Latifah, nei panni dell’infermiera Thelma offre un contrappunto di calore umano alla freddezza clinica della stanza di Rhyme; Ed O’Neill e Luis Guzmán, rispettivamente nei ruoli del detective Sellitto e dell’agente Ortiz, garantiscono il necessario legame tra il mondo investigativo esterno e il centro nevralgico rappresentato dal letto del protagonista; Michael Rooker, nei panni del capitano Cheney, incarna con efficacia l’ostacolo burocratico-mediatico che complica le indagini più di quanto il criminale stesso riesca a fare.

Sul piano visivo Noyce sceglie sistematicamente gli spazi chiusi e opprimenti. La stanza di Rhyme, immersa in una penombra quasi permanente, contrasta con gli appartamenti delle vittime, invasi da una luce fredda e clinica che la fotografia di Dean Semler sfrutta per accentuare il senso di minaccia latente in ogni ambiente domestico. La colonna sonora di Craig Armstrong sottolinea senza prepotenza, lasciando che sia l’ansia sospesa (la consapevolezza che ogni minuto conta e che il ponte comunicativo fra due persone resta l’unico strumento disponibile) a costruire la tensione, più di qualsiasi accento musicale esplicito.

Se il film ha un limite questo va cercato probabilmente nella gestione di alcuni snodi della seconda metà, dove il ritmo procedurale rallenta leggermente per dare spazio all’approfondimento del passato di Rhyme e Andrews, un compromesso comprensibile per un film che deve necessariamente bilanciare l’azione esterna con l’immobilità fisica del proprio protagonista principale, ma che non intacca la tenuta complessiva di un thriller costruito con encomiabile precisione meccanica.

(Francesco Ippolito)

Perché vederlo

Con 151,5 milioni di dollari incassati su un budget stimato tra i 48 e i 73 milioni a seconda della fonte, Il collezionista di ossa ha funzionato economicamente perché aveva una formula solida. Il voto TMDB di 6,79 su 10 racconta una storia diversa: apprezzato, non esaltante. È un thriller che funziona come ingranaggio meccanico più che come esperienza immersiva, ma proprio in questa precisione di ingranaggio risiede il suo valore, sostenuto da un colpo di scena (l’identità dell’assassino nascosto in bella vista) che merita più credito di quanto la sua reputazione generalista gli riconosca. Adatto a chi ama i procedurali cerebrali alla Mindhunter, agli appassionati del genere crime che non cercano originalità stilistica ma costruzione solida di suspense. Washington offre una performance contenuta ma intelligente. Jolie in compenso porta nervosismo e determinazione fisica che contrasta bene con l’immobilità del suo partner. Se accetti di non restare folgorato, troverai una pellicola ben costruita che sa dosare rivelazioni e momenti di stallo, senza pretese di essere altro da quello che è.

Film correlati a Il collezionista di ossa

  • Copycat – Omicidi in serie (Jon Amiel, 1995) – per lo stesso principio di un’esperta forense costretta a lavorare a distanza a causa della propria condizione fisica e psicologica.
  • Il silenzio degli innocenti (Jonathan Demme, 1991) – riferimento imprescindibile per il genere del thriller sul serial killer costruito attorno a un dialogo investigativo serrato.
  • Seven (David Fincher, 1995) – per lo stesso gusto nel costruire un assassino che segue una logica rituale precisa, decifrabile solo attraverso un’indagine metodica.
  • Mindhunter (serie TV, David Fincher e Joe Penhall, 2017) – per chi cerca un approfondimento più contemporaneo e cerebrale sulla psicologia dei serial killer.

Trailer

Leggi anche: Terzo grado, la recensione: il Lumet più scomodo chiude la trilogia di Serpico

Vota questo film!

Media voti 0 / 5. Totale voti 0

Questo film non è ancora stato votato.

Notifiche push abilitate

Grazie per aver abilitato le notifiche!