Come le Foglie al Vento 1956
Come le Foglie al Vento
Diretto da Douglas Sirk
Sceneggiatura di George Zuckerman
Prodotto da Universal Pictures
Protagonisti: Rock Hudson, Lauren Bacall, Robert Stack, Dorothy Malone, Robert Keith, Grant Williams, Robert J. Wilke, Edward Platt
Fotografia: Russell Metty
Musiche: Frank Skinner
Produzione: Universal Pictures
Data di uscita: 1956-10-04
Durata: 99 minuti
Generi: Dramma, Romance
Lingua originale: EN
Come le Foglie al Vento – Trama, curiosità e recensione del capolavoro di Douglas Sirk
Due uomini cresciuti insieme fin dall’infanzia, due traiettorie opposte, una donna nel mezzo. Robert Stack interpreta Kyle Hadley, l’erede di una ricca famiglia texana del petrolio, un uomo che spreca la propria esistenza nell’alcol e nell’insicurezza cronica di non essere mai all’altezza del padre. Rock Hudson è Mitch Wayne, cresciuto povero nello stesso ranch dei Hadley, oggi geologo di fiducia dell’impero petrolifero della famiglia, l’antitesi morale del proprio migliore amico, un uomo di poche parole capace di una lealtà che non chiede nulla in cambio. Entrambi si innamorano della stessa donna, Lucy Moore, una segretaria newyorchese conosciuta durante un viaggio d’affari, e quando lei sceglie di sposare il più facoltoso dei due, tutti (lei compresa) vogliono credere che l’amore possa finalmente guarire ferite radicate da una vita intera.
La scelta iniziale sembra corretta, Kyle smette di bere, ritrova una parvenza di dignità, si convince che l’amore di Lucy basti a compensare ogni fragilità. Ma la scoperta di un problema di fertilità lo spinge di nuovo verso l’alcol, e il sospetto che il figlio atteso possa essere in realtà di Mitch diventa un’ossessione capace di travolgere ogni equilibrio familiare faticosamente ricostruito. Lauren Bacall, nel ruolo di Lucy, non è mai una figura passiva, porta con sé una solidità che contrasta apertamente con l’instabilità del marito, una capacità di resistenza che il film non risolve mai in modo semplicistico. Accanto a loro, Dorothy Malone interpreta Marylee, sorella di Kyle, una donna sola e infelice che gioca costantemente con i sentimenti altrui (innamorata non corrisposta proprio di Mitch) trasformando ogni dinamica familiare in un terreno minato di gelosie incrociate e desideri mai dichiarati apertamente.
Sirk costruisce il dramma non su colpi di scena violenti ma su sfumature psicologiche accumulate nel tempo. Gli sguardi durano un fotogramma di troppo. Le conversazioni girano sempre attorno all’assenza di ciò che non si può dire apertamente. La gelosia non esplode in scenate teatrali plateali, ma si sedimenta silenziosa, avvelenando ogni gesto quotidiano della famiglia Hadley. Il tema centrale resta l’illusione che il denaro, per quanto immenso, possa compensare la fragilità più intima dell’animo umano.
Curiosità sul film
- Il romanzo di Robert Wilder da cui il film è tratto si ispira liberamente a un vero scandalo della cronaca americana degli anni trenta: la morte misteriosa dell’erede della Reynolds Tobacco, Zachary Smith Reynolds, ucciso da un colpo di pistola in circostanze mai del tutto chiarite, in un intreccio di gelosie e sospetti di infedeltà che ricorda da vicino la trama del film.
- Il film si apre con un prologo che mostra un colpo di pistola sparato di notte, prima di tornare indietro nel tempo a raccontare come si sia arrivati a quel momento, una struttura narrativa che Sirk utilizza per costruire fin dall’inizio un senso di tragedia inevitabile su tutta la vicenda.
- Fu la sesta delle otto collaborazioni tra Douglas Sirk e Rock Hudson, un sodalizio che avrebbe definito gran parte dell’estetica del melodramma hollywoodiano degli anni cinquanta.
- La sinergia tra Hudson, Stack e Malone funzionò così bene che Sirk decise di riunire lo stesso terzetto di interpreti l’anno successivo per Il grande cielo (The Tarnished Angels, 1957), altro dramma tratto questa volta da un romanzo di William Faulkner.
- Dorothy Malone vinse il Premio Oscar come migliore attrice non protagonista per il ruolo di Marylee, mentre lo stesso Douglas Sirk ottenne una candidatura ai Golden Globe come miglior regista, un raro riconoscimento ufficiale per un autore che, all’epoca, la critica “seria” tendeva a liquidare come semplice mestierante del melodramma popolare.
- Roger Ebert, in una recensione diventata celebre, ha analizzato nel dettaglio il simbolismo fallico di un modellino di derrick petrolifero che compare più volte nell’ufficio del patriarca Jasper Hadley, fino alla scena finale in cui Marylee, rimasta sola, lo accarezza con un misto di tristezza e tenerezza, un esempio perfetto di come Sirk nascondesse critiche sociali audaci dietro l’apparente lucentezza del genere melodrammatico.
Recensione
Come le Foglie al Vento rappresenta uno dei vertici assoluti del melodramma hollywoodiano degli anni cinquanta, e va apprezzato proprio per la doppiezza che lo caratterizza: in superficie un dramma familiare patinato, sotto la superficie una critica feroce alla decadenza morale della ricchezza americana. Sirk, regista tedesco emigrato negli Stati Uniti e spesso sottovalutato dalla critica coeva proprio perché lavorava dentro i confini di un genere considerato minore, dimostra qui una capacità di infiltrare temi scomodi (alcolismo, impotenza, ninfomania, gelosia distruttiva) dentro un confezionamento visivo talmente sontuoso da disarmare la censura dell’epoca.
Il vero colpo di genio della sceneggiatura sta nella scelta di invertire le aspettative dello spettatore rispetto ai propri stessi divi. Rock Hudson e Lauren Bacall, le due star più celebri e rassicuranti del cast, interpretano i personaggi più “sensati” e meno interessanti sul piano drammatico, mentre Robert Stack e Dorothy Malone, attori meno divistici, ricevono le parti più tormentate e psicologicamente ricche. È una scelta di casting deliberatamente ironica, come hanno notato diversi critici nel tempo; Sirk sapeva esattamente cosa il pubblico si aspettava dai propri interpreti, e costruiva attorno a quelle aspettative un gioco di specchi capace di sovvertirle dall’interno.
Robert Stack costruisce in Kyle Hadley un ritratto di fragilità maschile raramente così esplicito nel cinema americano dell’epoca, un uomo che confonde sistematicamente il proprio valore personale con la propria virilità fisica e che si sgretola progressivamente non per un singolo evento traumatico, ma per l’accumularsi di piccole umiliazioni che il denaro non riesce mai a cancellare. Dorothy Malone, dal canto suo, offre una delle interpretazioni più memorabili del decennio, la sua Marylee non è mai semplicemente la “cattiva” della famiglia, ma una donna la cui distruttività nasce da un desiderio d’amore sistematicamente respinto, capace di generare tanto compassione quanto disagio nello spettatore. Rock Hudson e Lauren Bacall, pur nei ruoli apparentemente più lineari, restituiscono con precisione la difficoltà di restare integri e leali dentro un ambiente familiare che sembra corrompere tutto ciò che tocca.
Visivamente Sirk impiega colori saturi fino quasi all’eccesso, interni che sembrano gabbie dorate più che vere abitazioni, una fotografia (firmata da Russell Metty) che trasforma sistematicamente la ricchezza materiale in una forma di isolamento emotivo. La macchina da presa si muove con cautela quasi ossessiva, come se temesse di rompere l’equilibrio precario dei sentimenti in scena. La colonna sonora di Frank Skinner accompagna senza mai drammatizzare eccessivamente, lasciando respiro alle emozioni degli attori invece di sottolinearle artificialmente.
Non è un film che nasconde la propria natura di melodramma popolare, e proprio in questa onestà di genere sta gran parte della sua forza duratura. Sirk non giudica mai apertamente i propri personaggi, nemmeno quelli più autodistruttivi, lasciando che sia lo spettatore a misurare la distanza tra l’apparenza patinata della ricchezza e il vuoto che spesso nasconde.
(Francesco Ippolito)
Perché vederlo
Il voto TMDB di 6.9 non rende piena giustizia a quello che Sirk realizza in questo film. L’incasso di 4,3 milioni di dollari su un budget di 1,3 (un successo solido per il 1956) racconta già qualcosa di importante: era cinema capace di parlare direttamente al pubblico, non solo ai critici, per quanto proprio quella popolarità gli sia costata per decenni una sottovalutazione critica ingiusta. Non è un film perfetto, certo, ci sono momenti in cui la retorica del melodramma rischia di prevalere sulla sottile osservazione psicologica che lo sostiene. Ma se conoscete già Sirk per capolavori come Secondo amore, troverete qui un regista che sperimenta ancora, che cerca costantemente il modo di raccontare l’autodistruzione senza mai giudicarla apertamente. È un film per chi accetta che la bellezza formale possa convivere con la perdita più autentica, e che a volte una persona, per quanto duramente ci provi, non basta a salvarne un’altra da se stessa.
Film correlati
- Il grande cielo (The Tarnished Angels, 1957) di Douglas Sirk – stesso terzetto di interpreti principali riunito l’anno successivo, tratto da un romanzo di William Faulkner.
- Secondo amore (All That Heaven Allows, 1955) di Douglas Sirk – altro capolavoro del regista sul conflitto tra convenzioni sociali borghesi e desiderio autentico.
- Lontano dal paradiso (Far from Heaven, 2002) di Todd Haynes – omaggio dichiarato allo stile visivo e ai temi del melodramma sirkiano, filtrato attraverso una sensibilità contemporanea.
- La gatta sul tetto che scotta (Cat on a Hot Tin Roof, 1958) di Richard Brooks – altro dramma familiare del Sud degli Stati Uniti costruito su segreti, alcolismo e tensioni sessuali represse dietro una facciata di rispettabilità.
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