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Balcanica, la recensione: il film di Sorcinelli che comincia dove finisce il viaggio

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Balcanica locandinaBalcanica
Diretto da Nicola Sorcinelli
Sceneggiatura di Nicola Sorcinelli, Andrea Brusa
Prodotto da Nightswim, Kinorama, This and That Productions

Protagonisti: Matilda De Angelis, بابک کریمی, Ivar Wafaei, Giovanni Toscano

Fotografia: Damjan Radovanović
Musiche: N/D
Produzione: Nightswim, Kinorama, This and That Productions
Data di uscita: 2026-09-04
Durata: 81 minuti
Generi: Dramma
Lingua originale: IT

Balcanica – Trama

Greta (Matilda De Angelis) è una giovane dottoressa italiana alla sua prima missione umanitaria. Fa parte di un gruppo che pattuglia il confine lungo la rotta balcanica e porta soccorso e viveri ai rifugiati. Qui incontra Nazar (Babak Karimi), direttore d’orchestra, e suo figlio Jalil (Ivar Wafaei), giovane suonatore di tuba. I due sono fuggiti dall’Afghanistan dopo che la musica è stata messa al bando e vogliono arrivare in Italia per un concerto con la loro band.

Il film comincia quasi alla fine del loro viaggio. Nazar e Jalil sono bloccati a un confine, picchiati e lasciati in balia dell’esercito. Greta fa amicizia con loro e l’incontro scuote le sue certezze fino a spingerla a una scelta estrema che non riguarda del tutto la sua professione. Nel cast compaiono anche Giovanni Toscano, nel ruolo di Edoardo, e Prince Chughtai.

Curiosità sul film Balcanica

  • Un esordio premiato a Venezia. Balcanica è l’opera prima di Nicola Sorcinelli. È stato presentato in concorso alle Giornate degli Autori della 83ª Mostra di Venezia, dove ha vinto il Premio Carlo Lizzani.
  • Un’uscita italiana appena avvenuta. È nelle sale dall’8 ottobre 2026 con Fandango Distribuzione.
  • Un progetto di scrittura condivisa. Sorcinelli firma soggetto e sceneggiatura con Andrea Brusa.
  • Una coproduzione. Il film è realizzato da Italia, Serbia e Croazia ed è stato girato nelle zone montuose della Serbia sud-occidentale.
  • Un’attrice anche produttrice. Matilda De Angelis compare tra i produttori associati.
  • Un volto che viene da Farhadi. Babak Karimi è ricordato dalle fonti come premiato per il suo ruolo in Una separazione di Asghar Farhadi.
  • Un’idea dichiarata. Secondo Close-up, il film nasce anche dalla rabbia verso chi interrompe, nega, costringe e censura. La stessa recensione nota che nel film il corpo è un elemento fondamentale.
  • Una squadra tecnica. Fotografia di Damjan Radovanović, montaggio di Ian Degrassi, musiche di Michele Braga, scenografia di Dragana Baćović.

Recensione

Il cinema europeo ha un problema con i confini, e lo sa. Da anni lo racconta in tre modi: dal mare, con i barconi e i soccorsi; dall’interno del viaggio, con la prospettiva del migrante; e dal lato di chi accoglie. Tutti e tre i registri rischiano la stessa trappola, che è trasformare una condizione storica in un’occasione di commozione per chi guarda. Balcanica, opera prima di Nicola Sorcinelli presentata alle Giornate degli Autori della Mostra di Venezia, si colloca in questo dibattito con una mossa strutturale che non passa inosservata nelle prime recensioni, comincia quando il viaggio sta per finire. MadMass osserva che Nazar e Jalil appaiono già al confine, percossi e lasciati in balia dell’esercito, senza che il film ci mostri come ci siano arrivati. Il racconto rinuncia alla cronologia dell’odissea e si installa nel punto in cui la fatica diventa visibile sui corpi.

Questa scelta ha una conseguenza che mi sembra decisiva. Se il viaggio è già alle spalle, il film non può contare sull’accumulo di prove come ragione drammatica, e deve trovare altrove la propria tensione. La trova nello spazio del confine, in quella zona di sospensione dove i fuggitivi non sono ancora entrati e chi aiuta non può ancora dire di avere aiutato. È un luogo di attesa e il cinema che l’ha raccontato meglio, da Fuocoammare di Gianfranco Rosi a Green Border di Agnieszka Holland, lo ha fatto sottraendo spiegazioni. Il paragone serve a misurare lo scarto. Balcanica costruisce con attori e una storia inventata ciò che il documentario di Rosi otteneva con la distanza, e Sorcinelli sembra sapere che per farlo deve ridurre la durata e comprimere le linee narrative.

La premessa dei due protagonisti merita di essere letta con attenzione, perché è ciò che distingue il film da un racconto di migrazione generico. Nazar e Jalil non fuggono da una guerra, o almeno non soltanto, fuggono perché in Afghanistan la musica è stata messa al bando. Nazar è un direttore d’orchestra, Jalil, suo figlio, suona la tuba, e il loro obiettivo è raggiungere l’Italia per un concerto con la loro band. La censura dell’arte come spinta alla fuga è un tema poco frequentato nel cinema italiano sulle migrazioni, e dà al film un lessico diverso: i personaggi hanno qualcosa da difendere che non coincide con la sola sopravvivenza. Close-up riferisce che il film nasce anche dalla rabbia verso chi interrompe, nega, costringe e censura. Si può leggere, ed è una mia ipotesi, che l’orchestra funzioni come immagine di comunità, un insieme di persone che producono un suono soltanto se si ascoltano a vicenda, e che per questo è la prima cosa che un potere repressivo cerca di spezzare.

Il corpo, nota ancora Close-up, è un elemento fondamentale. Dev’esserlo in un film in cui lo strumento è un oggetto pesante da portare lungo una montagna, in cui il freddo, la fame e le percosse del confine definiscono una condizione fisica prima che psicologica. La tuba, in particolare, non è lo strumento più romantico del repertorio e la scelta sembra dichiarare che l’arte qui non si presenta nella sua veste più lirica.

Greta è il perno attorno a cui si organizza lo sguardo. Giovane dottoressa italiana alla sua prima missione umanitaria, fa parte di un gruppo che pattuglia il confine portando soccorso e viveri e incontra i due musicisti in una condizione di squilibrio che nessuna buona intenzione basta a colmare. Il rischio, e qui si entra nel dibattito più delicato, è quello di fare della soccorritrice la vera protagonista e dei soccorsi lo strumento della sua crescita. Le sinossi la descrivono come una persona le cui certezze vengono incrinate, e parlano di una scelta estrema che, aggiungono, non riguarda del tutto la sua professione: l’aggettivo suggerisce che il film voglia spostare il discorso dall’assistenza alla responsabilità.

Matilda De Angelis, scoperta da Matteo Rovere con Veloce come il vento (Italian Race, 2016), è anche cantante, ha cominciato nel 2011 con la band Rumba de Bodas. È un dato che non va caricato di significati eccessivi, ma che in un film dove la musica è il centro del conflitto non è irrilevante; l’attrice è anche produttrice associata del progetto, e questo indica un coinvolgimento che va oltre l’interpretazione.

Babak Karimi porta il peso di una carriera riconosciuta, ricordiamo il suo ruolo in Una separazione di Asghar Farhadi, un film in cui il conflitto morale nasce da persone comuni messe di fronte a scelte che non consentono vie d’uscita pulite. Il suo Nazar può essere pensato sulla stessa dignità trattenuta, un uomo che nel racconto non chiede e non ringrazia, perché la sua priorità è restare ciò che è, un direttore d’orchestra. Ivar Wafaei, giovane talento, completa il rapporto con un figlio che porta addosso il futuro e lo strumento, e la coppia padre-figlio fornisce al film il suo asse emotivo più naturale, quello di una famiglia in cammino.

Il film è stato girato nelle zone montuose della Serbia sud-occidentale, in una coproduzione tra Italia, Serbia e Croazia, e questa dimensione geografica concreta, vera, evita la tentazione rappresentare Balcani astratti. Damjan Radovanović firma la fotografia, Ian Degrassi il montaggio, Michele Braga le musiche, Dragana Baćović la scenografia. In un racconto così breve il montaggio conta quanto la scrittura: come si stringono i tempi, dove si taglia, quanto si lascia un silenzio.

Il film ha anche limiti, il tema è molto frequentato dal cinema italiano ed europeo recente e un esordio che lo affronta deve misurarsi con una concorrenza di titoli più noti. La brevità può anche significare passaggi compressi.

Resta un dato difficile da ignorare: il Premio Carlo Lizzani a Venezia, e il giudizio di MadMass su un esordio che definisce d’impatto, drammatico e vero. Un debutto che sceglie un punto di vista netto, che affida alla musica il compito di dire ciò che le procedure di soccorso non possono dire, e che trova uno spazio di tensione nel luogo dove i racconti sulle migrazioni di solito si interrompono, merita lo sguardo di chi segue il cinema italiano.

(Francesco Ippolito)

Perché vederlo

Perché è un esordio premiato a Venezia, con un tema attuale e un’idea originale di partenza, la musica vietata come spinta alla fuga. Indeicato per chi cerca un cinema sull’accoglienza che non si accontenti della retorica, per chi segue il lavoro di Matilda De Angelis e per chi vuole ritrovare Babak Karimi in un ruolo di grande dignità. Chi cerca consolazione narrativa potrebbe trovarlo severo, e chi preferisce un racconto più disteso potrebbe lamentare la brevità.

Film correlati a Balcanica

  • Io capitano (Matteo Garrone, 2023) – per un altro film italiano che racconta il viaggio dei migranti, con un taglio più epico e un punto di vista interno.
  • Fuocoammare (Gianfranco Rosi, 2016) – per un confronto con un modo documentario di raccontare l’accoglienza, con il medico di Lampedusa come figura centrale.
  • Green Border (Agnieszka Holland, 2023) – per un altro film europeo che porta il confine al centro, con un racconto corale e duro.
  • Una separazione (Asghar Farhadi, 2011) – per ritrovare Babak Karimi in un dramma morale costruito sulla dignità dei personaggi.

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