Trainspotting ai 30 anni: quando l’autopsia resta viva
Tre giorni per ricordarsi come suonava una riscossa. Trainspotting torna nei cinema italiani il 19, 20 e 21 ottobre in versione restaurata in 4K, e questa volta non è una rimpatriata nostalgica: è una verifica dei conti con uno dei pochi film britannici che ha effettivamente cambiato il linguaggio del cinema.

” alt=”Trainspotting 4K Restoration” />
Trent’anni e niente è invecchiato male
Trainspotting arrivò nel 1996 e cambiò quello che un film britannico poteva sembrare e suonare. Non era una questione di budget o di star system: era il modo in cui Danny Boyle guardava la caduta, il buco nero della droga, la disperazione di Edimburgo post-industriale, come se fosse una cosa pulita, vibrante, quasi irresistibile. Le visioni allucinogene erano surreali e gioconde; i crolli e l’astinenza diventavano incubi. Boyle e il direttore della fotografia Brian Tufano usavano obiettivi grandangolari che distorcevano i visi, inquadrature impossible da posizioni soggettive, e camerawork manuale. Il film faceva finta di scappare da Irvine Welsh spalla a spalla con lui, non di tradurlo in un’altra cosa.
La restaurazione in 4K è stata supervisionata dal regista Danny Boyle. Non è un semplice lifting: il restauro non cambia quello che il film è, ma ripristina le condizioni in cui merita di essere visto: al buio, senza distrazioni, con il suono che riempie la sala. È la differenza tra ascoltare un disco su YouTube e avere la musica nelle ossa.
Dichiarazioni
“Trent’anni fa, l’adattamento ipnotico di Danny Boyle del libro iconico di Irvine Welsh ha presentato al pubblico un mondo che non avevano mai visto, una colonna sonora che ha fatto saltare il tetto dei cinema in tutto il mondo, e un gruppo di attori che da allora è diventato leggendario a pieno titolo in Ewan McGregor, Jonny Lee Miller, Robert Carlyle, Ewan Bremner e Kelly Macdonald, tra gli altri”, hanno dichiarato i distributori Sony Pictures Classics.
Il tono è quello della rievocazione, ma non è ingannevole. Trainspotting non è un reperto museale: è un film che ha messo gli attori in una stratosfera dove vivono ancora oggi. McGregor, Miller, Carlyle non sarebbero ciò che sono se quel film non li avesse presi di peso e consegnati alla storia del cinema con la brutalità di chi sa che cosa sta facendo. La restaurazione arriva quando tutti loro hanno la stessa età che aveva Boyle quando lo girò: il cerchio si chiude in modo strano e onesto.
Un’autopsia che non smette di respirare
Tre giorni per una festa, non per un funerale. L’evento limitato impedisce quella inflazione di rimpatriate che trasforma il cinema in una specie di museo dei ricordi sbiaditi dove paghi per sentirti giovane. Qui invece si sa che è temporaneo, urgente, una finestra che si chiude. Chi ha visto Trainspotting al cinema nel 1996 (o nel 1997, negli ultimi schermi rimasti) tornerà per verificare se quell’energia è ancora lì. Chi non lo ha visto perché è arrivato dopo scoprirà che certi film non invecchiano, cambiano semplicemente il significato di quello che guardiamo. Questa restaurazione segue un rollout mondiale già avvenuto negli Stati Uniti a giugno e nel Regno Unito ad agosto, con un lancio che ha visto la presence di Ewan McGregor e Irvine Welsh. L’Italia non è fuori dal giro: è parte di una conversazione globale con un film che non smette mai di dire nulla, semplicemente, in un modo che ferisce.
Leggi anche: Prince Charles Cinema salvo: come Londra ha fermato l’estinzione

