The Social: Il prezzo della verità, la recensione: Sorkin sposta lo sguardo da Zuckerberg a Frances Haugen
The Social: Il prezzo della verità
Diretto da Aaron Sorkin
Sceneggiatura di Aaron Sorkin
Prodotto da Columbia Pictures, Alcon Entertainment, TSG Entertainment
Protagonisti: Jeremy Strong, Mikey Madison, Jeremy Allen White, Betty Gilpin, Wunmi Mosaku, Billy Magnussen, Bill Burr, Gbenga Akinnagbe
Fotografia: Jeff Cronenweth
Musiche: Alexandre Desplat
Produzione: Columbia Pictures, Alcon Entertainment, TSG Entertainment
Data di uscita: 2026-10-08
Durata: 120 minuti
Generi: Dramma, Thriller
Lingua originale: EN
The Social: Il prezzo della verità – Trama
Frances Haugen (Mikey Madison) è una giovane ingegnera di Facebook. Quando decide di far uscire ciò che sa sul funzionamento interno della piattaforma, si rivolge a Jeff Horwitz (Jeremy Allen White), giornalista del Wall Street Journal. Haugen non le consegna subito le prove, i due si incontrano più volte, tra diffidenze e battibecchi, e il materiale prende forma lentamente. Il racconto si ispira ai Facebook Files e alterna questo lavoro di inchiesta a una linea parallela che segue Mark Zuckerberg (Jeremy Strong) mentre si prepara a rispondere in Parlamento sul ruolo della sua azienda nella disinformazione. Intorno ai protagonisti si muovono Betty Gilpin, nei panni della direttrice di Horwitz, Bill Burr, che interpreta un personaggio di fantasia ispirato a un alleato di Zuckerberg, Wunmi Mosaku, Billy Magnussen e Gbenga Akinnagbe.
Curiosità sul film The Social
- Un’opera complementare, non un sequel. Sorkin la presenta come un “companion piece” di The Social Network: stessa materia, protagonisti diversi. Fincher non è coinvolto e Sorkin firma anche la regia.
- Un Oscar alle spalle. La sceneggiatura del film del 2010 gli valse la statuetta per la migliore sceneggiatura non originale, uno dei tre Oscar vinti dal titolo.
- Un volto nuovo per Zuckerberg. Jesse Eisenberg non è tornato; Jeremy Strong ha preso il suo posto e, secondo Sorkin, parlava già “come Mark” fin dal primo giorno di lavoro.
- Un lavoro di documentazione insolito. Sorkin avrebbe aperto un account Facebook per ripercorrere i post del fondatore negli anni tra i due film.
- Un bersaglio meno scontato. Al CinemaCon ha definito la storia una vicenda di Davide contro Golia, aggiungendo di non voler fare di Zuckerberg un cattivo da romanzo.
- Un set separato. Secondo Wikipedia, Strong e White non hanno passato tempo insieme durante la produzione, coerentemente con la separazione delle due linee narrative.
Recensione (anticipazioni)
Ogni film di Aaron Sorkin porta con sé una domanda di metodo: “Che cosa resta della sua scrittura quando non è più mediata da un altro sguardo?”. Nel 2010 la risposta aveva il nome di David Fincher. Il montaggio di Angus Wall e Kirk Baxter modellava la durata delle inquadrature sul ritmo delle battute e la fotografia di Jeff Cronenweth dava al racconto una profondità fredda e quasi tattile. The Social: Il prezzo della verità, in originale The Social Reckoning, riporta lo stesso direttore della fotografia ma affida regia e sceneggiatura a un solo autore. Il film va letto a partire da questo esperimento, che nelle prime recensioni ha diviso la critica con una nettezza notevole.
La scelta narrativa di fondo ha una logica classica. Il racconto si sposta dal fondatore a chi lo ha osservato dall’interno e ha deciso di parlare. Frances Haugen (Mikey Madison) non consegna subito ciò che sa; secondo TheWrap, Jeff Horwitz (Jeremy Allen White) deve incontrarla più volte prima di ottenere le prove. È una dinamica di fiducia che appartiene alla tradizione del film d’inchiesta americano, quella che da Tutti gli uomini del presidente arriva a Insider, in cui il fascino drammatico non sta nell’azione ma nella verifica, nell’attesa e nel rischio personale di una fonte. A questa linea si intreccia, secondo le recensioni, quella di Zuckerberg (Jeremy Strong), che si prepara a un’audizione il 6 gennaio 2021, il giorno dell’assalto al Campidoglio, mentre il racconto torna indietro fino al 2018, quando viene presentato il sistema di classificazione dei contenuti che avrebbe trasformato l’informazione. Il film si chiude, riferisce Variety, sulla testimonianza di Haugen davanti alla commissione Commercio del Senato, un momento storico preciso che dà alla vicenda un punto d’approdo pubblico.
Sul piano attoriale il consenso più ampio riguarda Madison. Più recensioni la indicano come l’elemento più solido del film, e c’è chi nota come la sua interpretazione viva nel volto e nelle spalle, in una recitazione quasi tutta interiore, capace di rendere un conflitto morale senza discorsi. Con White costruisce un duetto che, ricordano più cronisti, ha la musicalità dei botta e risposta sorkiniani. Betty Gilpin, nei panni della direttrice di Horwitz, e Bill Burr, che interpreta un personaggio di fantasia ispirato a un alleato di Zuckerberg, appaiono secondo diversi osservatori particolarmente a loro agio in questo tipo di scrittura.
Il caso più discusso è Strong. Alcuni lo giudicano una presenza feroce, capace di andare oltre l’imitazione; altri, come TheWrap, trovano il personaggio ridotto a una figura da fumetto, e AV Club parla di un Zuckerberg che quasi sparisce dalla propria storia. Su questo giudizio incide un fatto strutturale: il titolo italiano promette “il prezzo della verità”, cioè un film su chi paga, e il fondatore sta, per costruzione, ai margini. Che Sorkin lo abbia voluto lontano dalla figura del cattivo, come ha dichiarato al CinemaCon, spiega in parte la scelta di sottrargli protagonismo. È una lettura legittima, anche se non tutti la condividono.
Veniamo alla messa in scena, dove le fonti sono più severe e dove la tua visione servirà di più. Variety osserva che Sorkin resta un autore di stile televisivo e che il film non ha l’ingegnosità visiva di Fincher, pur con lo stesso direttore della fotografia. Slant nota che il montaggio di Alan Baumgarten resta un attimo indietro rispetto al ritmo dei dialoghi, con campi e controcampi che inquadrano chi parla in medi primi piani spogli. Un’altra recensione parla di un’impaginazione da televisione di rete degli anni Duemila, lucida e prudente. Quanto alla musica, Variety descrive la partitura di Alexandre Desplat come un’oscillazione tra un pallido richiamo al lavoro di Reznor e Ross per il primo film e i temi orchestrali più cari a Sorkin. AV Club aggiunge un dettaglio per cinefili: i richiami a vecchi musical hollywoodiani come Show Boat.
Si può leggere questa sobrietà in due modi. Come limite: l’assenza di un linguaggio visivo capace di restituire il carattere asettico degli ambienti di lavoro e di dare corpo ai documenti. Oppure, ed è un’ipotesi interpretativa mia, come una scelta di registro. Dopo un film che mitizzava l’ascesa di un’azienda con tutta la forza di uno stile, un racconto sulla verifica dei fatti e sulla responsabilità pubblica sceglie l’aspetto piano di una cronaca, in cui il centro è la parola detta in una stanza. Chi preferisce la seconda lettura troverà nel film una coerenza di tono. Chi cerca altro vedrà una rinuncia.
Restano le riserve. Parte della stampa contesta l’ottimismo di un finale che vede nella denuncia un esito risolutivo, e segnala libertà con i fatti. Sulla prima parte dell’obiezione conviene essere franchi… in un film “ispirato a eventi reali” il confine tra ricostruzione e tesi è sempre un punto di attrito. Altri recensori trovano la sceneggiatura meno incisiva di quella del 2010, e le reazioni raccolte da Variety parlano di un film “buono, non grande”. Il consenso, a ridosso dell’uscita, è quello di un’opera solida e divisiva, inferiore al modello ma non priva di ragioni.
Il valore del film, allora, sta altrove rispetto al confronto con il predecessore. Riporta in sala un genere, il dramma giornalistico, che negli ultimi anni ha avuto poco spazio, e lo applica a una materia, gli algoritmi, difficile da rendere visibile. Lo fa con un cast in cui due volti, Madison e White, reggono quasi da soli l’impianto emotivo. Per chi ama il cinema in cui si discute, si verifica e si decide, resta un titolo da vedere con gli occhi aperti sui suoi limiti.
(Francesco Ippolito)
Perché vederlo
Perché è uno dei pochi film recenti capaci di trasformare una questione tecnica e civile in dramma di persone. Per chi ama il cinema d’inchiesta, è un’occasione di ritrovarne le regole in un contesto attuale. Per chi ha amato The Social Network, è il secondo atto di una conversazione con il presente, più sobrio e più rivolto al prezzo delle scelte che all’euforia dell’invenzione. Chi cerca virtuosismo visivo troverà poco; chi cerca un buon film di dialogo, con una Mikey Madison in grande forma, troverà molto.
Film correlati a The Social
- The Social Network (David Fincher, 2010) – il film da cui nasce l’opera complementare, scritto dallo stesso Sorkin, per misurare quanto cambia lo sguardo tra la nascita della piattaforma e le sue conseguenze.
- Tutti gli uomini del presidente (Alan J. Pakula, 1976) – per il modello classico del film in cui giornalismo e fonti interne si intrecciano contro un potere reticente.
- Insider – Dietro la verità (Michael Mann, 1999) – per un altro racconto di chi, dall’interno di una grande azienda, sceglie di parlare e ne paga il prezzo.
- The Trial of the Chicago 7 (Aaron Sorkin, 2020) – per l’altra regia dello stesso autore, utile a seguirne l’evoluzione come regista di dialogo.
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