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5 è il numero perfetto, la recensione: quando il fumetto napoletano diventa cinema

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5 è il numero perfetto locandina5 è il numero perfetto
Diretto da Igort
Sceneggiatura di Igort
Prodotto da Propaganda Italia, Jean Vigo Italia, RAI Cinema

Protagonisti: Toni Servillo, Valeria Golino, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Giovanni Ludeno, Valentina Curatoli, Lorenzo Lancellotti, Vincenzo Nemolato

Fotografia: Nicolai Brüel
Musiche: D-Ross & Startuffo
Produzione: Propaganda Italia, Jean Vigo Italia, RAI Cinema
Data di uscita: 2019-08-29
Durata: 102 minuti
Generi: Dramma, Thriller
Lingua originale: IT

5 è il numero perfetto – Trama

Napoli, anni settanta. Toni Servillo è Peppino Lo Cicero, un sicario della Camorra ormai in pensione; pesca, segue a distanza la carriera criminale del figlio Nino, che ha scelto di seguire le sue stesse orme, e vive in un equilibrio precario fatto di memorie mai davvero sepolte. Questo equilibrio salta il giorno in cui Nino viene ammazzato in un’imboscata, una notte di pioggia, mentre è fuori per sistemare alcuni affari per conto della famiglia. Il tradimento è entrato in casa.

Peppino non si limita a interrogarsi sul da farsi, richiama a sé i vecchi complici di una vita, Totò ‘o Macellaio (Carlo Buccirosso), anch’egli ex sicario, e Rita, detta ‘a Maestrina (Valeria Golino), l’antica amante che lo ama da sempre e che si offre immediatamente di aiutarlo. Insieme rintracciano il mandante dell’omicidio, in un crescendo di violenza che porterà Peppino a uccidere persino il proprio ex boss, scatenando la furia dell’intera organizzazione contro di lui. Ogni personaggio qui conosce le regole sottoscritte tempo fa: il problema è che Peppino ha dimenticato di essere ancora dentro il gioco, e che riattivare quei legami significa riaprire ferite che il tempo non aveva mai davvero rimarginato.

Curiosità sul film 5 è il numero perfetto

  • Tratto da una graphic novel pubblicata in quindici paesi. Il film adatta l’omonimo romanzo a fumetti del 2002 scritto e disegnato dallo stesso Igort (all’anagrafe Igor Tuveri), opera che ha conosciuto una diffusione internazionale ben prima della trasposizione cinematografica.
  • Il debutto alla regia di un fumettista affermato. 5 è il numero perfetto segna il primo film diretto da Igort, già noto come autore di graphic novel di successo internazionale.
  • Una reunion per Buccirosso e Servillo. Carlo Buccirosso e Toni Servillo avevano già recitato insieme ne Il Divo e La grande bellezza di Paolo Sorrentino, qui ritrovandosi in un contesto drammatico diverso dalle commedie per cui Buccirosso era più noto al pubblico.
  • Una doppia presentazione festivaliera. Il film è stato presentato al Torino Film Festival e, successivamente, alle Giornate degli Autori della Mostra di Venezia 2019.
  • Una struttura in cinque episodi. Coerentemente con il titolo, la narrazione è organizzata in cinque capitoli distinti, specchio della struttura già presente nella graphic novel originale.

Recensione

Adattare al cinema la propria stessa graphic novel comporta un rischio che pochi autori sono disposti a correre apertamente, quello di restare troppo fedeli a un linguaggio (quello del fumetto noir, fatto di inquadrature statiche, chiaroscuri netti, dialoghi scarni) che non sempre si traduce con la stessa efficacia nella grammatica cinematografica. Igort, al suo esordio alla regia dopo una carriera affermata come fumettista e romanziere, affronta questa sfida con un’ambizione visiva innegabile, costruendo una Napoli degli anni settanta che respira l’iconografia del proprio stesso disegno originale più che la ricostruzione storica convenzionale.

Toni Servillo costruisce Peppino Lo Cicero con la consueta capacità di restituire un uomo logorato dal proprio passato senza mai ricorrere all’enfasi. Il suo sicario in pensione porta addosso il peso di scelte mai davvero abbandonate e la perdita del figlio funziona come detonatore di un ritorno che l’attore gestisce con un controllo fisico quasi ascetico, lasciando che siano gli sguardi, più delle battute, a comunicare la determinazione crescente del personaggio. È un’interpretazione che conferma, ancora una volta, la capacità di Servillo di abitare ruoli di understatement drammatico senza mai scadere nella posa.

Attorno a lui il film costruisce un trio di vendicatori che recupera con intelligenza la logica della vecchia banda riunita per l’ultima missione, un topos classico del cinema di genere reinterpretato qui in chiave partenopea. Carlo Buccirosso, nei panni di Totò ‘o Macellaio, abbandona il registro brillante per cui il pubblico italiano lo conosce meglio per costruire un complice fedele, la cui lealtà verso Peppino non ha bisogno di essere motivata oltre il semplice vincolo di un’amicizia criminale mai davvero interrotta. Valeria Golino, nei panni di Rita, restituisce con intensità trattenuta una donna che ha aspettato per anni l’occasione di tornare accanto all’uomo che ama, e la sua partecipazione alla vendetta non è mai presentata come sacrificio passivo, ma come scelta consapevole di una donna che condivide pienamente il codice morale del mondo a cui Peppino appartiene.

Igort racconta una riscossa che non è celebrativa ma logorante. Le indagini di Peppino si muovono nei meandri di Napoli come l’esplorazione di una memoria rimossa, tra personaggi secondari che nascondono il vero peso del passato, su tutti Madonna, interpretata da Iaia Forte, figura che arricchisce il mosaico di presenze che popolano questo sottobosco criminale. Non c’è accelerazione narrativa, il regista preferisce la compressione, il silenzio tra le battute, gli sguardi che dicono più delle spiegazioni. Il film costruisce una tensione radicata nell’inevitabilità piuttosto che nella suspense, culminando in un atto di violenza (l’uccisione del proprio ex boss da parte di Peppino) che trasforma la vendetta personale in una dichiarazione di guerra aperta contro l’intera organizzazione che lo aveva forgiato.

Visivamente Igort sceglie una Napoli desaturata, quasi grigia, dove la luce naturale filtra attraverso i vicoli come ricordo. La fotografia non celebra la città ma la tratta come un personaggio che soffoca, in una resa visiva che porta addosso, con evidenza, la propria origine fumettistica: le composizioni spesso privilegiano la staticità iconica dell’inquadratura rispetto al movimento fluido della macchina da presa, una scelta che il pubblico abituato al linguaggio della graphic novel riconoscerà immediatamente come coerente, ma che in alcuni passaggi rallenta il ritmo complessivo più di quanto la tensione dei contenuti richiederebbe. La colonna sonora è minimalista, a tratti assente, lasciando spazio ai rumori concreti: passi, respiri, il mare che rimane sempre sullo sfondo invisibile ma presente.

Va riconosciuto con onestà che l’operazione non ha convinto pienamente la critica al momento della sua uscita, diverse recensioni, italiane e internazionali, hanno segnalato una certa verbosità nei dialoghi e una regia ancora acerba nel tradurre in linguaggio cinematografico la densità visiva della fonte originale, lamentando che interpreti del calibro di Golino e Buccirosso non ricevessero sempre lo spazio drammaturgico che la loro presenza meriterebbe. È una critica che coglie un problema reale di equilibrio tra ambizione visiva e sviluppo dei personaggi secondari, ma che non cancella il valore di un progetto capace di portare sullo schermo un immaginario visivo autenticamente originale per il panorama del noir italiano, troppo spesso appiattito su codici più convenzionali.

(Francesco Ippolito)

Perché vederlo

Questo non è un film per chi vuole un noir lucido e affilato, gli incassi minimi (544 mila dollari) riflettono proprio questa scelta: un’opera che rifiuta di semplificare, nata dalla graphic novel omonima di Igort e presentata alle Giornate degli Autori di Venezia 2019. Il voto TMDB di 6.3 è ingeneroso per chi apprezza la lentezza consapevole e la rinuncia al melodramma, anche se va riconosciuto che la ricezione critica dell’epoca fu piuttosto divisa. È adatto a chi ha già digerito il cinema italiano di genere e cerca qualcosa che non spieghi tutto, che lasci zone d’ombra, e che sappia apprezzare un’estetica visiva debitrice del fumetto più che del cinema di genere convenzionale. Servillo qui non recita magistralmente, è semplicemente dentro il ruolo come un uomo che non ha scelta. Se cerchi consolazione narrativa, non è il tuo film. Se cerchi sincerità narrativa, potrebbe sorprenderti.

Film correlati a 5 è il numero perfetto

  • Sin City (Robert Rodriguez, Frank Miller, 2005) – termine di paragone dichiarato dalla critica per lo stesso principio di trasposizione cinematografica di un’estetica fumettistica noir.
  • Il Divo (Paolo Sorrentino, 2008) – per ritrovare la precedente collaborazione tra Toni Servillo e Carlo Buccirosso, qui applicata a un contesto di genere completamente diverso.
  • La grande bellezza (Paolo Sorrentino, 2013) – altro capitolo della stessa collaborazione attoriale, utile per misurare la versatilità di entrambi gli interpreti.
  • Gomorra (Matteo Garrone, 2008) – per un confronto diretto sul cinema italiano di criminalità organizzata napoletana, qui raccontato con un registro più realistico e meno stilizzato.

Trailer

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