Un uomo chiamato cavallo, la recensione: il western che precedette Piccolo grande uomo
Un uomo chiamato cavallo
Diretto da Elliot Silverstein
Sceneggiatura di Dorothy M. Johnson, Jack DeWitt
Prodotto da Sandy Howard Productions, Cinema Center Films, Estudios Churubusco Azteca
Protagonisti: Richard Harris, Jean Gascon, Judith Anderson, Corinna Tsopei, Manu Tupou, Dub Taylor, James Gammon, William Jordan
Fotografia: Robert B. Hauser
Musiche: Leonard Rosenman
Produzione: Sandy Howard Productions, Cinema Center Films, Estudios Churubusco Azteca
Data di uscita: 1970-05-01
Durata: 114 minuti
Generi: Western, Dramma
Lingua originale: EN
Un uomo chiamato cavallo – Trama
Siamo nel 1825 quando Richard Harris interpreta John Morgan, un nobile inglese che abbandona Londra per una spedizione di caccia grossa nel Nord America. Non è una ricerca di avventura romantica, è fuga, oppure ricerca di sé in terre ancora inesplorate. I Sioux lo catturano e, ridotto a schiavo, lo consegnano come dono di lavoro alla matriarca della tribù, Buffalo Cow Head (Judith Anderson), madre del capo Yellow Hand (Manu Tupou) e della giovane Running Deer (Corinna Tsopei). Soprannominato beffardamente “Horse” (da cui il titolo) Morgan viene trattato alla stregua di un animale da soma, costretto a vivere legato con una corda al collo.
È Batise (Jean Gascon), un mezzosangue reso zoppo e già schiavo della tribù da tempo, a insegnargli progressivamente la lingua e i codici sociali dei Sioux, diventando il suo unico legame con una possibilità di sopravvivenza dignitosa. La trasformazione di Morgan non è improvvisa, passa per l’apprendimento forzato, il combattimento contro guerrieri nemici, e infine l’innamoramento per Running Deer, che finirà per sposare. Il punto di non ritorno arriva quando l’inglese si sottopone volontariamente al rituale del “Sun Vow” (un’iniziazione ispirata alla vera Danza del Sole dei nativi delle Pianure) non per conquistare l’accettazione della tribù, ma per dissolvere definitivamente l’identità che si era lasciato alle spalle a Londra.
Curiosità sul film Un uomo chiamato cavallo
- Un rituale che fece scalpore. La sequenza del “Sun Vow”, ispirata alla cerimonia rituale nota come Danza del Sole (Okipe), fu all’epoca dell’uscita motivo di scandalo per la sua rappresentazione esplicita di piercing corporei, e resta ancora oggi uno dei momenti più discussi e studiati del cinema western del periodo.
- Un cast internazionale per un film “americano”. I ruoli principali dei Sioux furono affidati a un’attrice australiana (Judith Anderson), un attore delle Fiji (Manu Tupou) e un’ex Miss Universo greca (Corinna Tsopei, incoronata nel 1964), una scelta di casting rappresentativa delle convenzioni dell’epoca più che della reale composizione etnica rappresentata.
- Una co-produzione a sud del confine. Il film fu girato tra l’Arizona e gli stati messicani di Durango e Sonora, come coproduzione statunitense-messicana.
- Un incasso ben superiore al budget. A fronte di circa 5 milioni di dollari investiti, il film ne incassò 6 di soli noleggi in Nord America, arrivando a circa 44 milioni di dollari complessivi nel mondo entro il 1976.
- Manu Tupou e Richard Harris già colleghi. I due attori avevano già recitato insieme nel kolossal Hawaii (1966), qualche anno prima di ritrovarsi in ruoli agli antipodi in questo film.
Recensione
Nel filone del western revisionista che tra la fine degli anni sessanta e i primi settanta cominciava a rovesciare l’iconografia hollywoodiana del “pellerossa” come minaccia indistinta, Un uomo chiamato cavallo occupa una posizione particolare: precede di alcuni mesi la ben più nota operazione di Piccolo grande uomo di Arthur Penn, condividendone l’ambizione di raccontare la cultura nativa dall’interno, ma scegliendo un dispositivo narrativo diverso, non l’ironia picaresca di Penn, bensì un registro quasi antropologico, costruito sull’osservazione paziente di riti e gerarchie sociali.
Richard Harris regge l’intero impianto drammaturgico con un’interpretazione che rifiuta ogni scorciatoia verso il vittimismo. Il suo Morgan non piange la perdita della civiltà londinese, la negozia lentamente, la mette in discussione pezzo per pezzo, fino a rifiutarla senza mai un momento di conversione improvvisa che risulterebbe poco credibile. È un lavoro attoriale fondato sulla fisicità (l’umiliazione iniziale resa attraverso il corpo esposto e legato, la progressiva acquisizione di postura guerriera) più che sul dialogo, coerente con un personaggio che deve letteralmente reimparare a comunicare in una lingua che non conosce.
È proprio qui che il personaggio di Batise, interpretato da Jean Gascon, assume un peso specifico che le sintesi più superficiali del film tendono a sottovalutare. Il suo mezzosangue zoppo, cinico e disincantato, funziona da ponte imprescindibile tra Morgan e la comunità che lo tiene prigioniero. Senza il suo insegnamento linguistico e sociale, la trasformazione del protagonista non avrebbe alcuna base credibile. Gascon costruisce un personaggio segnato da una rassegnazione antica, quella di chi ha già attraversato lo stesso percorso di umiliazione e adattamento molti anni prima, e proprio questa doppia appartenenza (né pienamente sioux né pienamente bianco) lo rende una delle figure più interessanti e meno studiate del film.
I Sioux, guidati da Yellow Hand (Manu Tupou), non sono antagonisti cartacei ma osservatori che mettono alla prova questo straniero incomprensibile, misurandone il valore secondo criteri che il film si preoccupa di rendere coerenti e legittimi ai propri occhi, per quanto la messa in scena resti inevitabilmente filtrata da uno sguardo produttivo hollywoodiano. Judith Anderson, nei panni della matriarca Buffalo Cow Head, incarna con autorevolezza il potere femminile all’interno della struttura tribale: è lei la proprietaria iniziale di Morgan, ed è attraverso il suo lento cambiamento di atteggiamento (da padrona indifferente a figura quasi materna) che il film misura buona parte della propria progressione emotiva. Corinna Tsopei, nel ruolo di Running Deer, sorella di Yellow Hand, porta la componente sentimentale della vicenda; il suo legame con Morgan, che sfocia nel matrimonio, rappresenta il sigillo definitivo dell’appartenenza del protagonista alla nuova comunità, più efficace di qualsiasi dichiarazione esplicita di lealtà.
Elliot Silverstein struttura il racconto attorno al tema dell’identità come scelta consapevole, non come dato biologico. Le scene di umiliazione iniziale cedono gradualmente a momenti di comunione rituale, culminando nella sequenza del Sun Vow, che il regista filma senza edulcorazioni, una scelta che generò controversie all’epoca dell’uscita, ma che resta coerente con l’ambizione dichiarata del film di restituire, per quanto possibile entro i limiti di una produzione hollywoodiana del 1970, un’immagine meno stereotipata della cultura sioux rispetto alla tradizione del genere.
La fotografia di Robert B. Hauser risente dello stile western dell’epoca: paesaggi nordamericani ampi, inquadrature che catturano l’isolamento fisico e psicologico del protagonista. Le musiche di Leonard Rosenman, integrate da elementi sonori tradizionali attribuiti a Lloyd One Star, rinunciano alla melodia orchestrale eroica tipica del genere, prediligendo il silenzio, i suoni rituali, la voce umana. Silverstein non decora la storia con orchestrazioni trionfali, la spoglia, lasciando che siano i gesti e i riti, più della musica, a costruire il significato.
Va detto con onestà che il film porta con sé alcuni limiti tipici della propria epoca produttiva: la scelta di affidare i ruoli sioux principali a interpreti non nativi (un’attrice australiana, un attore fijiano, un’ex Miss Universo greca) riflette convenzioni di casting che il cinema contemporaneo giudicherebbe inaccettabili, e alcune libertà etnografiche prese nella rappresentazione dei riti sono state oggetto di critiche, anche dure, da parte di attivisti nativi americani già al momento dell’uscita. Sono limiti che vanno riconosciuti apertamente, senza che questo cancelli l’ambizione del progetto di allontanarsi, per quanto imperfettamente, dalla rappresentazione più grossolana e denigratoria che il western classico aveva riservato ai popoli nativi per decenni.
(Francesco Ippolito)
Perché vederlo
Il voto TMDB di 6,4 su 10 riflette un film che divide: affascinante per chi apprezza il western riflessivo, frustrante per chi vuole azione lineare. È adatto a chi ha già visto Piccolo grande uomo di Arthur Penn e vuole un diverso angolo sulla riconciliazione tra culture, meno ironico, più cerimoniale. Harris regge tutto il peso sulle spalle con un’interpretazione che non concede simpatia facile, il suo inglese è testardo, credibile nel rifiuto e poi nell’accettazione, sostenuto da un cast di supporto (Gascon su tutti) spesso sottovalutato nelle letture più affrettate del film. Non per chi cerca il western d’azione pura, è un film che sceglie la lentezza come strumento narrativo, il silenzio come dialogo.
Film correlati a Un uomo chiamato cavallo
- Piccolo grande uomo (Arthur Penn, 1970) – uscito nello stesso anno, condivide l’ambizione di rovesciare lo sguardo hollywoodiano tradizionale sui popoli nativi americani, con un registro più ironico.
- Balla coi lupi (Kevin Costner, 1990) – per la stessa struttura narrativa del soldato/esploratore bianco che si integra progressivamente in una comunità nativa, con un approccio più consapevole sul piano storico.
- Run of the Arrow (Samuel Fuller, 1957) – precedente diretto sul tema del bianco che sceglie di vivere tra i Sioux dopo la Guerra di Secessione.
- Hawaii (George Roy Hill, 1966) – per ritrovare la precedente collaborazione tra Richard Harris e Manu Tupou, qui in ruoli completamente diversi.
Leggi anche: The Blues Brothers, la recensione: il caos diventato arte nel classico di John Landis

