Un pesce di nome Wanda 1988
Un pesce di nome Wanda
Diretto da Charles Crichton
Sceneggiatura di John Cleese, Charles Crichton
Prodotto da Prominent Features, Metro-Goldwyn-Mayer, Fish Productions
Protagonisti: Jamie Lee Curtis, John Cleese, Kevin Kline, Michael Palin, Maria Aitken, Tom Georgeson, Cynthia Cleese, Patricia Hayes
Fotografia: Alan Hume
Musiche: John Du Prez
Produzione: Prominent Features, Metro-Goldwyn-Mayer, Fish Productions
Data di uscita: 1988-07-15
Durata: 109 minuti
Generi: Commedia, Crime
Lingua originale: EN
Trama – Un pesce di nome Wanda: la commedia con l’Oscar che ha reso Kevin Kline una leggenda
Londra, fine anni ottanta. Una rapina di diamanti è già andata a segno quando il film comincia, quello che resta da raccontare è la guerra fredda, sempre più calda, tra i quattro complici che l’hanno organizzata. C’è George Thomason, il vecchio boss che ha pianificato il colpo e nascosto il bottino in un posto che solo lui conosce. C’è Ken, il suo braccio destro, un uomo timido e balbuziente con un debole per gli animali che gli complica la vita più di quanto lo aiuti. E poi ci sono i due americani arrivati apposta per il lavoro; Otto, un tipo che si crede più intelligente di quanto sia davvero, permaloso fino alla violenza appena qualcuno osa mettere in dubbio le sue capacità, e Wanda, che di quel gruppo è di gran lunga la mente più lucida e la meno interessata a dividere qualcosa con chiunque altro.
Quando George viene arrestato, il suo avvocato Archie Leach entra in scena senza sapere di essere già parte del gioco. È un penalista rispettato, sposato in un matrimonio ormai spento, abituato a una vita fatta di educazione formale e desideri tenuti sotto controllo. Wanda capisce subito che può usarlo per arrivare ai diamanti, e comincia a corteggiarlo con un misto di fascino autentico e calcolo puro che nemmeno lei, col passare dei giorni, riesce più a tenere del tutto separati. Da qui parte una spirale di equivoci, tradimenti e piccoli disastri in cui ognuno dei quattro cerca di fregare gli altri tre, spesso senza accorgersi di essere a sua volta manovrato.
Quello che potrebbe restare un semplice crime movie diventa, episodio dopo episodio, una commedia sugli inganni sentimentali prima ancora che su quelli criminali. Archie scopre in sé un lato che pensava di aver seppellito da anni, Otto affonda sempre di più in una gelosia che lo rende tanto pericoloso quanto ridicolo, Ken si ritrova invischiato in una missione (eliminare l’unica testimone della rapina) che va storta con una regolarità quasi comica. Il film corre veloce, cambia obiettivo di continuo, e proprio quando pensi di aver capito chi sta fregando chi, ribalta di nuovo le carte.
Visivamente non c’è nulla di sopra le righe, una Londra grigia, ordinata, quasi british fino all’eccesso, che fa da sfondo perfetto al caos che monta sotto la superficie composta dei personaggi. Charles Crichton dirige con un controllo del ritmo che non concede pause morte, ma senza mai spingere sull’acceleratore in modo artificiale, lascia che siano gli attori, e la precisione chirurgica della sceneggiatura, a far correre il film.
Curiosità sul film
- Una casa di produzione nata apposta per questo film. Prominent Features, una delle società che hanno prodotto il film insieme a MGM, fu fondata proprio in occasione di questo progetto da quattro membri del gruppo Monty Python – Terry Gilliam, Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin.
- Il nome di Archie non è casuale. Il personaggio interpretato da John Cleese si chiama Archie Leach, che è il vero nome anagrafico di Cary Grant. Cleese ha dichiarato che si trattava del suo modo più vicino per “diventare” Cary Grant almeno per una volta.
- Cinque anni di gestazione, pagati di tasca propria. John Cleese ha investito circa 150.000 dollari personali per sviluppare la sceneggiatura insieme a Charles Crichton, prima ancora di trovare uno studio disposto a finanziare il progetto, diversi studios rifiutarono l’offerta prima che la MGM decidesse di crederci.
- Alcune gag vennero ammorbidite dopo le proiezioni test. Il montaggio finale eliminò alcune trovate ritenute troppo forti per il pubblico dei test screening, tra cui un’inquadratura più esplicita legata a uno degli animali del film e una scena di tiro al bersaglio ritenuta eccessiva anche per gli standard di una commedia nera.
- Un premio Oscar arrivato quasi per caso. Kevin Kline ha vinto l’Oscar come Miglior Attore Non Protagonista per il ruolo di Otto, in un’annata in cui le commedie venivano raramente prese sul serio dall’Academy, un riconoscimento raro per il genere, che il film ha ottenuto insieme ad altre due candidature, per la Regia e la Sceneggiatura Originale.
- Il film britannico di maggior successo del suo genere, all’epoca. Negli Stati Uniti “Un pesce di nome Wanda” divenne la commedia britannica di maggior incasso mai uscita fino a quel momento nelle sale americane, un risultato che nessuno (cast e produzione compresi) si aspettava davvero.
Recensione
Ci sono commedie che invecchiano bene perché fanno ridere ancora oggi con le stesse identiche battute, e ci sono commedie che invecchiano bene perché il loro meccanismo (al di là delle singole gag) resta perfetto qualunque sia il decennio in cui le guardi. “Un pesce di nome Wanda” appartiene decisamente alla seconda categoria, e il motivo principale sta nella sceneggiatura firmata da John Cleese, sviluppata insieme a Charles Crichton in un lavoro di scrittura durato anni e passato attraverso numerose revisioni. Non è un film scritto di getto, e si vede; ogni personaggio ha un obiettivo chiarissimo, ogni scena serve almeno due scopi contemporaneamente (far ridere e spostare in avanti l’intreccio) e la costruzione del meccanismo comico, fatto di equivoci che si incastrano l’uno nell’altro senza mai risultare macchinosi, è un esercizio di precisione raro da trovare anche in commedie molto più recenti e blasonate.
Quello che rende il film davvero speciale, però, è la scelta di puntare tutto su quattro caratterizzazioni fortissime invece che su un unico protagonista. John Cleese interpreta Archie con un registro sorprendentemente sommesso rispetto a quello per cui il pubblico lo conosceva, qui non c’è il nervosismo esplosivo di Basil Fawlty, ma un uomo compresso, quasi imbalsamato dalle buone maniere, che scopre pian piano quanto gli sia mancato lasciarsi andare. È un lavoro sottile, fatto di piccoli cedimenti nell’espressione più che di battute urlate, e proprio per questo funziona così bene in contrasto con gli altri tre. Jamie Lee Curtis evita con grande abilità la trappola in cui Wanda avrebbe potuto facilmente cadere, quella della semplice femme fatale senza spessore. La sua Wanda è manipolatrice, sì, ma mai stupida né gratuitamente crudele, è un personaggio che gioca sempre con un obiettivo chiaro in testa, e Curtis riesce a farci intuire, nei momenti giusti, che anche lei non è del tutto immune al gioco che sta mettendo in scena.
Kevin Kline, va detto senza mezzi termini, ruba letteralmente ogni scena in cui compare, ed è facile capire perché l’Academy abbia deciso di premiarlo nonostante la storica ritrosia verso le interpretazioni comiche. Il suo Otto è un concentrato di insicurezza mascherata da arroganza, un uomo convinto della propria superiorità intellettuale che in realtà fraintende quasi tutto quello che legge o cita, capace di passare dalla sbruffoneria più ridicola a scatti di violenza autentica nel giro di una battuta. È un personaggio che potrebbe facilmente diventare macchiettistico, e invece resta sempre credibile, quasi spaventoso nei momenti giusti. Michael Palin, infine, offre probabilmente il lavoro più delicato dell’intero cast. Il suo Ken, balbuziente e devoto agli animali fino all’ossessione, potrebbe scivolare nella farsa più becera, ma Palin gli regala una tenerezza autentica che rende il personaggio, alla fine, il più umano di tutti e quattro. Anche il resto del cast fa la sua parte con grande solidità: Maria Aitken restituisce con eleganza la freddezza British della moglie di Archie, mentre Tom Georgeson dà a George Thomason lo spessore di un criminale vecchio stile, quasi fuori posto in mezzo a tanta improvvisazione americana.
La regia di Charles Crichton merita un discorso a parte, anche perché arriva alla fine di una carriera lunghissima, iniziata negli anni trenta e passata per alcune delle commedie più amate del cinema britannico del dopoguerra. Qui Crichton dimostra una mano ancora saldissima nel gestire il ritmo, le scene si susseguono senza tempi morti, i cambi di location non spezzano mai la tensione comica, e soprattutto la regia non cerca mai lo sfoggio visivo, resta al servizio degli attori e della scrittura, lasciando che siano le interpretazioni a creare la maggior parte dell’effetto comico. È una lezione di mestiere che pochi registi molto più giovani sarebbero in grado di impartire con altrettanta leggerezza.
Sul piano tecnico la fotografia di Alan Hume restituisce una Londra pulita, quasi da cartolina istituzionale, che funziona benissimo da contrappunto visivo al caos morale dei personaggi. Più l’immagine è ordinata e composta, più risalta il disordine che si agita sotto la superficie. Le musiche di John Du Prez, leggere e giocose, accompagnano il film senza mai invadere la scena, sottolineando i momenti comici con un tocco quasi da cartone animato che non stona mai con il tono complessivo. È un comparto tecnico che non cerca applausi a sé stante, ma che nell’insieme contribuisce a rendere il film scorrevole dal primo all’ultimo minuto, senza un solo momento in cui l’attenzione rischi di calare.
Perché vederlo
Con un incasso globale di circa 188 milioni di dollari a fronte di un budget di appena 7,5 milioni, “Un pesce di nome Wanda” è stato uno dei casi di successo commerciale più clamorosi della sua epoca, oltre che uno dei rari esempi di commedia capace di conquistare anche l’Academy grazie all’Oscar vinto da Kevin Kline. Non è un film che invecchia guardando al calendario: i meccanismi di gelosia, vanità e desiderio di rivalsa che muovono i quattro protagonisti sono talmente universali da funzionare ancora oggi, decenni dopo. Se ami le commedie scritte con intelligenza, dove ogni battuta ha una funzione precisa e ogni personaggio nasconde più strati di quanto sembri all’inizio, questo è un titolo che vale assolutamente la riscoperta. Meno indicato per chi cerca comicità immediata e senza sviluppo psicologico, qui il divertimento nasce soprattutto dall’osservare persone intelligenti comportarsi, di continuo, nel modo peggiore possibile.
Film correlati
- La banda degli onesti — The Lavender Hill Mob (1951) – Il classico Ealing diretto anch’esso da Charles Crichton, a cui “Un pesce di nome Wanda” deve moltissimo in termini di struttura da commedia sul crimine e di umorismo tutto british.
- Creature selvagge — Fierce Creatures (1997) – Il seguito spirituale, che riunisce lo stesso quartetto di protagonisti (Cleese, Curtis, Kline e Palin) questa volta alle prese con lo zoo cittadino al posto dei diamanti.
- Lock & Stock — Pazzi scatenati (1998) – Guy Ritchie porta lo stesso spirito di crime comedy corale e dagli intrecci vorticosi in una Londra molto più underground e contemporanea.
- In Bruges — La coscienza dell’assassino (2008) – Un’altra commedia nera anglosassone capace di alternare ilarità e cinismo senza mai perdere il controllo del tono, con un umorismo altrettanto tagliente.
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