Sangue sulla Luna, la recensione: il western noir con Robert Mitchum che gioca sul tradimento di un amico
Sangue sulla Luna
Diretto da Robert Wise
Sceneggiatura di Lillie Hayward
Prodotto da RKO Radio Pictures
Protagonisti: Robert Mitchum, Barbara Bel Geddes, Robert Preston, Walter Brennan, Phyllis Thaxter, Frank Faylen, Tom Tully, Charles McGraw
Fotografia: Nicholas Musuraca
Musiche: Roy Webb
Produzione: RKO Radio Pictures
Data di uscita: 1948-11-11
Durata: 88 minuti
Generi: Western, Romance
Lingua originale: EN
Sangue sulla Luna – Trama
Jim Garry (Robert Mitchum) è un cowboy senza lavoro e senza meta. Lo raggiunge la chiamata di un vecchio amico, Tate Riling (Robert Preston), che lo vuole accanto a sé in una disputa sul bestiame. Garry accetta, convinto di aver trovato un impiego e un appoggio. Mentre attraversa il pascolo di una riserva indiana, una mandria in fuga lo mette quasi sotto gli zoccoli e lo porta a confrontarsi con il proprietario dei capi, l’allevatore John Lufton (Tom Tully). Lufton gli racconta di essere stato per anni il fornitore di carne della riserva e di essere ora spinto fuori dal nuovo agente indiano, Jake Pindalest (Frank Faylen). Lufton è in lotta anche con Riling, che ha organizzato i coloni della zona per impedirgli di riportare le mandrie nella conca di pascolo che un tempo era sua.
Garry si ritrova in mezzo. Riling non è del tutto sincero con lui, e il piano che ha in mente, in combutta con l’agente corrotto, mira a costringere Lufton a vendere a poco le sue mandrie. Intorno si muovono le figlie dell’allevatore, Amy (Barbara Bel Geddes) e Carol (Phyllis Thaxter), che all’inizio sospettano di Garry, e Kris Barden (Walter Brennan), uno dei coloni. Il cowboy, che aveva scelto di non schierarsi, vede ogni decisione avvicinarlo di un passo alla scelta tra la vecchia lealtà e ciò che sa essere giusto.
Curiosità sul film Sangue sulla Luna
- Un western che sembra un noir. Wikipedia lo definisce un western “psicologico” e film noir della RKO, in bianco e nero. Il regista Robert Wise e il direttore della fotografia Nicholas Musuraca vengono entrambi dall’unità Val Lewton della RKO, e la fotografia porta il vocabolario dell’ombra in esterni e interni.
- Da un romanzo di Luke Short. Il film adatta Gunman’s Chance (1941), con sceneggiatura di Lillie Hayward e Harold Shumate. Il produttore è Theron Warth, le musiche sono di Roy Webb e il montaggio di Samuel E. Beetley.
- Girato nel Sud-Ovest. Le riprese si sono svolte in gran parte in California e a Sedona, in Arizona. L’uscita statunitense è del 9 novembre 1948; la durata è di 86 o 88 minuti secondo le fonti.
- Un contratto interrotto. Secondo Wikipedia, Howard Hughes rescisse il contratto di Barbara Bel Geddes con la RKO, ritenendola “non abbastanza sexy”.
- Scene che la critica ricorda. Wikipedia cita una rissa durissima tra Mitchum e Preston, un lungo inseguimento attraverso montagne innevate e il conflitto a fuoco finale, definendo il film un western “asciutto e serrato”.
- Un’idea di redenzione. Una recensione su IMDb nota che, nonostante le ombre, il film racconta la redenzione di un cowboy ormai perduto, che ritrova un senso grazie all’amore di una donna.
Recensione
Sangue sulla Luna appartiene a quella zona del cinema americano di fine anni quaranta in cui il western si lascia attraversare dal noir senza perdere i propri paesaggi. Il confine tra i due generi, in questo caso, passa per il personaggio. Jim Garry è un uomo che ha scelto di restare ai margini, e il film lo guarda con la stessa attenzione con cui il noir seguiva i suoi vinti. Robert Wise, che arrivava dalla squadra di Val Lewton e firma qui un lavoro dal tono severo, sceglie di raccontare il West come un luogo dove la scelta morale si consuma nei dettagli, più che in grandi scene.
La premessa è già un dilemma. Garry non arriva da forestiero, risponde alla chiamata di un amico, e la fiducia che lo muove è la stessa che il film userà per metterlo alla prova. La conversazione con Lufton, il primo incontro che lo smentisce, funziona da pietra di paragone. Da quel momento ogni scena aggiunge un dettaglio che sposta il peso, e il racconto procede più per accumulo di indizi che per colpi di scena, seguendo l’uomo che li raccoglie.
Robert Mitchum porta in scena una presenza che il cinema dell’epoca sapeva già riconoscere: il passo lento, lo sguardo che sembra sempre un attimo in ritardo sulle cose e che poi, quando serve, arriva prima di tutti. Qui la sua riservatezza ha una funzione drammatica. Garry è un uomo che osserva prima di decidere, e l’attore tiene il personaggio sul filo di una neutralità che il film si incarica di rendere insostenibile. Robert Preston, nel ruolo di Riling, regge il confronto con una cordialità persuasiva, l’amico che ti accoglie con calore e intanto ti usa. La rissa tra i due, citata dalla critica fra le scene più dure del film, è il punto in cui l’amicizia diventa conflitto aperto.
Barbara Bel Geddes dà ad Amy una vivacità che rifiuta la funzione di semplice premio per l’eroe, il suo personaggio sospetta, protegge, si schiera, e il rapporto con Garry nasce da un attrito più che da una seduzione. Walter Brennan, nei panni del colono Kris Barden, aggiunge al quadro il versante dei piccoli coltivatori, quelli che Riling ha mobilitato e che finiscono per pagare di più. È una scelta di scrittura che impedisce al film di ridursi a un duello tra due uomini, ci sono famiglie, ci sono morti, c’è un territorio da spartire.
Il lavoro di Nicholas Musuraca è il tratto formale che più resta. La luce bassa, i contrasti netti, le ombre sui volti portano nell’Ovest una grammatica da interni notturni, e il bianco e nero rinuncia ai tramonti e al romanticismo del paesaggio. Quando l’azione sale in montagna, tra la neve, la fotografia mantiene la stessa asciuttezza, e il risultato è un western che non offre un panorama ma una pressione. Roy Webb accompagna con una partitura funzionale al genere, mentre il montaggio di Beetley sostiene il ritmo di un racconto dichiaratamente teso.
Ci sono limiti da riconoscere. Alcuni spettatori trovano la sceneggiatura un po’ lenta in certi passaggi, e c’è chi nota che i personaggi nativi, in un film ambientato proprio su una riserva, restano ai margini e agiscono per ragioni poco chiare: il limite, ricorrente nel western di quegli anni, è quello di un mondo in cui il conflitto riguarda i bianchi e la riserva è soprattutto uno sfondo. Il film non si propone di rimediare, e va letto per ciò che è.
Resta il rigore di un’opera che costruisce un intero percorso morale con pochi elementi: un uomo, un amico, una lettera, un territorio contesto. Per chi ama il western che lavora sul carattere, sulla fiducia tradita e sulla scelta, Sangue sulla Luna conserva una concentrazione rara.
(Francesco Ippolito)
Perché vederlo
Con un voto di 6,9 su IMDb e una reputazione solida tra gli appassionati di western psicologico, Sangue sulla Luna è una delle prove più interessanti di Robert Mitchum prima della consacrazione, e uno dei film in cui Robert Wise mostra la sua mano di narratore. Adatto per chi cerca un western costruito sull’erosione del carattere più che sugli scontri a fuoco, e per chi ama il noir e vuole vederlo spostato in un altro paesaggio. Non offre sfoghi catartici, offre una storia di lealtà messa alla prova, girata con una fotografia da manuale.
Film correlati a Sangue sulla Luna
- Le catene della colpa (Jacques Tourneur, 1947) – il noir RKO con Mitchum fotografato dallo stesso Musuraca, per ritrovare il suo volto e la sua luce in un altro genere.
- Notte senza fine (Raoul Walsh, 1947) – un altro western psicologico con Mitchum, in cui il passato del protagonista pesa quanto il presente.
- Il cavaliere della valle solitaria (George Stevens, 1953) – per un confronto sul conflitto tra allevatori e coloni, affrontato con un respiro più epico.
- Il bacio della pantera (Jacques Tourneur, 1942) – per risalire all’unità Val Lewton da cui vengono Wise e Musuraca, e capire da dove nasce il loro modo di usare l’ombra.
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