The Wrestler, la recensione: il Leone d’oro di Aronofsky e il ritorno di Mickey Rourke
The Wrestler
Diretto da Darren Aronofsky
Sceneggiatura di Robert D. Siegel
Prodotto da Wild Bunch, Top Rope, Saturn Films
Protagonisti: Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Mark Margolis, Todd Barry, Wass Stevens, Judah Friedlander, Ernest Miller
Fotografia: Maryse Alberti
Musiche: Clint Mansell
Produzione: Wild Bunch, Top Rope, Saturn Films
Data di uscita: 2008-12-17
Durata: 109 minuti
Generi: Dramma, Romance
Lingua originale: EN
The Wrestler – Trama
Robin Ramzinski, noto sul ring come Randy “The Ram” Robinson (Mickey Rourke), ha vissuto il suo momento di gloria negli anni ottanta e vent’anni dopo continua a battersi nei piccoli palazzetti del New Jersey, davanti a platee sempre più rade. Un problema di salute lo costringe a rallentare e a guardare in faccia una vita costruita sul dolore fisico e sull’adrenalina. Poco dopo gli viene proposta una rivincita per il ventesimo anniversario con il suo avversario più celebre, The Ayatollah (Ernest Miller), che potrebbe riportarlo in alto.
Randy prova intanto a ricostruire un’esistenza fuori dal ring, un lavoro, il rapporto con la figlia Stephanie Ramzinski (Evan Rachel Wood), che gli è ostile e che gli concede una possibilità, e la vicinanza di Cassidy, il cui vero nome è Pam (Marisa Tomei), una spogliarellista che gli offre attenzione. Intorno a lui compaiono Lenny (Mark Margolis), Wayne (Todd Barry), l’organizzatore Scott Brumberg (Judah Friedlander), Nick Volpe (Wass Stevens) e l’avversario di una celebre sfida estrema, Necro Butcher (Dylan Summers).
Curiosità sul film The Wrestler
- Un Leone d’oro alla prima mondiale. Il film debuttò alla 65ª Mostra di Venezia il 5 settembre 2008 e vinse il Leone d’oro. Uscì negli Stati Uniti il 17 dicembre 2008 in versione limitata e il 23 gennaio 2009 su larga scala, con Fox Searchlight; in Italia arrivò il 6 marzo 2009, distribuito da Lucky Red, e incassò 2,2 milioni di euro.
- Il ritorno di un attore. Il successo del film è indicato dalle fonti come il rilancio della carriera di Rourke, che ottenne il Golden Globe come miglior attore drammatico, il BAFTA, l’Independent Spirit Award e la candidatura all’Oscar. Marisa Tomei fu a sua volta candidata all’Oscar come migliore attrice non protagonista.
- Un ruolo pensato per un altro. Secondo Aronofsky, Nicolas Cage lasciò il progetto perché il regista voleva Rourke come protagonista.
- Una canzone scritta per l’attore. Bruce Springsteen compose The Wrestler, che suona sui titoli di coda, dopo aver ricevuto da Rourke, amico di lunga data, una lettera e il copione. Il brano è dedicato all’attore e ai punti di contatto tra la sua vita e quella di Randy, e vinse il Golden Globe per la migliore canzone originale.
- Un regista che si rialza. Per The Hollywood Reporter, Aronofsky era inciampato con il precedente The Fountain e con questo film “torna in carreggiata”, dopo il successo di Requiem for a Dream.
- Nomi veri e nomi di scena. Randy è il nome d’arte di Robin Ramzinski, e Cassidy quello di Pam: due personaggi che lavorano con il proprio corpo davanti a un pubblico e usano un’identità di scena per proteggersi.
- Un piccolo grande incasso. Con un budget di 6 milioni di dollari, il film ne incassò circa 44,7 (alcune fonti indicano 46,6) e fu inserito dal National Board of Review tra i dieci migliori del 2008.
- Una squadra di autori. La sceneggiatura è di Robert D. Siegel, la fotografia di Maryse Alberti, le musiche di Clint Mansell; Aronofsky produce insieme a Scott Franklin.
Recensione
Il cinema americano ha una lunga tradizione di film sul pugilato e sullo sport in declino, da Il colosso d’argilla a Toro scatenato, e The Wrestler si inserisce in quella genealogia sottraendole un elemento decisivo: la possibilità del riscatto sportivo. Randy non cerca un titolo, cerca di restare in vita come persona che qualcuno ancora applaude. Aronofsky, arrivato al film dopo opere più esplicitamente stilizzate come Requiem for a Dream e The Fountain, adotta un registro asciutto, e il Leone d’oro di Venezia ne ha premiato soprattutto il rigore.
Il film vive della coincidenza tra l’interprete e il personaggio, e la critica lo ha riconosciuto dal debutto. Mickey Rourke restituisce Randy come un uomo che fatica a cambiare pur desiderandolo, con una fisicità segnata e una dolcezza trattenuta che il personaggio riserva soprattutto ai pochi che non lo giudicano. Il dato extracinematografico, cioè il rilancio di una carriera che sembrava finita, aggiunge un livello di lettura che il film non cerca di nascondere, e Springsteen lo rende esplicito nella canzone dei titoli di coda, scritta per l’attore. Rourke non ha vinto l’Oscar, ma il Golden Globe, il BAFTA e l’Independent Spirit Award dicono quanto la sua prova abbia convinto.
L’organizzazione del racconto procede per tentativi di vita normale che si infrangono contro ciò che Randy sa fare. Il lavoro, il rapporto con la figlia, la vicinanza di Cassidy sono tre direzioni in cui prova a uscire dal ring, e il film le tratta con la stessa serietà, senza considerare nessuna di esse un pretesto narrativo. Evan Rachel Wood dà a Stephanie la lucidità risentita di chi ha imparato a non aspettarsi nulla, e la sua parte è decisiva proprio perché non cede mai alla commozione facile. Marisa Tomei, candidata all’Oscar, costruisce Cassidy come un personaggio che condivide con Randy il mestiere di vendere il proprio corpo e che per questo ne riconosce la fatica, senza accettarne l’idealizzazione.
Il parallelo tra i due, e qui propongo una lettura mia, passa dai nomi. Randy e Cassidy sono identità di scena che servono a rendere sopportabile il lavoro, e i nomi veri, Robin e Pam, emergono quando il film li mette di fronte a qualcuno che non li guarda come spettacolo. È un dispositivo di scrittura semplice e molto efficace, e Robert D. Siegel lo usa senza sottolinearlo.
La messa in scena segue questo orientamento. La fotografia di Maryse Alberti e la musica di Clint Mansell sostengono il racconto senza imporre uno stile spettacolare, e il risultato è un film che privilegia la presenza fisica degli attori. Anche la rivincita con The Ayatollah, che dà alla trama un’attesa, serve a verificare che cosa Randy sia disposto a pagare per restare sul ring. L’incontro estremo con Necro Butcher mostra, d’altra parte, a quale prezzo il wrestling di Randy continui a funzionare.
I limiti sono quelli di un film costruito su un’unica traiettoria, la linearità del percorso, in cui ogni tentativo di normalità è destinato a fallire, può apparire a qualche spettatore troppo prevedibile. Chi lo ha amato, però, ne ha lodato proprio la scelta di non offrire sollievi, e la critica internazionale ne ha parlato in termini quasi unanimi.
(Francesco Ippolito)
Perché vederlo
Con il Leone d’oro di Venezia, due candidature agli Oscar, un incasso di circa 44,7 milioni di dollari su un budget di 6 e una canzone di Bruce Springsteen premiata con il Golden Globe, The Wrestler è uno dei film più importanti del cinema americano degli anni duemila. Fa per chi ama il cinema che guarda in faccia l’autoinganno, per chi apprezza le grandi interpretazioni in cui l’attore e il personaggio si sovrappongono e per chi non ha bisogno che tutto si risolva. Chi cerca eroi redenti troverà poco. Chi cerca verità su ciò che resta a un uomo quando ha dato tutto, la troverà.
Film correlati a The Wrestler
- Toro scatenato (Martin Scorsese, 1980) – per l’altro grande ritratto di un atleta che si consuma, con un registro più violento e più operistico.
- Rocky (John G. Avildsen, 1976) – il modello classico del film sul perdente che cerca l’ultima occasione, qui rovesciato nella sostanza.
- Requiem for a Dream (Darren Aronofsky, 2000) – per vedere lo stesso regista in un film sulla dipendenza costruito con un linguaggio molto più radicale.
- Crazy Heart (Scott Cooper, 2009) – per un’altra storia di artista in declino, in cui un’interpretazione fisica regge tutto il racconto.
Trailer
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