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Il reboot come atto politico: cosa significa ricominciare da capo nell’universo Marvel

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Il tabù editoriale che nessuno osa nominare

Il titolo del quarto film MCU di Spider-Man, annunciato il 31 marzo 2025 al CinemaCon, deriva dalla storyline a fumetti del 2008 che ha resettato lo status quo di Spider-Man. Non è una citazione innocente. Brand New Day è l’inizio delle avventure di Spider-Man dopo gli eventi di “One More Day”, un soft reboot del personaggio che ha introdotto uno status quo fresco. Quando la Marvel e la Sony decidono di intitolare così il loro blockbuster estivo, stanno dichiarando un principio. Il reboot non è una necessità narrativa, è una decisione politica camuffata da storytelling.

Perché “politica”? Joe Quesada, allora Editor-in-Chief della Marvel, ha affermato in un’intervista con CBR che dal momento in cui assunse l’incarico era convinto che il matrimonio tra Peter Parker e MJ dovesse essere dissolto per preservare il brand di Spider-Man. Non l’arco drammatico del personaggio. Non la coerenza emotiva delle storie. Il brand. L’impulso di Quesada per l’idea era che Spider-Man, nell’essere un uomo sposato con crescita e maturità, si era allontanato troppo dalle sue radici come perdente sfortunato che viveva ancora con sua zia. L’argomento non è narrativo, è demografico. Si vuole Spider-Man “accessibile”, termine che nell’industria dei comics significa sempre “vendibile ai lettori più giovani”. Il matrimonio invecchia il personaggio, la maturità lo rende meno malleabile. Dunque si cancella. Con un demone, una memoria collettiva azzerata, e un nuovo numero uno.

Il film di Destin Daniel Cretton non ha bisogno di Mephisto perché ha già avuto il suo equivalente, l’incantesimo di Doctor Strange alla fine di No Way Home. Il mondo ha dimenticato che Parker esiste ed ora è concentrato sulla protezione anonima di New York City dal crimine a livello di strada. Ma il meccanismo è identico: cancellare le relazioni, le conseguenze, i legami che definiscono un personaggio adulto per riportarlo a una tabula rasa. Il reboot come atto politico significa questo, la scelta di chi Peter Parker può essere non viene presa dai personaggi, ma dall’apparato che li gestisce. È una forma di controllo editoriale resa dispositivo narrativo.

Spider-Man Brand New Day
Immagine via TMDB

La nostalgia come dispositivo di regressione

Marvel ha intenzionalmente resettato Peter Parker allo status quo classico che lo aveva reso originariamente un personaggio così duraturo, ripristinandolo come un giovane uomo che gestiva bollette non pagate, occupazione incerta, responsabilità familiari e la sfida senza fine di bilanciare la vita quotidiana con l’immensa responsabilità di essere Spider-Man. Il discorso è sempre lo stesso: tornare alle origini. Ma “origini” di cosa? Di una condizione economica precaria spacciata per caratterizzazione. Peter Parker che non riesce a pagare l’affitto non è un tratto distintivo, è una situazione. E una situazione è riproducibile all’infinito, senza sviluppo, senza conseguenza. È il loop perfetto per una serialità senza scadenza.

Il paradosso è che nei fumetti la strategia ha funzionato, almeno commercialmente. Brand New Day è stato pubblicato su The Amazing Spider-Man da gennaio a luglio 2008, cioè negli albi #546-564, con Marvel che iniziò a pubblicare multipli numeri di The Amazing Spider-Man nel corso di ciascun mese. Il team creativo includeva Dan Slott, Marc Guggenheim, Zeb Wells e Bob Gale, con Mark Waid, Joe Kelly e Fred Van Lente che si unirono successivamente. Una macchina produttiva pensata per saturare il mercato e ridefinire il canone. L’era “Brand New Day” dello storytelling fu enormemente di successo, e il film Spider-Man: Brand New Day sarà almeno in qualche modo ispirato da essa. Successo commerciale, non artistico. Non emozionale.

Ora confrontiamo con il cinema. La nostalgia in No Way Home funzionava perché era tematizzata: i villain del passato tornavano per essere redenti, non per essere riproposti. Ma qui diventa meccanismo di sottrazione. La scena si apre tranquillamente in un negozio dove Peter Parker di Holland osserva Ned da lontano, e c’è un senso immediato di disagio. Ned non riconosce Peter. L’arrivo di MJ intensifica il nucleo emotivo. Mentre la musica rallenta in un pattern sommesso, quasi onirico, MJ si presenta a Peter come se fossero estranei. Peter, mascherando il suo dolore, dice semplicemente di essere “un vicino”. Questo è Sirk, non Raimi. È melodramma spacciato per action, e funziona proprio perché esplicita il prezzo: Peter ha sacrificato la sua identità, e ora vive nel lutto di relazioni che solo lui ricorda.


Tra Bazin e il franchise: cosa resta della durata

André Bazin parlava di cinema come “mummificazione del reale”, e del montaggio come elemento che doveva rispettare la durata dell’evento. La continuità era sacra perché garantiva un legame tra lo spettatore e la verità dell’immagine. Ma cosa accade quando la continuità stessa diventa l’oggetto sacrificabile? Quando il reset non è un’eccezione narrativa ma la regola del franchise? Dopo gli eventi di “One More Day”, il matrimonio di Spider-Man con Mary Jane Watson è stato cancellato, risultando in aggiustamenti alla sua stessa storia. L’identità segreta di Spider-Man è stata anche dimenticata da tutti, incluse le persone che conoscevano la sua identità prima del suo smascheramento pubblico. Non è una cancellazione metaforica, è letterale. La storia viene riscritta, i personaggi non ricordano. Il lettore sì, ma questo non conta. La continuità emotiva viene troncata.

Qui entra in gioco il concetto deleuziano di tempo-immagine: il cinema classico organizza il tempo in modo sensomotorio (azione-reazione), mentre quello moderno presenta “situazioni ottiche pure” in cui il personaggio è paralizzato, incapace di agire. Peter Parker alla fine di No Way Home è in quella condizione, può agire solo come Spider-Man, ma come Peter non esiste più. Holland ha sentito che questa era una storia di supereroi unica e “profonda” da raccontare, e ha detto che la dedizione di Parker all’altruismo e al sacrificio avrebbe avuto conseguenze per la sua vita personale e salute. Ha anche detto che il film si concentra sulla ricerca di identità di Parker mentre passa dalla giovinezza all’età adulta. Ma la ricerca di identità in un universo resettato è finta ricerca, è ripetizione. Puoi trovare chi sei solo se c’è continuità tra chi eri e chi stai diventando. Il reset spezza quel legame.

Pensate a Before Sunset di Linklater. Funziona perché i personaggi hanno vissuto, sono invecchiati, hanno fallito. Nove anni sono passati. La durata non è solo temporale, è esistenziale. Il MCU invece promette sviluppo ma offre stasi. Peter cambia costume, non carattere. La pressione di combattere il crimine a tempo pieno e vedere i suoi ex amici andare avanti senza di lui innesca un’evoluzione nei superpoteri di Parker, risultando in cambiamenti che includono: i suoi occhi che diventano completamente neri mentre perde temporaneamente il controllo e diventa più aggressivo; la capacità di generare ragnatele organiche dai suoi polsi. La mutazione fisica come surrogato della crescita psicologica, Cronenberg ridotto a espediente narrativo. Il corpo cambia perché la mente non può.

Spider-Man Brand New Day
Immagine via TMDB

Il punto controcorrente: e se Quesada avesse ragione?

Ora la parte che nessuno vuole sentire: forse Joe Quesada aveva un punto. Non sul metodo (“One More Day” è stato ampiamente stroncato sia dai fan che dalla critica, con il recensore di IGN Jesse Schedeen che descrisse Amazing Spider-Man #545 come “indubbiamente il peggior fumetto pubblicato da Marvel nel 2007” e un “deus ex machina del più alto ordine”), ma sull’analisi. Quesada voleva rendere Spider-Man più accessibile ai lettori nuovi e giovani con un eroe non sposato e una continuità snellita. Il matrimonio effettivamente cristallizzava Peter in una fase della vita che lo rendeva meno flessibile narrativamente. Non perché un personaggio sposato non possa essere interessante, ma perché l’industria dei comics (e ora dei cinecomic) non sa più scrivere personaggi adulti con complessità.

Il problema non è il reset in sé. È che il reset è diventato l’unica mossa disponibile. Quando un autore o un editore non sa come sviluppare un personaggio maturo, lo regredisce. È più facile. Richiede meno lavoro strutturale. Sorprendentemente candido riguardo il suo disprezzo per la direzione della serie, J. Michael Straczynski era così irato che chiese che il suo nome fosse tolto dagli ultimi due numeri della serie. Mentre è ancora accreditato, si dice spesso che Joe Quesada abbia scritto lui stesso quei numeri, ci sono molte prove che corroborano questa teoria. La controversia interna dimostra che anche chi doveva eseguire il mandato non ci credeva. Ma il mandato è stato eseguito lo stesso.

Il cinema potrebbe fare diversamente. Feige ha detto che il finale di No Way Home era una promessa al pubblico che avrebbero visto Holland come un “vero Spider-Man” per la prima volta, con il personaggio da solo e che combatte crimini a livello di strada a New York City piuttosto che affrontare “eventi che minacciano il mondo”. Feige ha aggiunto che Parker sta “vivendo in un appartamento piuttosto triste e piccolo, ascoltando lo scanner della polizia e uscendo e usando il suo grande potere responsabilmente”. È street-level superheroism, come Daredevil. Come la prima stagione di Jessica Jones. Funziona quando le conseguenze personali sono la posta in gioco, non quando il personaggio è stato narrativamente lobotomizzato. A causa di questa direzione, Marvel voleva includere altri eroi a livello di strada con cui l’Spider-Man di Holland non aveva interagito prima, come il Punisher. L’incrocio con Jon Bernthal potrebbe salvare il film se, e solo se, Frank Castle viene usato come specchio morale, non come guest star.

Il reboot infinito o: imparare a fermarsi

La vera domanda non è se il reboot funzioni. È: “Fino a quando possiamo continuare a resettare prima che il concetto stesso di narrazione collassi?”. Spider-Man: Brand New Day sta impegnandosi nelle coraggiose scelte narrative di Spider-Man: No Way Home facendo essenzialmente cancellare l’esistenza di Peter Parker. Deve ancora essere visto quanto convoluti saranno gli effetti dell’incantesimo di Doctor Strange, specialmente quando molti altri personaggi MCU hanno interagito sia con Peter che con Spider-Man e ricorderanno solo di aver interagito con quest’ultimo. È una premessa che potrebbe generare cinema interessante (la solitudine totale, l’impossibilità di testimoniare la propria vita) ma solo se il film ha il coraggio di sostare su quell’idea invece di usarla come trampolino per action set-pieces.

Il reboot come atto politico rivela la paura fondamentale del franchise contemporaneo: la conclusione. Finire una storia significa rinunciare al controllo, significa ammettere che un personaggio ha compiuto il suo arco e deve essere lasciato andare. Ma nell’economia del franchise, lasciare andare è perdere un asset. Quindi si resetta. Si ricomincia. Spider-Man: Brand New Day è programmato per essere rilasciato negli Stati Uniti il 31 luglio 2026. Ci sarà un quinto film. Un sesto. E ogni volta Peter Parker dovrà dimenticare qualcosa, sacrificare qualcosa, perdere qualcosa, perché quella è l’unica forma di sviluppo che il sistema permette: la sottrazione infinita.

Forse il vero atto politico sarebbe l’opposto, costruire invece di cancellare. Lasciare che Peter cresca, invecchi, sbagli, e che quelle scelte restino. Bazin sapeva che il cinema funziona quando rispetta la durata. Il franchise funzionerebbe se rispettasse la memoria. Ma, per ora, abbiamo solo il loop.

Spider-Man Brand New Day
Immagine via TMDB

(Francesco Ippolito)

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