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Hokum 2026: trama, cast e recensione completa del film horror di Damian McCarthy

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Hokum locandina

Hokum
Diretto da Damian McCarthy
Sceneggiatura di Damian McCarthy
Prodotto da Spooky Pictures, Image Nation Abu Dhabi, Cweature Features

Protagonisti: Adam Scott, Peter Coonan, David Wilmot, Florence Ordesh, Will O’Connell, Michael Patric, Brendan Conroy, Austin Amelio

Fotografia: Colm Hogan
Musiche: Joseph Bishara
Produzione: Spooky Pictures, Image Nation Abu Dhabi, Cweature Features
Data di uscita: 05/08/2026
Durata: 108 minuti
Lingua: EN

Hokum 2026: trama, cast e recensione del nuovo horror

Hokum – Trama: Ceneri in Irlanda, ombre senza pace

Ohm Bauman ha passato gli ultimi mesi a fissare un conquistador morente in mezzo al deserto. Non per scelta: quella scena, finale mancante della sua trilogia letteraria, semplicemente non si scrive. Poi sua madre appare davanti al divano, spettro inatteso e silenzioso, e lui capisce che non può rimandare oltre, è ora di restituire i genitori alla terra irlandese dove si erano sposati.

Il Bilberry Woods Hotel lo accoglie come una bocca socchiusa. Un albergo di campagna scrostato, gestito da una fauna umana che sembra uscita da un Flann O’Brien riscritto da Stephen King: Cob il proprietario, Mal il genero che presiede la reception con sguardo obliquo, Fergal che cura un giardino dove niente cresce davvero. L’unico che si permette una gentilezza è Alby, il fattorino. Fiona dietro al bancone versa whisky e leggende in parti uguali.

Ohm cerca solo un posto dove svuotare l’urna e tornarsene a Pullman nello stato di Washington. Invece si ritrova a bere storie: la strega che infesta la suite nuziale, la maledizione sul terzo piano, i racconti che ogni dipendente declina in una versione lievemente diversa, come se fossero capitoli non definitivi di un libro che nessuno ha il coraggio di chiudere. La camera numero nove, quella dove avrebbero dovuto dormire mamma e papà mezzo secolo prima, è l’unica ancora libera.

Quando una delle cameriere sparisce e i corridoi cominciano a pulsare di una vita autonoma, Ohm comprende che l’hotel non vuole solo ospitare i suoi fantasmi. Li vuole nutrire. La trama si stringe attorno a una verità che lo scrittore ha sepolto da bambino: un incidente che non è mai stato davvero un incidente, una madre morta per mano sua. Il folklore irlandese diventa scusa narrativa per scavare nel senso di colpa, la strega un grimaldello psicologico che forza porte sbarrate da decenni.

McCarthy costruisce l’intreccio attorno a un dispositivo meta-narrativo: i frammenti della trilogia di Ohm che punteggiano il film, il conquistador alla deriva nel nulla che cerca una fine degna. È una messa in scena che funziona più come dichiarazione d’intenti che come profondità effettiva, lo scrittore che non sa finire una storia perché non ha ancora finito i conti con se stesso. Didascalico, se vogliamo. Ma coerente.

Hokum nel contesto: McCarthy conferma il metodo, non lo rinnova

Con Hokum, Damian McCarthy sigilla la sua triade horror, dopo Caveat (2020) e Oddity (2024), mantenendo una coerenza stilistica quasi maniacale: location claustrofobiche, paure infantili come combustibile visivo, regia che si affida più al fuoricampo che allo shock frontale. Qui però il salto di budget (cinque milioni contro il mezzo scarso di Oddity) porta con sé una maggiore pulizia tecnica e un cast più riconoscibile, senza che questo si traduca necessariamente in un film più incisivo. McCarthy sa fare una cosa e la fa con rigore: costruire trappole sensoriali dove il pubblico resta in apnea. Ma è la terza volta che apre la stessa scatola.

Se Caveat giocava con l’immobilità e Oddity con la vendetta soprannaturale orchestrata come un meccanismo di precisione, Hokum opta per una strada più tradizionale: la haunted house con folklore locale, il protagonista americano spaesato che porta i suoi traumi in terra straniera, il mistero che si svela per strati. È il film meno anomalo della trilogia. Il più vicino al canone del genere. Ci sono echi di The Shining (l’hotel maligno, lo scrittore che perde il controllo), dell’Irish horror di vecchia scuola, persino di Barton Fink nel modo in cui la creatività bloccata diventa gabbia metafisica. Confronti inevitabili e non sempre a favore di McCarthy, che stavolta appare meno sovversivo, più artigiano che visionario.

L’elemento che lo distingue dai colleghi della nuova ondata horror irlandese (Lee Cronin, Kate Dolan, Lorcan Finnegan) resta la fotografia: McCarthy e il suo direttore della fotografia Colm Hogan costruiscono il terrore nel buio ai margini dell’inquadratura, nell’ombra, che non si risolve mai del tutto in forma. Ma il passo indietro rispetto a Oddity è netto, lì c’era un’inventiva formale che qui latita, una fiducia nell’ellissi che si è un po’ smarrita sotto il peso della produzione più strutturata. Non è involuzione. È normalizzazione.

Hokum: curiosità e retroscena di produzione

Le riprese si sono svolte nel febbraio e marzo 2025 nella Contea di Cork, territorio familiare per McCarthy che aveva già girato Caveat e Oddity nelle stesse zone. Il regista ha dichiarato in un’intervista che la scelta di Pullman, Washington, come città d’origine del protagonista nasconde un ricordo personale: vent’anni fa McCarthy passò un’estate a New York e, prima di tornare in Irlanda, fece una deviazione per Seattle per vedere i Weezer in concerto proprio a Pullman. Una traccia autobiografica minima, ma significativa; McCarthy infila sempre nei suoi film piccoli brandelli di memoria personale, come talismani contro l’astrazione.

Adam Scott ha raccontato di aver visto Oddity prima di accettare il ruolo e di essersi presentato sul set solo una settimana prima dell’inizio delle riprese, senza partecipare alla pre-produzione. La sua era una fiducia cieca nel regista. In un’intervista rilasciata a RogerEbert.com, McCarthy ha spiegato la sua filosofia visiva: “Voglio che tutti gli occhi siano su Adam nell’inquadratura. Il frame dev’essere bello, ma poi c’è tutta quella oscurità intorno a lui, ed è lì che arriva l’horror. In quell’oscurità il pubblico usa l’immaginazione per riempire ciò che potrebbe esserci.”

Hokum


Il budget di cinque milioni di dollari ha rappresentato un salto quantico per McCarthy, abituato a lavorare con cifre ben inferiori. La produzione è stata strutturata come co-produzione internazionale tra Irlanda ed Emirati Arabi Uniti, con il supporto di Image Nation Abu Dhabi, Tailored Films e Spooky Pictures. Questo ha permesso di sfruttare incentivi fiscali e trattati di co-produzione senza gonfiare eccessivamente i costi. Neon ha acquisito i diritti mondiali nell’agosto 2025, dopo aver visto il materiale al Toronto International Film Festival.

Un dettaglio curioso: il coniglio antropomorfo Jack, protagonista dello show televisivo per bambini che appare ossessivamente nel film, è un deliberato omaggio ai Chuck E. Cheese degli anni Ottanta e al Pinocchio di Disney, in particolare alla scena dei ragazzi trasformati in asini. McCarthy ha ammesso di aver sempre trovato terrificanti quegli animatronics destinati ai bambini: “sembravano carburante da incubi, non intrattenimento.” Il film ha debuttato al quinto posto del box office nordamericano con 6,4 milioni di dollari nel weekend d’apertura, incassando complessivamente 24,1 milioni.

Hokum: Recensione — Tecnica solida, anima tiepida

Adam Scott regge il film sulle spalle con una performance che oscilla tra cinismo acido e fragilità nascosta. È bravo, ma non si può dire che il personaggio gli dia molto spazio: Ohm è uno scrittore stronzo, poi uno scrittore stronzo con senso di colpa, poi uno scrittore stronzo redento. La traiettoria è lineare. Scott fa il massimo con quel che ha, ma manca quel margine di imprevedibilità che renderebbe il personaggio memorabile. Il cast irlandese (Peter Coonan come Mal, David Wilmot nei panni di Jerry, Florence Ordesh come Fiona) fa esattamente ciò che ci si aspetta: solidità caratteristica, accenti calibrati, presenza scenica misurata. Nessuno sbaglia. Nessuno ruba davvero la scena.

La regia di McCarthy funziona quando si affida al silenzio e alla composizione del quadro; c’è una sequenza in cui Ohm percorre un corridoio e la camera resta ferma, lo segue solo con una lenta panoramica mentre una porta in fondo si apre da sola, niente musica, solo il cigolio del legno e il respiro fuoricampo. Lì McCarthy è al suo meglio. Il problema è che per ogni momento così ne arriva uno dove la fotografia di Colm Hogan si limita a essere “bella”, senza tensione narrativa: luci soffuse, composizioni simmetriche che sembrano fatte per finire su Instagram più che per spaventare. L’oscurità usata come presenza attiva, quella di cui parla il regista, funziona a tratti, ma spesso diventa solo oscurità.

La sceneggiatura è il vero punto debole. McCarthy scrive dialoghi asciutti e un’architettura narrativa pulita, ma manca di sorpresa, ogni rivelazione si intuisce mezz’ora prima, ogni simbolo viene sottolineato due volte di troppo. Il conquistador che cerca la fine nel deserto come specchio di Ohm che cerca la sua, chiaro dalla prima scena. Il senso di colpa per la madre è anticipato, sviscerato, risolto in modo troppo netto per un film che prometteva ambiguità. Il ritmo soffre nella seconda metà, dove la trama si arena in un crescendo che non cresce abbastanza: ci sono tre finti climax prima di quello vero, e a ogni giro il film perde un po’ di credito emotivo.

Le musiche di Joseph Bishara, compositore di Insidious e The Conjuring, fanno esattamente quello che ci si aspetta da lui: dissonanze, accenni corali distorti. È artigianato di qualità, ma prevedibile. Funziona come supporto, ma non come firma. Il sonoro in generale è migliore della partitura, il sound design costruisce tensione dove la regia non arriva, con crepe che scricchiolano fuoricampo, passi che non dovrebbero esserci, respiri troppo vicini. È lì che il film si aggrappa al genere e resiste.

Hokum non delude, ma nemmeno entusiasma. È un horror ben fatto che sai già di aver visto, anche se non l’hai mai visto. McCarthy resta un regista da tenere d’occhio, ma questo film sembra più un consolidamento che un’evoluzione. Ci sono momenti in cui l’hotel respira e tu con lui ti blocchi. Poi torna la luce, e capisci che quella paura era solo un effetto, ben calibrato, sì, ma sempre e solo un effetto. Resta l’immagine finale: Ohm che scrive l’ultima riga del suo libro mentre la macchina da presa si allontana lentamente, e ti chiedi se anche McCarthy abbia trovato il finale giusto, o se si sia semplicemente arreso alla prima soluzione plausibile.

(Francesco Ippolito)

Hokum Uscita Italia: quando e dove vedere il film

Il film è stato distribuito negli Stati Uniti da Neon a partire dal 1º maggio 2026, mentre nel Regno Unito e in Irlanda la data non è ancora confermata. Neon gestisce anche la distribuzione internazionale, nelle sale italiane uscirà il 5 agosto 2026.
Il film è disponibile in digitale negli Stati Uniti dal 2 giugno 2026 su piattaforme VOD, e dovrebbe arrivare su Hulu tra agosto e novembre 2026. Nessun formato speciale IMAX o Dolby è previsto: Hokum è pensato per sale tradizionali e visione domestica.

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Caveat (2020) | Oddity (2024) | The Shining (1980) | The Innocents (1961)

Trailer

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