Il grande cielo
Il grande cielo
Diretto da Howard Hawks
Sceneggiatura di Dudley Nichols
Prodotto da RKO Radio Pictures, Winchester Pictures Corporation
Protagonisti: Kirk Douglas, Dewey Martin, Elizabeth Threatt, Arthur Hunnicutt, Buddy Baer, Steven Geray, Henri Letondal, Hank Worden
Fotografia: Russell Harlan
Musiche: Dimitri Tiomkin
Produzione: RKO Radio Pictures, Winchester Pictures Corporation
Data di uscita: 1952-08-19
Durata: 112 minuti
Generi: Avventura, Western, Romance
Lingua originale: EN
Il grande cielo – Trama, curiosità e recensione del western di Howard Hawks con Kirk Douglas
1832, entroterra del Kentucky. Jim Deakins (Kirk Douglas) incontra Boone Caudill (Dewey Martin), un giovane fuggitivo dal pugno facile, ingiustamente accusato di un crimine. I due diventano rapidamente amici e insieme raggiungono St. Louis, dove finiscono coinvolti in una spedizione commerciale diretta verso il territorio dei Piedi Neri, risalendo il fiume Missouri a bordo di un’imbarcazione a chiglia carica di merci. Alla guida della spedizione c’è Zeb Calloway (Arthur Hunnicutt), zio alcolizzato e per metà nativo americano dello stesso Boone, il cui folkloristico buonumore da uomo di frontiera nasconde una profonda conoscenza di quelle terre selvagge.
Il film respira l’aria di quella frontiera, non un’atmosfera romantica da cartolina, ma un paesaggio che sfida e trasforma concretamente gli uomini che lo attraversano. Tutto procede secondo i piani della spedizione fino a quando Teal Eye (Elizabeth Threatt), giovane donna nativa che il gruppo riporta al proprio popolo per aprire trattative commerciali con la sua tribù, entra a far parte della spedizione, e l’amicizia che aveva tenuto uniti Jim e Boone comincia progressivamente a incrinarsi. Kirk Douglas interpreta Jim con quella durezza pragmatica che lo contraddistingue, un uomo capace di leggerezza e umorismo anche nei momenti più difficili del viaggio. Dewey Martin, nei panni di Boone, restituisce invece l’impulsività e la prontezza fisica di un ragazzo ancora da forgiare, la cui rabbia verso il mondo nasconde ferite più antiche legate al proprio passato familiare. Elizabeth Threatt porta in scena una presenza magnetica e mai passiva nel ruolo della giovane donna che, senza volerlo, diventa motivo di attrito tra i due amici.
Curiosità sul film
- Il film è tratto dal romanzo omonimo di A.B. Guthrie Jr., pubblicato nel 1947, primo capitolo di una trilogia che avrebbe generato anche altri due adattamenti cinematografici: These Thousand Hills (1959) e La conquista del West (The Way West, 1967); quest’ultimo, curiosamente, ancora con Kirk Douglas protagonista.
- Con un budget di circa 2 milioni di dollari, fu la prima produzione di Hollywood a completare un intero dramma d’avventura su larga scala girato interamente in esterni, senza alcun ricorso a fondali dipinti o proiezioni in studio: le riprese si svolsero a Jackson Hole, nel Wyoming, e lungo il fiume Big Horn, in Montana, con il maestoso profilo del Grand Teton sullo sfondo di molte inquadrature.
- Una delle scene più celebri del film (l’amputazione “medica” di un dito di Kirk Douglas, rimasto incastrato tra il pomo della sella e una corda) nasce da un’idea che Howard Hawks aveva già proposto a John Wayne durante le riprese di Fiume rosso (1948); Wayne rifiutò categoricamente di girarla, ma Douglas accettò, e la scena riuscì così divertente che lo stesso Wayne, vedendola, dichiarò a Hawks: “Se mi dici che un funerale è divertente, lo farò”.
- Nonostante l’accoglienza tiepida al botteghino, complice la concorrenza di Mezzogiorno di fuoco uscito nello stesso periodo, il film ottenne comunque una candidatura all’Oscar per la migliore fotografia in bianco e nero, assegnata a Russell Harlan.
- Il montaggio originale del film durava 140 minuti, lo studio impose un taglio fino a 122 minuti prima dell’uscita nelle sale, una decisione che generò all’epoca non poche controversie tra gli estimatori del romanzo di partenza.
- Arthur Hunnicutt, nel ruolo dello zio Zeb, ottenne una candidatura all’Oscar come migliore attore non protagonista, spesso ricordato dalla critica come il vero elemento che “ruba la scena” grazie al proprio accento del sud e al calore umano che infonde all’intero gruppo di spedizione.
Recensione
Il grande cielo funziona come un tassello prezioso per comprendere l’evoluzione del cinema di Howard Hawks, il momento in cui il regista comincia a definire con chiarezza quello che sarebbe diventato il proprio tema più caro: un gruppo di uomini sotto pressione, costretti a misurare il proprio valore non attraverso l’eroismo individuale ma attraverso la capacità di lavorare insieme. È una struttura che ritroveremo, perfezionata, in capolavori successivi come Un dollaro d’onore ed El Dorado, ma che qui appare già pienamente riconoscibile nella propria forma embrionale, arricchita da uno sguardo quasi etnografico sulla vita dei trapper di frontiera nell’America del primo ottocento.
Il vero pregio del film sta nel modo in cui Hawks costruisce la gerarchia iniziale tra i propri personaggi solo per poi smontarla progressivamente, quello che sembra all’inizio un rapporto tra un uomo navigato e un ragazzo ancora da educare (con l’aggiunta del vecchio saggio della compagnia, lo zio Zeb) si trasforma via via in un rapporto paritario, costruito sull’esperienza condivisa più che sulla gerarchia di età o abilità. Kirk Douglas restituisce a Jim Deakins una leggerezza spensierata che raramente l’attore, spesso associato a ruoli più tormentati e cerebrali, ha avuto modo di mostrare con altrettanta naturalezza: qui il suo carisma fisico trova uno sbocco quasi comico, capace di alleggerire anche i momenti di maggiore tensione del viaggio. Dewey Martin, dal canto suo, offre a Boone una credibilità fisica e un’irruenza giovanile che bilanciano bene la maturità del compagno di viaggio, mentre Arthur Hunnicutt, con il proprio umorismo laconico da vecchio uomo di frontiera, costruisce probabilmente il personaggio più memorabile dell’intero film.
Hawks mescola con sapienza l’umorismo (le scene di caccia e di vita in accampamento hanno un ritmo leggero, quasi da commedia avventurosa) con momenti di tensione più adulta che scavalcano non poco i confini della pruderie tipica del 1952. Il tema centrale resta l’amicizia virile che si incrina non per tradimento esplicito, ma per scelte di vita divergenti, il desiderio di continuare a vagare libero contro quello di mettere finalmente radici, un conflitto che Hawks tratta con una maturità rara per il genere avventuroso dell’epoca, senza mai schierarsi apertamente per l’una o l’altra strada.
Visivamente è un film di rara bellezza naturalistica, le riprese esterne lungo il Missouri (girate in realtà tra Wyoming e Montana) catturano una luce dorata e diffusa, quasi pastosa, valorizzata da una fotografia in bianco e nero che restituisce con precisione quasi documentaristica la grandiosità del paesaggio del Grand Teton. Hawks non ricorre ai cliché visivi più scontati del genere, evitando i soliti paesaggi monumentali ripresi frontalmente, ma crea profondità attraverso il movimento costante dei personaggi nello spazio, lasciando che sia l’azione fisica (il ribaltamento di una barca, una battuta di caccia coordinata dall’alto di una collina) a definire la grandezza del territorio attraversato. La colonna sonora di Dimitri Tiomkin rimane sommessa, quasi assente nei momenti più intimi, lasciando che sia il respiro stesso del fiume a scandire il ritmo della narrazione.
(Francesco Ippolito)
Perché vederlo
Con un budget di circa 2 milioni di dollari e un incasso più modesto di 1,65 milioni in noleggio negli Stati Uniti, Il grande cielo resta un film di confine nella carriera di Hawks, penalizzato all’epoca dalla concorrenza di un altro western uscito nello stesso periodo, Mezzogiorno di fuoco. Non è il suo capolavoro assoluto di genere, quello resta Rio Bravo, e nemmeno un esperimento fallito. Funziona come dramma di personalità contrastanti in uno spazio limitato, un impianto che Hawks avrebbe perfezionato ulteriormente nei film successivi. A chi piace il western tradizionale e le avventure di frontiera più convenzionali non offrirà granché, le pause sono lunghe, il ritmo irregolare, il finale privo di catarsi spettacolare. Invece, chi sa riconoscere come Hawks costruisca i caratteri attraverso piccoli gesti e silenzi troverà qui una prova interessante di come il cinema possa raccontare la scelta di abbandonare l’avventura per l’amore (scelta che nel genere veniva quasi sempre demonizzata) arricchita da una fotografia di rara bellezza naturalistica e da un cast corale capace di restituire con calore autentico il cameratismo della vita di frontiera.
Film correlati
- Sentieri selvaggi (1956) di John Ford – altro grande classico del western americano costruito su un lungo viaggio attraverso territori ostili e sulla trasformazione interiore dei propri protagonisti.
- Fiume rosso (1948) di Howard Hawks – lo stesso regista, per ritrovare la sua cifra autoriale applicata al tema dell’amicizia e del conflitto generazionale nel West.
- Un dollaro d’onore (1959) di Howard Hawks – la versione perfezionata dello stesso schema narrativo, un gruppo di uomini sotto pressione costretto a lavorare insieme per sopravvivere.
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