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Gli anni spezzati

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Gli anni spezzati locandinaGli anni spezzati
Diretto da Peter Weir
Sceneggiatura di Peter Weir, David Williamson
Prodotto da R & R Films, Australian Film Commission

Protagonisti: Mel Gibson, Mark Lee, Bill Kerr, Harold Hopkins, Charles Lathalu Yunipingu, Heath Harris, Ron Graham, Gerda Nicolson

Fotografia: Russell Boyd
Musiche: Brian May, Tommaso Albinoni
Produzione: R & R Films, Australian Film Commission
Data di uscita: 1981-08-13
Durata: 110 minuti
Generi: Guerra, Storia, Dramma
Lingua originale: EN

Gli anni spezzati – Trama, curiosità e recensione del capolavoro di Peter Weir con Mel Gibson

“Da un luogo che non hai mai sentito nominare, una storia che non potrai dimenticare.” Così prometteva la campagna promozionale nel 1981, e non era una promessa vuota. Peter Weir costruisce il proprio racconto sullo sfondo della campagna di Gallipoli nella Grande Guerra, un episodio storico che l’Australia aveva trasformato in mito nazionale fondativo. Archy Hamilton (Mark Lee), giovane velocista dell’Australia occidentale abbagliato dalla propaganda bellica, e Frank Dunne (Mel Gibson), ex ferroviere più scaltro e disincantato, si conoscono durante una gara di corsa in campagna e stringono un’amicizia che li porterà, insieme, ad arruolarsi nell’esercito australiano. Non è una storia di eroismi celebrati, ma di vite frantumate prima ancora di poter davvero cominciare.

Mel Gibson e Mark Lee incarnano due lati della medesima vulnerabilità giovanile: Archy è l’atleta ambizioso e idealista, convinto che la guerra sia un’avventura da vivere insieme a un amico; Frank è più contemplativo, cresciuto in condizioni economiche difficili, con uno sguardo più smaliziato sulla realtà che lo circonda. Non sono archetipi da guerra confezionati a tavolino, sono ragazzi che corrono insieme sulle spiagge e nell’entroterra australiano prima di marciare verso le trincee turche. La loro amicizia non viene mai declamata attraverso dialoghi esplicativi, ma mostrata attraverso gesti minimi, sguardi complici, discussioni notturne attorno a un fuoco. Lee costruisce in particolare un personaggio fragile e sensibile che contrasta magnificamente con la tempra apparente di Gibson, generando una dinamica di coppia che resta il vero cuore pulsante del film ben più della battaglia stessa.

Weir non si affretta mai. Il film respira negli spazi vuoti, la preparazione militare in Egitto diventa monotonia quotidiana, la geografia della guerra si rivela attraverso lunghe sequenze di movimento apparentemente senza direzione precisa. Quando finalmente la battaglia arriva, non è mai epica nel senso che il genere bellico tradizionale ha insegnato al pubblico. È confusione, terrore, futilità pura. Le colline di Gallipoli diventano una trappola in cui il coraggio individuale conta zero davanti a tattiche antiquate e ordini impartiti da comandanti lontani dal reale campo di battaglia.

Curiosità sul film

  • L’idea del film nacque da un’esperienza personale di Peter Weir: durante una visita ai Dardanelli nel nord-ovest della Turchia nell’ottobre 1976, il regista compì una camminata di due ore lungo le spiagge di Gallipoli e decise, in quel momento, che avrebbe dovuto realizzare un film su quella disastrosa campagna bellica combattuta sessantuno anni prima.
  • Mark Lee, al suo debutto assoluto in un lungometraggio, arrivò letteralmente in autostop al provino per mancanza di mezzi economici: Weir lo notò per la prima volta durante una sessione fotografica promozionale e riconobbe immediatamente in lui le qualità di innocenza e determinazione necessarie per il personaggio di Archy.
  • Mel Gibson ottenne invece il ruolo di Frank grazie alla propria interpretazione in Mad Max (1979), che aveva appena dimostrato l’energia grezza e il carisma necessari per il personaggio.
  • Il compositore della colonna sonora originale è Brian May, non il celebre chitarrista dei Queen, ma un compositore australiano omonimo, già autore delle musiche di Mad Max. Curiosamente la colonna sonora resta però dominata dal celebre brano elettronico “Oxygène” del compositore francese Jean-Michel Jarre, un accostamento anacronistico tra ambientazione primo Novecento e sonorità elettroniche di fine anni settanta che la critica ha spesso definito stranamente efficace.
  • Il budget di 2,8 milioni di dollari australiani rappresentava, all’epoca, il più alto mai stanziato per una produzione cinematografica del paese. Le riprese richiesero circa quattromila comparse per le sequenze di addestramento e battaglia, un numero che costrinse la produzione a girare interamente in Australia Meridionale anziché in Egitto, per evitare le complessità logistiche di reperire comparse dai tratti fisici adeguati altrove.
  • Il film contiene diverse inesattezze storiche volute per ragioni drammaturgiche, in particolare nella ricostruzione della disastrosa battaglia del Nek del 7 agosto 1915, ma resta ancora oggi uno dei documenti cinematografici più citati e più studiati sulla memoria collettiva australiana della prima guerra mondiale.
  • Dopo Gallipoli, Weir diresse l’anno successivo L’anno vissuto pericolosamente (1982), scegliendo nuovamente Mel Gibson come protagonista assoluto, a conferma della fiducia riposta nell’attore dopo questa prima, fortunata collaborazione.

Recensione

Gli anni spezzati funziona proprio perché rifiuta sistematicamente la retorica che il genere bellico, fino a quel momento, aveva reso quasi obbligatoria. Peter Weir non racconta la guerra come teatro di eroismo individuale, ma come una macchina indifferente capace di annullare in pochi minuti l’ingenuità e le ambizioni di un’intera generazione. È significativo che lo stesso Mel Gibson abbia definito il film “non veramente un film di guerra”, ma “la storia di due uomini”: Weir dedica infatti la stragrande maggioranza del proprio tempo narrativo all’amicizia tra Archy e Frank, alle loro corse, ai loro sogni condivisi, prima ancora di avvicinarsi alle trincee di Gallipoli, costruendo così un’intimità capace di rendere devastante ogni conseguenza successiva.

Il vero pregio della sceneggiatura di David Williamson sta nella capacità di trattare il concetto tipicamente australiano di “mateship” (il cameratismo tra uomini, il legame quasi sacro dell’amicizia maschile) senza mai scadere nella retorica nazionalista che pure l’argomento avrebbe potuto facilmente generare. Mark Lee, al proprio esordio assoluto sul grande schermo, costruisce un Archy la cui innocenza non è mai stupidità, è piuttosto una fiducia totale nel mondo che lo circonda, una fiducia che il film smonta pezzo dopo pezzo con crescente, insopportabile tensione. Mel Gibson, dal canto suo, offre in Frank Dunne uno dei suoi ruoli più sfumati e meno celebrati della propria carriera, capace di restituire il cinismo di chi ha già imparato, ancora giovanissimo, quanto il mondo possa essere ingiusto verso chi non nasce con i privilegi giusti.

Weir gestisce il ritmo narrativo con una pazienza rara per il genere. La lunga permanenza in Egitto durante l’addestramento, apparentemente priva di eventi rilevanti, serve in realtà a costruire quella stessa monotonia che i soldati reali avrebbero vissuto, un’attesa carica di presagi che rende ancora più insopportabile lo scarto violento del finale. Quando la battaglia arriva non è mai spettacolarizzata, è confusione, ordini insensati impartiti da comandanti lontani dal reale pericolo, un coraggio individuale che si rivela completamente inutile di fronte a tattiche militari ormai superate dalla realtà delle mitragliatrici. È una scelta di regia coraggiosa, capace di negare allo spettatore qualunque soddisfazione action, per restituire invece la pura, insensata futilità di quella specifica campagna militare.

Sul piano visivo la fotografia di Russell Boyd contrappone con intelligenza la bellezza luminosa e dorata dell’Australia rurale all’oscurità fangosa delle trincee turche, un contrasto che funziona come vero e proprio arco narrativo visivo: dal paradiso perduto dell’infanzia bruciata dal sole alla desolazione grigia della guerra moderna. Weir usa il paesaggio come un personaggio a sé stante, ampio, indifferente, in fondo crudele proprio per la propria immensa bellezza indifferente al destino umano che si consuma al suo interno. È un film che invecchia straordinariamente bene proprio perché la sua forza non dipende da alcun virtuosismo tecnico di moda, ma dalla capacità di raccontare con onestà quanto la guerra riguardi sempre, prima di tutto, le persone che la combattono, non le strategie, non la geografia, non la storia con la S maiuscola.

(Francesco Ippolito)

Perché vederlo

Con un budget di 2,8 milioni di dollari australiani che ha generato incassi complessivi ben superiori nei rispettivi mercati di Australia e Stati Uniti, Gli anni spezzati rappresenta un caso raro di film senza compromessi capace comunque di raggiungere un pubblico ampio. Il voto TMDB di 7.06 su 10 è prudente, riflette il fatto che Weir non offre mai una catarsi melodrammatica facile allo spettatore. Non è Salvate il soldato Ryan, non seduce con la spettacolarità dell’azione bellica. È il film perfetto per chi ha visto troppi film di guerra costruiti sull’adrenalina e ha bisogno di ricordare che la guerra riguarda le persone, non la tecnica narrativa fine a sé stessa. Gibson e Lee meritano di essere visti in questo loro stato di giovane, luminosa gravità, prima che le rispettive carriere li portassero altrove. Un’opera che invecchia bene perché non è mai stata datata da mode registiche passeggere, ma solo dal tempo che scorre, inesorabile come la storia stessa che racconta.

Film correlati

  • Picnic ad Hanging Rock (1975) di Peter Weir – lo stesso regista, per ritrovare la sua cifra visiva onirica applicata a un altro mistero ambientato nell’Australia coloniale.
  • 1917 (2019) di Sam Mendes – altro racconto della Prima guerra mondiale costruito sull’amicizia tra giovani soldati e sull’assurdità degli ordini militari.
  • Orizzonti di gloria (1957) di Stanley Kubrick – per lo stesso sguardo critico sull’insensatezza degli ordini impartiti dall’alto e sul sacrificio inutile dei soldati semplici.

Trailer

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