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Apocalypse Now, la produzione più folle della storia del cinema: trama, cast e curiosità

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Apocalypse Now locandinaApocalypse Now
Diretto da Francis Ford Coppola
Sceneggiatura di John Milius, Francis Ford Coppola
Prodotto da American Zoetrope

Protagonisti: Martin Sheen, Marlon Brando, Frederic Forrest, Albert Hall, Laurence Fishburne, Sam Bottoms, Robert Duvall, G.D. Spradlin

Fotografia: Vittorio Storaro
Musiche: Carmine Coppola, Francis Ford Coppola
Produzione: American Zoetrope
Data di uscita: 1979-05-19
Durata: 150 minuti
Generi: Dramma, Guerra
Lingua originale: EN

Apocalypse Now – Trama

Saigon, in piena guerra del Vietnam. L’esercito americano non controlla più niente e il capitano Benjamin Willard, interpretato da Martin Sheen, è un uomo già consumato dal conflitto quando riceve un ordine impossibile: risalire il fiume Nung fino ai confini cambogiani e trovare il colonnello Walter Kurtz. Un soldato che ha disertato, costruito un culto personale, dichiarato guerra al sistema che lo aveva formato. “Questa è la fine” non è una minaccia generica… è, secondo Coppola, lo stato naturale di un intero paese inghiottito dalla follia della guerra.

Lungo il fiume Willard e il piccolo equipaggio della sua nave da pattuglia attraversano un catalogo di orrori sempre più surreali, a cominciare dall’incontro con il tenente colonnello Bill Kilgore, interpretato da Robert Duvall in una delle interpretazioni più celebri e citate della storia del cinema di guerra; un comandante che ama il surf quasi quanto ama la battaglia, capace di ordinare un attacco aereo solo per garantirsi le onde perfette su una spiaggia contesa. Sheen costruisce Willard come un uomo già morto che continua a camminare, le occhiaie dipinte di frustrazione più che di semplice stanchezza fisica. Marlon Brando, nel ruolo di Kurtz, appare solo negli ultimi minuti eppure domina l’intera pellicola fin dalla prima inquadratura. Un generale che ha capito: nella giungla non valgono più i manuali militari, solo la volontà bruta e il carisma personale. Gli uomini che accompagnano Willard (Frederic Forrest, Albert Hall, un giovanissimo Laurence Fishburne appena adolescente, Sam Bottoms nei panni del surfista Lance) sono pezzi di ricambio umani, consumati giorno dopo giorno da una missione che sembra perdere senso a ogni chilometro risalito.

Il viaggio fluviale non è un’avventura nel senso tradizionale del termine, è un’agnizione progressiva, in cui ogni tappa smonta un altro pezzo dell’illusione americana sulla propria presenza in Vietnam. Coppola non monta scene di battaglia convenzionali, costruisce piuttosto sequenze di terrore organizzato, come l’attacco degli elicotteri sui villaggi al suono di Wagner, o l’incontro con un fotoreporter ossessionato (interpretato da Dennis Hopper) che vive ormai completamente dentro l’orbita di Kurtz. Il film non si chiede se la guerra sia giusta, presume che non lo sia, e osserva semplicemente come gli uomini vi si adattano, la razionalizzano, finiscono per diventarne schiavi volontari.

Curiosità sul film Apocalypse Now

  • Una produzione diventata leggenda quanto il film stesso. Le riprese, avvenute nelle Filippine, furono segnate da un tifone che distrusse le scenografie, da un infarto sofferto da Martin Sheen sul set e da un Marlon Brando arrivato completamente fuori forma e senza aver letto il romanzo di Joseph Conrad a cui il film si ispira; l’intera odissea produttiva è raccontata nel documentario “Hearts of Darkness: A Filmmaker’s Apocalypse” (1991), diretto dalla moglie di Coppola, Eleanor.
  • Presentato a Cannes ancora incompiuto. Coppola portò il film al Festival di Cannes 1979 definendolo apertamente “un’opera in corso”, prima ancora del montaggio definitivo; nonostante questo, o forse proprio per questo, vinse la Palma d’Oro, condivisa con “Il tamburo di latta” di Volker Schlöndorff.
  • Il sound design che ha cambiato le regole del cinema. Walter Murch, storico collaboratore di Coppola, costruì per il film un sistema sonoro pionieristico su cinque canali distinti, con tre diffusori dietro lo schermo e due dietro il pubblico: un’innovazione tecnica che gli valse l’Oscar per il Miglior Sonoro e che avrebbe influenzato in modo permanente il modo di concepire l’audio cinematografico.
  • La colonna sonora porta la firma di due Coppola. La musica originale è composta da Carmine Coppola, padre del regista, insieme allo stesso Francis Ford Coppola, un lavoro distinto, ma altrettanto fondamentale, rispetto al sound design curato da Murch.
  • Ispirato a Joseph Conrad, trasportato dal Congo al Vietnam. La sceneggiatura, scritta da John Milius insieme a Coppola, con la voce narrante firmata da Michael Herr, trasferisce liberamente la trama di “Cuore di tenebra” dal Congo coloniale ottocentesco alla guerra del Vietnam, mantenendone intatto il nucleo più oscuro sulla natura umana.
  • Otto candidature agli Oscar, due vittorie. Il film ottenne otto nomination, incluse Miglior Film e Miglior Regia, portando a casa le statuette per la Miglior Fotografia di Vittorio Storaro e il già citato Miglior Sonoro.

Recensione

Nel 1979, al momento della sua presentazione a Cannes, “Apocalypse Now” arrivava già circondato da un’aura che nessun altro film della sua generazione poteva vantare, quella di un’opera che aveva rischiato, letteralmente, di non esistere. Francis Ford Coppola stesso, presentandolo come “un’opera in corso”, pronunciò una frase che la critica accademica avrebbe ripreso per decenni come chiave interpretativa privilegiata: non un film sul Vietnam, disse, ma un film che era, esso stesso, il Vietnam; un cortocircuito tra produzione e contenuto che pochi altri film hanno saputo replicare con altrettanta consapevolezza. Duecentotrentotto giorni di riprese nelle Filippine contro i sei mesi previsti, un tifone che rase al suolo le scenografie, un infarto sofferto da Martin Sheen a metà lavorazione, un budget lievitato da circa 12 a oltre 30 milioni di dollari, Coppola arrivò a ipotecare la propria casa e i propri diritti su “Il Padrino” pur di portare a termine il progetto. Quel dissesto produttivo, documentato senza reticenze in “Hearts of Darkness: A Filmmaker’s Apocalypse”, non è un aneddoto marginale da citare a margine della recensione, è parte integrante di come il film va letto, perché il caos organizzativo si traduce, fotogramma dopo fotogramma, in una sensazione di autentico pericolo che nessuna sceneggiatura, per quanto ben scritta, avrebbe potuto pianificare a tavolino.

Colloca il film nel contesto della cosiddetta New Hollywood – quella stagione, tra la fine degli anni sessanta e i primi anni ottanta, in cui un gruppo ristretto di registi (lo stesso Coppola, Scorsese, Cimino, Friedkin) ottenne per la prima volta un controllo autoriale pressoché totale sui budget degli studios – e “Apocalypse Now” appare quasi come il punto di rottura di quell’esperimento, l’istante esatto in cui la libertà creativa concessa all’autore rischia di implodere sotto il proprio stesso peso economico. Gli studi cinematografici lo citano non a caso come caso limite nell’analisi del rapporto tra visione personale e sostenibilità industriale, un esperimento che avrebbe potuto affondare l’intera carriera di Coppola e che, contro ogni previsione, ha finito per consacrarlo definitivamente.

Il rapporto del film con “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad merita un’attenzione che va oltre la semplice nota di fonte letteraria. Dove Conrad osservava l’imperialismo europeo in Congo attraverso un narratore comunque complice del sistema che descriveva, Coppola sposta lo sguardo sull’imperialismo statunitense in Indocina senza concedere mai allo spettatore la possibilità di prendere le distanze morali da ciò che vede. Willard non è un testimone innocente calato per caso in un contesto di violenza, è uno strumento della stessa macchina che critica, mandato a eliminare l’unico uomo che quella macchina l’ha smascherata fino in fondo. Questa ambiguità (l’assassino inviato a sopprimere chi ha semplicemente portato alle estreme conseguenze la logica della missione che entrambi condividono) resta uno dei nodi più discussi nella letteratura critica dedicata al film, spesso indicato come una delle prime, compiute decostruzioni cinematografiche del mito dell’eroismo militare americano, in un momento storico in cui quel mito era ancora largamente intatto nell’immaginario collettivo.

Sul piano interpretativo Martin Sheen costruisce un Willard che comunica soprattutto per sottrazione: sguardi vuoti, gestualità meccanica, una voce narrante fuori campo che osserva il proprio personaggio con lo stesso distacco clinico con cui osserverebbe un estraneo. È una recitazione fisica prima ancora che verbale, nella quale il logorio del personaggio finisce per sovrapporsi a quello reale dell’attore durante una lavorazione durissima. La celebre sequenza dell’apertura, con Willard ubriaco che colpisce uno specchio a mani nude fino a ferirsi davvero, non era scritta nella sceneggiatura, ma nacque da un momento di crisi autentica dell’interprete che Coppola scelse deliberatamente di riprendere e conservare in fase di montaggio, una decisione che la critica ha poi letto come esempio paradigmatico di cinema che assorbe l’incidente per trasformarlo in materia espressiva. Robert Duvall, in appena una manciata di scene, costruisce uno dei personaggi più analizzati della storiografia cinematografica del dopoguerra; il suo tenente colonnello Kilgore risulta agghiacciante proprio perché sembra ignorare completamente di esserlo, capace di trattare l’orrore bellico come un semplice ostacolo tra sé e una sessione di surf perfetta. Marlon Brando, giunto sul set sovrappeso e senza aver realmente studiato il materiale di partenza, trasforma quella che sulla carta era una crisi produttiva insormontabile in una soluzione visiva quasi geniale. Coppola lo gira quasi sempre in ombra, affidando alla voce, più che al corpo, la costruzione dell’aura di un uomo ormai divenuto leggenda vivente ai margini della civiltà. Nata da una necessità pratica (occultare la forma fisica dell’attore) quella scelta è stata in seguito rivalutata dalla critica come dispositivo espressivo autonomo, capace di trasformare Kurtz in presenza quasi mitologica prima ancora che in personaggio dotato di un corpo definito. Attorno a loro, Frederic Forrest, Albert Hall, Sam Bottoms e un giovanissimo Laurence Fishburne (che ai tempi delle riprese aveva appena quattordici anni, pur interpretando un soldato adulto, un’età che la produzione fu costretta a tenere nascosta alle autorità filippine) restituiscono un piccolo equipaggio che si sgretola progressivamente sotto gli occhi dello spettatore, ciascuno secondo una traiettoria propria, mentre il viaggio prosegue verso la destinazione finale.

Dennis Hopper, che compare nella parte conclusiva del film nei panni di un fotoreporter completamente assorbito nell’orbita di Kurtz, introduce un ulteriore strato di squilibrio proprio quando il racconto ne aveva già accumulato a sufficienza, funzionando da ponte quasi grottesco verso l’incontro definitivo tra Willard e l’uomo che è stato incaricato di eliminare.

Sul fronte registico Coppola costruisce la tensione per accumulo progressivo più che per singolo evento scioccante. Ogni tappa del viaggio fluviale aggiunge un tassello alla discesa psicologica di Willard, senza concedere allo spettatore un autentico momento di sollievo. La sequenza degli elicotteri che attaccano un villaggio al suono della Cavalcata delle Valchirie resta uno dei passaggi più studiati nella teoria del montaggio audiovisivo, citato regolarmente come esempio da manuale di come un contrappunto musicale possa amplificare, anziché attenuare, la violenza delle immagini, un caso di scuola per chiunque si occupi di analisi del rapporto tra colonna sonora diegetica ed extra-diegetica.

Sul versante tecnico la fotografia di Vittorio Storaro trasforma la giungla in una composizione quasi dantesca, nebbia costante, colori saturi ma corrotti, oro e sangue che si fondono in un’unica materia visiva. Storaro ha più volte descritto il proprio lavoro sul film in termini pittorici, richiamando la tradizione del chiaroscuro e formulando una teoria personale (poi sistematizzata in scritti successivi) secondo cui ogni tonalità cromatica dovrebbe corrispondere a uno stato psicologico preciso dei personaggi, una teoria che qui trova probabilmente la propria applicazione più compiuta e coerente. Il montaggio sonoro di Walter Murch merita una trattazione a sé, il suo sistema audio pionieristico su cinque canali, con diffusori posizionati anche dietro la platea, non si limita ad accompagnare le immagini ma le abita fisicamente, costruendo un’esperienza immersiva priva di precedenti nel cinema commerciale dell’epoca. Murch, che avrebbe poi teorizzato il proprio approccio nel celebre saggio “In the Blink of an Eye”, applica già qui gran parte della propria riflessione sul ritmo percettivo dello spettatore, costruendo transizioni sonore capaci di orientare la risposta emotiva del pubblico ancor prima che l’immagine stessa lo faccia. La colonna sonora firmata da Carmine Coppola insieme al figlio regista dialoga con l’apertura ormai canonica affidata a “The End” dei Doors, in un equilibrio tra partitura originale e materiale preesistente che resta un modello di scrittura sonora cinematografica, e che teorici come Michel Chion hanno analizzato ripetutamente come caso paradigmatico di sincresi tra suono e immagine nel cinema moderno.

(Francesco Ippolito)

Perché vederlo

Vincitore della Palma d’Oro a Cannes 1979 e di due premi Oscar su otto candidature, “Apocalypse Now” è il film sulla guerra americana che tutti gli altri film sulla guerra americana finiscono per misurare. Non è il capitolo più accessibile della filmografia di Coppola (“Il Padrino” resta decisamente meno esigente nei confronti dello spettatore) ma è probabilmente il più onesto. Non assolve nessuno, non condanna in modo teatrale, semplicemente guarda, con una pazienza quasi spietata, cosa resta di un uomo quando ogni certezza morale gli viene tolta una tappa alla volta. È un film adatto a chi ha lo stomaco per un cinema che rifiuta di consolare, che intuisce come la guerra non sia semplicemente un tema da affrontare ma un’ossessione da attraversare fino in fondo. Se cerchi catarsi facile, questo probabilmente non è il film che stai cercando, ma se cerchi la verità scomoda di cosa significhi perdere ogni bussola morale, difficilmente troverai qualcosa che si avvicini a questa intensità.

Film correlati a Apocalypse Now

  • Il cacciatore (1978) – Uscito appena un anno prima, affronta con un registro più intimo e domestico le stesse ferite psicologiche lasciate dalla guerra del Vietnam sui soldati americani.
  • Full Metal Jacket (1987) – Stanley Kubrick porta un’attenzione altrettanto spietata alla disumanizzazione del soldato, con un approccio più chirurgico e diviso in due atti distinti.
  • Platoon (1986) – Oliver Stone, reduce realmente dal Vietnam, restituisce un punto di vista più terreno e diretto sul conflitto, in dialogo ideale con la dimensione più onirica del film di Coppola.
  • Hearts of Darkness: A Filmmaker’s Apocalypse (1991) – Il documentario che racconta la travagliatissima produzione di “Apocalypse Now”, indispensabile per apprezzare fino in fondo quanto il caos dietro le quinte abbia finito per plasmare il film stesso.

Trailer

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