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Maldoror: quando il Belgio rifiuta l’oblio

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Dal 20 agosto Fabrice du Welz è tornato al cinema con Maldoror, 155 minuti di thriller costruito intorno a uno scandalo che il Belgio ha cercato per anni di far sparire: il caso del “Mostro di Marcinelle”, soprannome coniato all’epoca dalla stampa italiana per Marc Dutroux, serial killer che negli anni novanta rapì e uccise diverse ragazzine mentre la polizia litigava con se stessa e la giustizia sonnecchiava. Il film, con Anthony Bajon nei panni del gendarme fittizio Paul Chartier al centro della vicenda, è ora in sala da cinque giorni.

Maldoror: quando il Belgio rifiuta l'oblio - Maldoror
Via TMDB

Quando Du Welz scava nella burocrazia del crimine

Presentato Fuori Concorso alla 81ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel settembre 2024, il film è liberamente ispirato alla storia del “Mostro di Marcinelle”, un caso di cronaca nera che sconvolse il Belgio a cavallo tra il 1995 e il 2002. Non è il primo film belga che sceglie il vero per parlare del falso, ma du Welz non fa cinema di denuncia, fa cinema di ossessione. La comunità degli immigrati italiani e le loro figlie, l’assenza della giustizia, la memoria della strage dei minatori quarant’anni prima. Il regista intreccia strati di memoria nazionale: le vittime, gli stranieri, l’indifferenza istituzionale, anche attraverso una sceneggiatura co-scritta con l’italiano Domenico La Porta, che porta nel film dialoghi anche in siciliano.

Ad Anthony Bajon, al centro pressoché di ogni scena, si affiancano Alba Gaïa Bellugi, Alexis Manenti, Sergi López, Béatrice Dalle e Laurent Lucas, quest’ultimo un volto ricorrente nel cinema di du Welz fin dai tempi di Calvaire. Il regista ha rivelato di aver pensato inizialmente a Benoît Poelvoorde per il ruolo ispirato a Dutroux, immaginandolo più vicino a Frank Booth di “Velluto blu” che al vero criminale, un’idea poi abbandonata in fase di casting.

L’isolamento, la follia, il crimine, la morte erano tra i temi riconoscibili della ‘trilogia delle Ardenne’ realizzata dal regista e composta da Calvaire, Alleluia e Adorazione. Maldoror riprende quella mappa emotiva e la proietta sulla burocrazia, il vero orrore è quando l’apparato smette di funzionare, non per malvagità ma per negligenza. Du Welz ha raccontato di aver cercato per quindici anni l’angolo giusto da cui raccontare questa storia, trovandolo solo dopo aver visto “C’era una volta a… Hollywood” di Tarantino e il modo in cui il regista americano aveva rielaborato in chiave di finzione l’omicidio di Sharon Tate, un modello che gli ha permesso di immaginare Maldoror non come cronaca ricostruita, ma come un territorio di finzione capace di restituire, quasi per compensazione, un senso di giustizia che la realtà non ha mai offerto alle vittime.

Dichiarazioni

“Quando lo scandalo è scoppiato, a metà degli anni ’90, avevo vent’anni ed ero abbastanza ingenuo da credere che il mondo degli adulti fosse un luogo sicuro e ben organizzato. Come la maggior parte delle persone della mia generazione, sono rimasto sconvolto da un caso apocalittico, in cui si mescolavano omissioni di informazioni, negligenza e implicazioni assurde, ridicole, mediocri.”

Du Welz parla come chi ha smesso di credere alle rassicurazioni. La dichiarazione non è un ricordo nostalgico, è una radiografia del trauma collettivo trasformato in cinema. Il regista ha inoltre rivelato che “le indagini erano state ostacolate dalle rivalità tra le forze dell’ordine, che hanno causato numerose disfunzioni e danni irreparabili.” Non è una storia sulla cattiveria umana, ma sulla sua gestione amministrativa.

Quando l’arte rifiuta di dimenticare

Cinque giorni dopo il suo arrivo nelle sale italiane, Maldoror continua a farsi notare in un momento strano: l’estate italiana vola tra franchise e adattamenti Disney, la memoria collettiva scorre veloce. Ma questo film dice una cosa scomoda, ci sono orrori che non cadono nel tempo, semplicemente cambiano forma. Du Welz sa che il suo ruolo non è la giustizia (arrivata troppo tardi), ma la visione, costringere lo sguardo a rimanere su ciò che le istituzioni avrebbero preferito fosse invisibile. Nel 2026, mentre il Belgio guarda altrove, un belga scava dentro.

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