Una storia, la recensione: Anna Foglietta debutta alla regia con Rohrwacher e Caprino
Una storia
Diretto da Anna Foglietta
Sceneggiatura di Anna Foglietta, Tania Pedroni
Prodotto da HT Film, Indigo Film, Tenderstories
Protagonisti: Alba Rohrwacher, Guido Caprino, Elio De Capitani, Caterina Casini
Fotografia: Andrea Benjamin Manenti
Musiche: Rodrigo D’Erasmo
Produzione: HT Film, Indigo Film, Tenderstories
Data di uscita: 24/09/2026
Durata: 107 minuti
Generi: Dramma
Lingua originale: IT
Una storia – Trama
La provincia italiana come scenario di una crisi silenziosa. Alba Rohrwacher e Guido Caprino incarnano Erika, cassiera di supermercato, e Mauro, elettricista nell’impresa di ristrutturazioni del padre e allenatore di una squadra di calcio giovanile, una coppia che ha costruito la propria vita su fondamenta solide ma fragili, abitudini quotidiane, ruoli consolidati, il conforto della prevedibilità. Quando la figlia Irene se ne va per studiare, quella struttura non crolla all’improvviso, ma inizia a cedere lentamente, come una parete umida che perde coesione giorno dopo giorno.
Erika ha sempre trovato senso nell’accudire gli altri. Senza quel compito, si scopre vuota, priva della bussola emotiva che le ha permesso di non guardarsi troppo a fondo. Mauro, cresciuto con un padre autoritario che non concedeva spazio alle emozioni, reagisce nel modo che conosce: riempie il vuoto, si muove, costruisce. Ma sotto questo attivismo emerge una fragilità che lui stesso fatica a nominare, una ferita mai cicatrizzata che il silenzio della casa amplifica. Il racconto, diviso in quattro capitoli scanditi dalle stagioni (autunno, inverno, estate, e un “poi” conclusivo) accompagna la coppia lungo un anno che Erika stessa, nel finale, definirà “un anno di merda”.
Curiosità sul film Una storia
- L’esordio alla regia di una delle attrici più note del cinema italiano. Una storia segna il debutto dietro la macchina da presa di Anna Foglietta, dopo una lunga carriera davanti all’obiettivo; la regista firma anche la sceneggiatura insieme a Tania Pedroni e Matteo Ferri.
- Presentato in concorso a Venezia. Il film ha debuttato nella sezione Orizzonti dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, prima di arrivare nelle sale italiane il 24 settembre 2026 con BIM Distribuzione.
- Una struttura ispirata a un classico bergmaniano. La divisione in quattro capitoli stagionali ha portato diversi critici ad accostare il film a Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman, per l’analoga anatomia di una crisi coniugale osservata per fasi successive.
- Un titolo programmaticamente generico. La scelta di chiamarlo “Una storia” (non “La storia”) riflette l’intenzione dichiarata della regista di raccontare una vicenda che potrebbe appartenere a chiunque, rifiutando l’eccezionalità del racconto a favore della semplicità del quotidiano.
- Un dietro le quinte con un altro regista. Alain Parroni, regista di Una sterminata domenica, ha lavorato come operatore di macchina sul set, in un curioso scambio di ruoli tra cineasti.
Recensione
Esordire alla regia con un film che rifiuta ogni eccezionalità narrativa è una scelta che comporta un rischio preciso, quello di scivolare nell’aneddotica priva di tensione, nel racconto quotidiano che non trova mai la propria necessità drammaturgica. Anna Foglietta, al suo primo lavoro dietro la macchina da presa dopo una lunga carriera da interprete, evita questo rischio proprio attraverso la scelta del titolo, che è già una dichiarazione di poetica: non “La storia”, con l’articolo determinativo che ne farebbe un caso esemplare o universale, ma “Una storia”, una fra le tante possibili, priva di pretese di rappresentatività assoluta eppure capace, proprio per questo, di risuonare più ampiamente.
La struttura a quattro stagioni (un impianto che richiama esplicitamente, nella sua anatomia progressiva della crisi coniugale, il modello di Scene da un matrimonio di Bergman) permette a Foglietta di osservare Erika e Mauro non nel momento dell’esplosione, ma in quello, molto più insidioso, dell’erosione lenta. È una scelta strutturale intelligente perché rispecchia fedelmente il tipo di crisi che il film vuole raccontare, non un tradimento o un evento traumatico riconoscibile, ma il logoramento silenzioso di due persone che hanno costruito la propria identità coniugale attorno a un compito (la crescita della figlia) che a un certo punto, semplicemente, finisce.
Alba Rohrwacher costruisce Erika con una delicatezza che rifiuta ogni spettacolarizzazione del dolore. Il suo smarrimento non si traduce in gesti eclatanti, ma in una progressiva sottrazione di energia vitale, restituita attraverso il modo in cui il personaggio occupa lo spazio domestico una volta svuotato della presenza della figlia. È un’interpretazione che lavora per accumulo di piccoli segnali fisici (uno sguardo che si perde oltre il proprio interlocutore, un gesto quotidiano compiuto con un automatismo che tradisce l’assenza di significato) più che per dichiarazioni esplicite del proprio disagio. Guido Caprino affronta la parte forse più complessa, il suo Mauro reagisce alla stessa perdita nel modo opposto rispetto a Erika, riempiendo il vuoto con attività, lavoro, movimento fisico, ma Caprino ha l’intelligenza di lasciar trapelare, sotto questa iperattività difensiva, una fragilità ereditata da un’educazione paterna rigida e mai davvero elaborata. È nel contrasto tra questi due meccanismi di difesa, il ripiegamento di lei e l’attivismo di lui, che il film costruisce la propria tensione più autentica, senza mai bisogno di alzare i toni.
Il cast di supporto, con Caterina Casini, Elio De Capitani e Duccio Camerini, contribuisce a costruire un tessuto sociale di provincia credibile, mai ridotto a semplice sfondo pittoresco: la fabbrica, il pub di paese, gli allenamenti di calcio giovanile diventano coordinate concrete di un’esistenza che il film osserva con affetto privo di condiscendenza. Foglietta dimostra, per essere alla prima regia, un controllo tonale non scontato, evita sia la retorica del dramma provinciale a tesi sia la tentazione, altrettanto insidiosa, di estetizzare la semplicità quotidiana trasformandola in cartolina malinconica.
Sul piano visivo la fotografia di Andrea Benjamin Manenti (con Alain Parroni, regista a sua volta di Una sterminata domenica, come operatore di macchina) adotta una sobrietà quasi minimalista, dove gli spazi domestici diventano protagonisti silenziosi della vicenda. Non c’è musica invadente a guidare l’emozione dello spettatore, le musiche di Rodrigo D’Erasmo intervengono con parsimonia, lasciando che siano i rumori naturali della casa, il montaggio di Riccardo Giannetti nel dosare i tempi morti, e la densità del non detto a costruire l’atmosfera claustrofobica ma intima che attraversa l’intero film.
Se un’imperfezione si può segnalare in questo esordio, è forse nella tenuta di alcuni passaggi della seconda parte, dove il ritmo deliberatamente dilatato rischia occasionalmente di scivolare nella ripetizione più che nell’approfondimento, un rischio quasi inevitabile per un film che sceglie di raccontare la monotonia senza mai tradirla con artifici di montaggio più dinamici. È un compromesso che Foglietta accetta consapevolmente e che il confronto finale tra Erika e Mauro, costruito come sintesi di un intero anno di non detti accumulati, ripaga con un’intensità che giustifica la pazienza richiesta fino a quel momento.
(Francesco Ippolito)
Perché vederlo
Presentato in concorso nella sezione Orizzonti all’83ª Mostra di Venezia, Una storia non è un film che attrae il grande pubblico (il voto TMDB di 6.0 su pochi voti lo conferma) e francamente non è stato concepito per quello. È costruito per chi riconosce nella staticità una forma di dramma, per chi sa che le crisi coniugali non hanno sempre sceneggiature hollywoodiane. Rohrwacher offre qui un’interpretazione di rara tenerezza nel suo smarrimento, mentre Caprino lavora sulla frustrazione di chi ama ma non sa come dirlo. Se cercate un dramma che non risolve nulla di fretta, che si fida dell’intelligenza dello spettatore e che considera la provincia italiana non come sfondo pittoresco ma come orizzonte psicologico concreto, troverete qui quello che cercate. Non per tutti, evidentemente. Per chi sa ascoltare il cinema quando sussurra.
Film correlati a Una storia
- Scene da un matrimonio (Ingmar Bergman, 1973) – il riferimento strutturale più diretto e dichiarato, imprescindibile per comprendere l’anatomia della crisi coniugale scelta da Foglietta.
- La sindrome del nido vuoto – per lo stesso tema della crisi genitoriale innescata dalla partenza dei figli, declinato in chiave diversa nel cinema internazionale.
- Una sterminata domenica (Alain Parroni, 2023) – per ritrovare, applicato a un contesto generazionale diverso, lo sguardo dello stesso operatore di macchina coinvolto in questo film come regista in prima persona.
- Le fate ignoranti (Ferzan Özpetek, 2001) – per un altro esempio di cinema italiano capace di raccontare una crisi coniugale come processo di riscoperta di sé, con un registro più corale.
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