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Kill Bill 2 – Trama, curiosità e recensione del secondo volume di Tarantino

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Kill Bill: Volume 2 locandinaKill Bill Volume 2
Diretto da Quentin Tarantino
Sceneggiatura di Quentin Tarantino
Prodotto da Super Cool ManChu, Miramax, A Band Apart

Protagonisti: Uma Thurman, David Carradine, Daryl Hannah, Michael Madsen, 劉家輝, Michael Parks, Perla Haney-Jardine, Vivica A. Fox

Fotografia: Robert Richardson
Musiche: Robert Rodriguez, RZA
Produzione: Super Cool ManChu, Miramax, A Band Apart
Data di uscita: 2004-04-16
Durata: 110 minuti
Generi: Azione, Crime, Thriller
Lingua originale: EN

Kill Bill Volume 2 – Trama

La Sposa è tornata per il taglio finale. Dopo aver sistemato i primi due nomi della sua Death List Five, continua a risalire la catena verso Bill, il capo della banda che l’ha tradita e quasi uccisa insieme al proprio bambino non ancora nato. Ma questo secondo capitolo cambia completamente il ritmo rispetto al primo, meno carneficina coreografata, più western psicologico dove ogni confronto diventa un vero e proprio interrogatorio morale. Texas, motel decrepiti e deserti sporchi fanno da cornice a una vendetta che scopre di avere radici molto più profonde, e più intime, di quanto la Sposa stessa credesse all’inizio del proprio percorso.

Uma Thurman, nelle scene più intime del film, abbandona progressivamente la fredda determinazione mostrata nel primo volume per toccare qualcosa di più fragile, una rivelazione che, senza fare spoiler, cambia radicalmente il significato stesso della sua missione. David Carradine, nei panni di Bill, non è mai il villain da sconfiggere a suon di colpi, ma un uomo che ragiona, che parla a lungo, che conosce la Sposa nel profondo, al punto da rendere ogni loro scambio verbale carico di una tensione più affilata di qualunque scontro fisico. Daryl Hannah e Michael Madsen, rispettivamente Elle Driver e Budd, portano una brutalità meno spettacolare ma più inquietante rispetto agli antagonisti del primo capitolo: il loro è il male abituato, sedentario, quasi domestico nella sua quotidianità. A completare il quadro arrivano due figure fondamentali per il percorso della protagonista, Gordon Liu, che dopo aver interpretato un capo della Yakuza nel primo volume torna qui nei panni di Pai Mei, il temibile e leggendario maestro di kung fu presso cui la Sposa si è addestrata, e Michael Parks, che dopo lo sceriffo texano del primo film interpreta qui Esteban Vihaio, l’anziano protettore che custodisce i segreti sul passato di Bill.

Tarantino qui si prende il tempo per costruire tensione attraverso i dialoghi, non solo attraverso la coreografia dell’azione. La scena con Budd nel cimitero, la lunga lezione di addestramento sotto Pai Mei, l’infiltrazione notturna in territorio nemico, ogni sequenza alterna violenza esplosiva a momenti di quasi silenzio narrativo, in cui il peso delle parole conta quanto quello dei colpi. Il film ridisegna il genere d’azione come qualcosa che richiede spessore emozionale prima ancora che pura adrenalina.

Kill Bill 2

Curiosità sul film

  • Il flauto che David Carradine suona nei panni di Bill non è un semplice oggetto di scena, è lo stesso strumento, costruito personalmente dall’attore, che aveva utilizzato negli anni settanta sul set della serie televisiva Kung Fu. La stessa inquadratura in cui Bill suona ricalca quasi esattamente una scena analoga interpretata da Carradine nel film Circle of Iron del 1978.
  • Il personaggio di Pai Mei è un omaggio dichiarato all’attore Lieh Lo, celebre interprete dello stesso ruolo nel film di arti marziali Shaolin Abbot (1979), la sceneggiatura originale di Tarantino cita esplicitamente questo riferimento come fonte d’ispirazione diretta.
  • Quentin Tarantino aveva inizialmente pensato di doppiare personalmente Pai Mei in inglese, lasciando che Gordon Liu si limitasse a muovere le labbra in cantonese, per imitare volutamente l’effetto di un doppiaggio maldestro tipico dei vecchi film di arti marziali importati in Occidente. Alla fine abbandonò l’idea, lasciando che fosse lo stesso Liu a recitare con la propria voce originale.
  • La celebre scena in cui la Sposa viene sepolta viva fu girata con effetti quasi interamente pratici: Uma Thurman fu davvero calata in una bara sepolta sotto terra per le riprese più ravvicinate.
  • Un lungo confronto tra Bill e l’attore Michael Jai White, girato appositamente per il film, fu tagliato in fase di montaggio per ragioni di ritmo, resta l’unica scena eliminata inclusa nell’edizione DVD del film.
  • Michael Parks, oltre a interpretare Esteban Vihaio in questo capitolo, aveva già recitato nel primo volume nei panni dello sceriffo Earl McGraw, un doppio ruolo che pochi spettatori notano al primo sguardo.
  • La colonna sonora, oltre ai già citati Bacalov, Morricone e Cash, include anche un breve brano co-firmato dagli stessi David Carradine e Uma Thurman, intitolato “The Legend of Pai Mei”.

Kill Bill 2

Recensione

Kill Bill Volume 2 completa in modo sorprendente il dittico aperto dal primo capitolo, e lo fa scegliendo la strada meno prevedibile: invece di intensificare ulteriormente lo spettacolo action, Tarantino rallenta deliberatamente il ritmo, dilata i tempi dei dialoghi, costruisce lunghe sequenze quasi teatrali in cui due personaggi seduti a un tavolo si dicono, finalmente, tutto quello che nel primo volume era rimasto sospeso. È una scelta rischiosa per un sequel action, eppure funziona proprio perché il primo film aveva già dimostrato la propria padronanza tecnica sulla coreografia pura; qui Tarantino può permettersi di spostare l’attenzione altrove, sicuro che lo spettatore lo seguirà anche in un territorio narrativo completamente diverso.

Il primo elemento su cui vale la pena soffermarsi è come cambia radicalmente il genere di riferimento da un capitolo all’altro. Se Volume 1 dialogava apertamente con il cinema di arti marziali giapponese e il wuxia, Volume 2 si sposta con decisione verso lo spaghetti western e il neo-western americano. Il deserto texano prende il posto dei corridoi asettici degli ospedali giapponesi, i motel decrepiti sostituiscono le sale da tè illuminate al neon, e persino il montaggio rallenta per adattarsi a un genere che vive di tempi morti, di attese, di sguardi trattenuti prima dell’inevitabile confronto. È un cambio di registro coraggioso che avrebbe potuto disorientare il pubblico arrivato in sala aspettandosi la stessa scarica adrenalinica del primo capitolo, e che invece Tarantino gestisce con una sicurezza stilistica che pochi registi possiedono nel passare da un genere all’altro senza perdere coerenza autoriale.

Il vero pregio di questo secondo capitolo sta nell’umanizzazione progressiva di Bill. David Carradine costruisce un personaggio che, per gran parte della propria filmografia precedente, era stato associato a ruoli action piuttosto lineari, ma qui trova un registro completamente diverso, un uomo colto, ironico, capace di affetto autentico nonostante le proprie azioni imperdonabili. Non è mai un mostro caricaturale, ed è proprio questa complessità morale a rendere il confronto finale tra lui e la Sposa uno dei momenti più stratificati dell’intero cinema di Tarantino, ben lontano dal semplice regolamento di conti che il titolo della saga potrebbe far pensare. Carradine lavora per sottrazione, lasciando che siano le pause tra le battute, più che le battute stesse, a rivelare la vera natura del personaggio, un uomo che ha costruito attorno a sé un impero di violenza ma che, messo alle strette, rivela una vulnerabilità quasi paterna che nessuno spettatore del primo volume avrebbe potuto immaginare.

Uma Thurman, dal canto suo, compie qui un lavoro attoriale ancora più difficile di quello richiesto nel primo volume: deve mostrare le crepe sotto la corazza costruita in precedenza, senza però mai perdere la credibilità fisica della guerriera già vista in azione. È un equilibrio delicatissimo (restare vulnerabile senza risultare debole, restare letale senza perdere l’umanità riconquistata) e Thurman lo gestisce attraverso un registro vocale e fisico che cambia sensibilmente rispetto al primo capitolo, meno furia trattenuta, più stanchezza autentica, come se il peso di ogni singola uccisione compiuta cominciasse finalmente a farsi sentire. La sequenza dell’addestramento sotto Pai Mei, alternata a momenti di puro dolore fisico ed emotivo, resta probabilmente il cuore pulsante del film, capace di spiegare retroattivamente l’intera abilità mostrata dalla protagonista nel capitolo precedente, e di aggiungere un ulteriore strato di significato al rapporto tra maestro e allieva che attraversa tutta la mitologia marziale a cui Tarantino attinge.

Gordon Liu, nei panni del maestro, costruisce un personaggio tanto comico nella propria eccentricità quanto autenticamente temibile, un equilibrio che pochi attori riuscirebbero a gestire con altrettanta naturalezza. Pai Mei è insieme irritante, buffo e spaventoso, spesso nella stessa identica scena, e proprio questa ambivalenza tonale (che potrebbe sembrare incoerenza in mani meno esperte) diventa invece uno degli elementi più memorabili del film, capace di alleggerire momenti altrimenti durissimi senza mai sminuirne la tensione di fondo. Daryl Hannah e Michael Madsen meritano un riconoscimento particolare per come riescono a rendere memorabili antagonisti che, sulla carta, avrebbero meno tempo sullo schermo rispetto ai villain del primo capitolo. La loro violenza quotidiana, quasi annoiata, restituisce un’idea del male molto più inquietante di qualunque coreografia spettacolare, proprio perché sembra scaturire da un’abitudine consolidata più che da una particolare ferocia.

Sul piano visivo rimane inconfondibile la firma di Tarantino: lo zoom improvviso sugli occhi dei personaggi, i tagli netti tra scene di epoche diverse, la fotografia di Robert Richardson che passa dal bianco e nero al colore, dal registro vintage a quello più contemporaneo a seconda della temperatura emotiva della scena. È interessante notare come questa scelta fotografica non sia mai puramente decorativa, ogni cambio di formato o di palette cromatica corrisponde a uno spostamento preciso nel punto di vista narrativo, quasi a segnalare allo spettatore quando ci si trova dentro un ricordo, dentro una leggenda raccontata da altri, o dentro il presente crudo della vendetta in corso. La colonna sonora mescola con sapienza Luis Bacalov, Ennio Morricone e Johnny Cash in una miscela che suona insieme nostalgica e stranamente senza tempo, capace di accompagnare tanto i momenti di violenza quanto quelli di pura introspezione, mentre il fischiettio e le sonorità più scarne richiamano esplicitamente la tradizione dello spaghetti western italiano che Tarantino cita con devozione quasi filologica.

Il film respira nei momenti morti, si concede pause che nel primo capitolo sarebbero state impensabili, e costruisce il proprio dramma prima ancora della violenza che, quando arriva, colpisce con un peso specifico diverso, quasi doloroso, rispetto alla spettacolarità quasi ludica del primo volume. È significativo che le sequenze più memorabili di Volume 2 (l’addestramento, il lungo dialogo finale, persino la scena della sepoltura girata con effetti quasi interamente pratici) puntino tutte sulla resistenza fisica e psicologica dei personaggi più che sull’esibizione tecnica del combattimento, un rovesciamento di priorità che dice molto sulla maturità con cui Tarantino ha scelto di chiudere la propria saga di vendetta.

Se un limite si può individuare è forse nel rischio, mai del tutto scongiurato, che il cambio di ritmo così radicale rispetto al primo capitolo disorienti chi si aspettava una semplice escalation dell’azione già vista. Ma è un rischio calcolato che paga ampiamente i propri dividendi, pochi sequel action hanno il coraggio di rallentare così tanto proprio nel momento in cui il pubblico si aspetterebbe il contrario, e ancora meno riescono a farlo mantenendo intatta la tensione emotiva dall’inizio alla fine. Kill Bill Volume 2 dimostra che la vera conclusione di una storia di vendetta non sta nell’ultimo colpo inferto, ma in tutto ciò che lo precede, le conversazioni evitate, le verità taciute, il tempo speso a capire perché si è arrivati fin lì prima ancora di scoprire come finirà.

(Francesco Ippolito)

Kill Bill 2

Perché vederlo

Con 153,3 milioni di incassi mondiali su un budget di 30, Volume 2 è stato accolto come il capitolo più maturo della duologia, apprezzato anche da chi inizialmente cercava solo l’adrenalina pura del primo film. Non è un film d’azione travestito da cinema d’autore, ma piuttosto il contrario, un’indagine psicologica su vendetta e riscatto che usa l’azione come linguaggio, non come scopo ultimo. Se il primo Kill Bill seduce per freschezza visiva e ritmo forsennato, questo secondo capitolo seduce per profondità e pazienza narrativa. È adatto a chi ama Tarantino proprio perché qui il dialogo e la costruzione dei personaggi pesano quanto la coreografia dell’azione. Non aspettatevi solo spettacolo puro dall’inizio alla fine, aspettatevi piuttosto un regista che rallenta deliberatamente, che lascia spazio al silenzio, che fa parlare gli sguardi tanto quanto le katane.

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  • Kill Bill: Volume 1 (2003) di Quentin Tarantino – imprescindibile primo capitolo, necessario per comprendere appieno la posta in gioco emotiva di questo secondo film.
  • Il buono, il brutto, il cattivo (1966) di Sergio Leone – per l’estetica western e i prestiti musicali dichiarati che attraversano tutto il film.
  • La tigre e il dragone (2000) di Ang Lee – per il tema del maestro marziale e dell’apprendistato come chiave di lettura del passato della protagonista.
  • Kill Bill: The Whole Bloody Affair (2004/2025) – la versione integrale ricomposta dei due volumi in un unico lungometraggio, per chi vuole vivere la storia come Tarantino l’aveva originariamente concepita.

Trailer

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