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Il commissario Pelissier 1971

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Il commissario Pelissier locandinaIl commissario Pelissier
Diretto da Claude Sautet
Sceneggiatura di Claude Néron, Claude Sautet
Prodotto da Lira Films, Sonocam, Fida Cinematografica

Protagonisti: Michel Piccoli, Romy Schneider, Bernard Fresson, François Périer, Georges Wilson, Boby Lapointe, Philippe Léotard, Michel Creton

Fotografia: René Mathelin
Musiche: Philippe Sarde
Produzione: Lira Films, Sonocam, Fida Cinematografica
Data di uscita: 1971-02-17
Durata: 125 minuti
Generi: Crime, Romance
Lingua originale: FR

Il commissario Pelissier – Trama

Michel Piccoli è Max Pelissier, un poliziotto consumato dall’ossessione di catturare criminali. Non è una vocazione romantica, è una cicatrice, una ferita che lo ha trasformato in una macchina senza margini di tolleranza. Quando incrocia una banda di scassinatori e scopre che uno di loro è un vecchio amico precipitato nel furto, Max intravede l’occasione per chiudere un cerchio. Ma il prezzo di questa trappola perfetta si rivela impossibile da pagare.

Romy Schneider incarna Lily, una prostituta intrappolata nel gioco di Max. Non è un’innocente, ha i suoi complici, i suoi segreti, una vita parallela che la colloca nella zona grigia dove il commissario ha imparato a muoversi. Bernard Fresson è il vecchio amico, il ponte tra il mondo ordinato e quello criminale. Tra questi tre gravitano personaggi secondari che occupano spazi precisi nella mappa morale del film, rendendo ogni relazione una negazione dell’innocenza.

Sautet costruisce il conflitto non come scontro esteriore ma come lacerazione interiore. L’arresto di Lily diventa il momento in cui Max scopre che le sue certezze erano illusioni. Il suo metodo d’indagine, freddo e calcolato, entra in collisione diretta con un sentimento che non aveva previsto. Non c’è redenzione nel film, neppure compromesso, solo la constatazione che il rigore morale può trasformarsi in crudeltà.

La Parigi del 1971 emerge grigia e ambigua dalla fotografia del film. Sautet non fa del crimine uno spettacolo, bensì una condizione ordinaria della città. Le scene si muovono con ritmo controllato, quasi burocratico, finché non emergono i momenti di vulnerabilità in cui il montaggio si fa più aspro. La colonna sonora accompagna senza invadere, sottolineando il vuoto tra quello che Max pensa e quello che sente.

Perché vederlo

Il voto di 7.1 su TMDB non rende giustizia al film, probabilmente perché gli spettatori cercavano un noir puro e hanno trovato invece un’indagine psicologica sull’impossibilità di separare il ruolo professionale dalla persona. Sautet non ha la fama internazionale di altri registi francesi di quegli anni, eppure la sua ricerca sulla solitudine urbana e sulla crisi morale degli uomini ordinari è altrettanto pertinente. Il film è rivolto a chi sa riconoscere un dramma non negli spari o nei colpi di scena, ma nell’istante in cui un uomo capisce di avere distrutto quello che amava per salvaguardare il principio che lo guidava. Questo è cinema di categoria.

 

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