Primetime, la recensione: Robert Pattinson e la caccia in diretta di un uomo che recita sé stesso
Primetime
Diretto da Lance Oppenheim
Sceneggiatura di Ajon Singh
Prodotto da A24, Icki Eneo Arlo, Square Peg
Protagonisti: Robert Pattinson, Merritt Wever, Skyler Gisondo, Matthew Maher, Phoebe Bridgers, Victor Brunette, Bokeem Woodbine, Michael Chachere
Fotografia: David Bolen
Musiche: Ari Balouzian
Produzione: A24, Icki Eneo Arlo, Square Peg
Data di uscita: 2026-09-23
Durata: 110 minuti
Generi: Dramma, Thriller
Lingua originale: EN
Primetime – Trama
Nel 2006 Chris Hansen (Robert Pattinson), giornalista di Dateline NBC, conduce To Catch a Predator, il programma nato due anni prima che attira davanti alle telecamere uomini convinti di incontrare un minore conosciuto in chat. La casa in cui si presentano è allestita dalla produzione, le esche sono attori adulti, la polizia aspetta fuori. Con Hansen lavorano la produttrice Andie Bender (Merritt Wever) e i volontari del gruppo Perverted-Justice guidato da Xavier Von Erck (Matthew Maher), tra cui Del (Phoebe Bridgers), capace di passare per un ragazzino o per una ragazzina a seconda del bersaglio. Alla squadra si aggiunge Dan Plum (Skyler Gisondo), aspirante attore reclutato come nuova esca.
Lo show conquista la prima serata e si ritrova a contendere il pubblico a Lost. Per restare in vetta servono puntate sempre più clamorose, e Hansen comincia a cercare una preda più grossa, scavalcando Andie, mentre a casa il matrimonio con Mary Joan (Anna Faris) si sfilaccia. La caccia porta la troupe in una cittadina del Texas, dove la polizia locale guidata da Cortland Gunn (Bokeem Woodbine) collabora a un’operazione costruita in fretta. Il film è tratto da un articolo di Luke Dittrich uscito su Esquire nel 2007.
Curiosità sul film Primetime
- Dal documentario alla finzione. Lance Oppenheim, nato in Florida nel 1996, arriva a Primetime dopo una serie di documentari, tra cui Some Kind of Heaven (2020), presentato al Sundance, la serie HBO Ren Faire (2024) e Spermworld (2024). Questo è il suo primo lungometraggio di finzione.
- Tutto è cominciato con un Cameo. Nel 2024 Oppenheim ha pagato 30 dollari per farsi registrare un videomessaggio da Hansen sulla piattaforma Cameo. Per prepararsi ha letto il libro e il blog che il giornalista teneva all’epoca e ha intervistato Mitchell Wagenberg, il cameraman delle riprese nascoste.
- Titolo in codice. Le riprese si sono svolte a New Orleans tra l’inizio di febbraio e il 28 marzo 2025, con il titolo di lavorazione Bluefin Tuna. Il budget, fra i 14,5 e i 15 milioni di dollari secondo le fonti, è stato speso per intero in Louisiana.
- Pattinson produttore. Oltre a interpretare Hansen, Robert Pattinson figura tra i produttori, insieme ad Ari Aster e a Lars Knudsen.
- Un debutto e un cameo d’eccezione. Phoebe Bridgers esordisce come attrice. Jeff Zucker, all’epoca a capo della divisione televisiva di NBCUniversal, compare nel ruolo di sé stesso, mentre tra i predatori finiti nella trappola ci sono Tony Revolori, Jonathan Lipnicki e i registi Caveh Zahedi, Jason Woliner ed Eugene Kotlyarenko.
- Un personaggio inventato. La produttrice Andie Bender, interpretata da Merritt Wever, è un personaggio composito, che riunisce tratti di diverse persone che lavoravano al programma.
- Hansen non ha gradito. Il vero Chris Hansen non ha partecipato al film. Ha rifiutato di firmare l’accordo di riservatezza che gli avrebbe permesso di vederlo in anticipo, poi lo ha visto in sala e sul suo canale YouTube lo ha definito lontanissimo dalla realtà, dando a Pattinson un voto D. Ha anche comprato spazi pubblicitari da far proiettare prima degli spettacoli e ha parlato di possibili azioni legali.
- Il miglior esordio di Pattinson con A24. Negli Stati Uniti il film ha aperto con circa 19 milioni di dollari, il miglior debutto per un film A24 con l’attore e il terzo esordio di sempre per lo studio sul mercato interno. Al 18 ottobre aveva raccolto 45,3 milioni negli USA e 46,6 nel mondo. In Italia ha chiuso il primo fine settimana al quarto posto, con circa 450.000 euro.
Recensione
Il meccanismo di To Catch a Predator è noto a chiunque abbia passato qualche serata davanti alla televisione americana dei primi anni duemila, o ai suoi infiniti estratti su YouTube. Gli uomini che si presentavano alla porta erano veri, e veri erano i poliziotti appostati in giardino e le manette. Tutto il resto era stato fabbricato, dalla casa presa in affitto e riempita di telecamere fino alle voci adolescenti che, al telefono e in chat, appartenevano ad attori adulti. Il programma otteneva la propria verità per mezzo di una messinscena, e la consegnava al pubblico con il tono composto del telegiornale. Lance Oppenheim, che fino a ieri faceva documentari, compie con Primetime il percorso inverso. Prende un fatto di cronaca televisiva, documentato e ancora vivo nella memoria di molti, e lo racconta con gli strumenti della finzione, rivendicando apertamente il diritto di inventare.
Per capire perché proprio Oppenheim fosse il regista giusto conviene guardare a ritroso. Some Kind of Heaven raccontava The Villages, la grande comunità per pensionati della Florida dove migliaia di persone vivono dentro una vacanza permanente, con piazze in stile ispanico costruite da zero e una storia locale inventata. Ren Faire, la serie per HBO, seguiva la lotta per la successione alla guida di una fiera rinascimentale in Texas. In Spermworld c’erano i donatori che si offrono su Facebook. Il suo cinema ha sempre frequentato americani che si costruiscono un ruolo e poi lo abitano fino a non distinguersene più. Chris Hansen appartiene di diritto a questa galleria, ed era forse il soggetto che Oppenheim stava aspettando: un uomo che a forza di sedersi con calma davanti ai sospettati è diventato prima una formula e poi un meme, e che oggi su YouTube vende la propria immagine sotto il marchio della frase con cui invitava i fermati ad accomodarsi. Nelle interviste il regista ha spiegato di voler raccontare Hansen dalla parte di chi lo guardava, e il dettaglio del videomessaggio comprato su Cameo per trenta dollari da cui è partito tutto, prima ancora di essere un aneddoto, chiarisce il punto di vista del film. Qui parla un fan, e il suo sguardo ha la stessa natura di quello che il programma coltivava nel proprio pubblico. Lo si vede subito dall’immagine. David Bolen lavora su una grana da mini-DV e da cassetta VHS, con colori saturi che sbavano oltre i contorni e primissimi piani sul volto di Pattinson tinto di rosso. Nelle stanze di motel la luce arriva dai neon rosa e blu, filtrata da finestre bagnate di pioggia. La texture è quella di una registrazione consumata da troppi passaggi. Quello che Bolen ricostruisce, a ben vedere, è il ricordo di quella televisione, sedimentato in chi la guardava e passato attraverso innumerevoli riversamenti, con tutte le alterazioni che la memoria e il nastro magnetico portano con sé.
Robert Pattinson, che dopo la saga di Twilight ha costruito con pazienza una filmografia di maschere difficili, da Good Time dei fratelli Safdie a The Lighthouse di Robert Eggers, dal Bruce Wayne di The Batman ai cloni di Mickey 17, trova in Hansen un personaggio adatto alla sua inclinazione più interessante, quella per gli uomini che recitano davanti agli altri anche quando sono soli. La difficoltà del ruolo sta tutta nella distanza da colmare. Il vero Hansen, in onda, era misurato fino all’impassibilità, con la voce bassa e la cartellina delle trascrizioni stretta in mano mentre leggeva al sospettato le sue stesse frasi. Riprodurre quella compostezza sarebbe stato un esercizio di imitazione. Pattinson lavora invece su quanto la compostezza nascondeva, e a giudicare dalle proteste dello stesso Hansen, che ha trovato la sua versione cupa e sgradevole, lascia trapelare l’appetito di un uomo che ha scoperto di essere bravo in qualcosa di molto oscuro. Che il diretto interessato abbia risposto con un voto D, pubblicato sul proprio canale, e comprando spot da proiettare prima del film, aggiunge un capitolo involontario all’opera: Hansen che si difende da Pattinson continua a fare quello che ha sempre fatto, cioè occupare lo schermo.
Ajon Singh, che con Primetime firma la sua prima sceneggiatura per il cinema, ha raccontato di essere cresciuto in una famiglia di immigrati e di aver guardato programmi come Dateline per capire gli Stati Uniti. Il dettaglio aiuta a leggere il copione. Per un ragazzo arrivato da fuori, la televisione della sera faceva le veci di un manuale di educazione civica, e un programma che prometteva di proteggere i bambini mostrando in diretta il volto dei colpevoli doveva sembrare la rappresentazione più limpida di un ordine morale. Singh ha detto anche di aver resistito a chi gli chiedeva un biopic sull’ascesa e la caduta di Hansen, e di aver avuto in mente piuttosto Quinto potere, un racconto che comincia sulla soglia di un cambiamento. La parentela con il film di Sidney Lumet e Paddy Chayefsky si avverte nell’interesse per il sistema intero: Hansen conta in quanto prodotto e motore della rete per cui lavora, e la sua psicologia emerge soprattutto quando risponde agli ascolti. Lo stesso Singh ha descritto la specialità di Oppenheim con un’etichetta curiosa, docu-fantasia, che qui trova forse la sua applicazione più compiuta.
Attorno a Hansen il copione dispone figure che rappresentano altrettante funzioni della macchina televisiva. Andie Bender, la produttrice affidata a Merritt Wever, è un personaggio composito, e la scelta di inventarla dichiara la natura del film meglio di qualsiasi cartello in apertura. Su di lei pesa il ruolo di coscienza professionale della squadra, cioè la persona che conosce i limiti del mezzo e vede Hansen superarli. Dan Plum, il ragazzo interpretato da Skyler Gisondo, arriva da un provino come tanti e scopre che il suo talento d’attore servirà a fingersi un minore. Del, la volontaria di Perverted-Justice affidata a Phoebe Bridgers, si finge ragazzino o ragazzina a seconda dell’uomo che ha dall’altra parte della chat. Chi conosce le carriere degli interpreti noterà che Oppenheim ha riempito il film di ex attori bambini, a partire dallo stesso Gisondo e da Jonathan Lipnicki, il piccolo di Jerry Maguire, qui tra gli uomini che cadono nella rete. Hanno lo stesso valore i camei di tre registi del cinema indipendente americano, Caveh Zahedi, Jason Woliner ed Eugene Kotlyarenko, nei panni dei predatori, insieme a quello di Jeff Zucker, che interpreta sé stesso. Sono scelte di casting che spostano il confine fra chi guarda e chi viene guardato, e che lo spettatore attento può divertirsi a decifrare.
La struttura segue la logica degli ascolti. Lo show passa in prima serata, si misura con Lost, e ogni puntata deve alzare la posta. Singh costruisce l’escalation come una dipendenza, in cui ogni bersaglio deve essere più grosso del precedente e i controlli si allentano a ogni nuova operazione. Il pubblico in sala sa, o può facilmente sapere, dove porta questa corsa, perché l’articolo di Luke Dittrich da cui il film è tratto racconta un’operazione in Texas finita in un modo che il programma non aveva previsto. Chi non lo conosce farebbe bene ad aspettare la fine dei titoli di coda prima di leggerlo. Nell’ultimo atto entrano in scena Alex Winter e Bokeem Woodbine, e quello che accade laggiù, se il film resta fedele alla sua fonte come sembra, è destinato a cambiare il senso di quanto si è visto fino a quel momento. Vista oggi, la vicenda di To Catch a Predator ha anche il valore di un’archeologia. Da anni su YouTube e sui social prosperano canali di cacciatori di predatori improvvisati, che riprendono con lo smartphone incontri organizzati in chat e li pubblicano in cerca di visualizzazioni, spesso senza nessuna polizia ad aspettare fuori. Il film, almeno stando alle fonti disponibili, non ne parla, eppure è difficile guardarlo senza pensarci. Hansen e la sua squadra avevano inventato un formato, e quel formato è sopravvissuto alla cancellazione del programma passando dalla rete nazionale ai telefoni di chiunque. In questa prospettiva la grana sporca scelta da Bolen assume un senso ulteriore, visto che somiglia a quella di tanti video amatoriali che il genere ha poi ereditato.
Qualche riserva è legittima. La forza dell’impianto visivo rischia a tratti di sostituirsi all’analisi, e chi cerca nel film un’indagine sulle responsabilità della NBC o sul destino giudiziario dei fermati potrebbe trovarlo più interessato alla superficie della televisione che ai suoi ingranaggi. Il confronto con Predators, il documentario di David Osit uscito un anno prima e dedicato allo stesso programma, pesa inevitabilmente, perché con gli strumenti del documentario Osit aveva affrontato apertamente questioni che qui, con ogni probabilità, restano sottintese. Si potrebbe obiettare anche che alcuni personaggi di contorno, a partire dalla moglie di Hansen, restino abbozzati. Sono limiti reali. Nascono però dalla stessa scelta che rende il film riconoscibile, quella di raccontare un fenomeno dall’interno della sua seduzione, mettendo lo spettatore nella posizione scomoda di chi guardava e si divertiva.
Alla fine resta la domanda che il programma evitava con cura e che il film rivolge a chi siede in sala: quanto del piacere di vedere un uomo smascherato in diretta avesse a che fare con la giustizia. Per un regista che ha passato la carriera a osservare persone innamorate della propria messinscena, il passaggio alla finzione poteva sembrare un cambio di campo. Primetime lo usa per guardare più da vicino lo stesso oggetto di sempre, e regala a Pattinson uno dei ruoli più ambigui della sua carriera recente.
(Francesco Ippolito)
Perché vederlo
Perché racconta uno dei fenomeni più discussi della televisione americana dal punto di vista di chi lo guardava, con la libertà della finzione e lo sguardo di un documentarista abituato a osservare persone che recitano sé stesse. Robert Pattinson aggiunge alla sua galleria di maschere un personaggio reale, ancora vivo e molto agguerrito, e l’immagine sgranata di David Bolen restituisce la televisione dei primi anni duemila come la ricorda chi l’ha vista. Chi conosce To Catch a Predator troverà un film che lo costringe a rivedere il proprio divertimento; chi non lo conosce scoprirà una storia vera che ha ancora molto da dire sul rapporto fra cronaca e spettacolo.
Film correlati a Primetime
- Quinto potere (Sidney Lumet, 1976) – il capostipite dei film sulla televisione disposta a tutto per gli ascolti, con un conduttore trasformato in fenomeno dalla propria rete.
- Lo sciacallo – Nightcrawler (Dan Gilroy, 2014) – la cronaca nera come merce, e un uomo che scopre di avere un talento per il lato più oscuro dell’informazione.
- Some Kind of Heaven (Lance Oppenheim, 2020) – il documentario d’esordio del regista, già dedicato ad americani che vivono dentro una finzione costruita su misura.
- Predators (David Osit, 2025) – il documentario sullo stesso programma, utile per misurare la distanza fra la ricostruzione dei fatti e la libertà della finzione.
Trailer
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