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Il segreto del mio successo: la recensione della commedia con Michael J. Fox e la doppia identità in ufficio

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Il segreto del mio successo locandinaIl segreto del mio successo
Diretto da Herbert Ross
Sceneggiatura di Jim Cash, Jack Epps Jr.
Prodotto da Universal Pictures, Rastar Productions

Protagonisti: Michael J. Fox, Helen Slater, Richard Jordan, Margaret Whitton, John Pankow, Christopher Murney, Gerry Bamman, Fred Gwynne

Fotografia: Carlo Di Palma
Musiche: David Foster, Boris Blank
Produzione: Universal Pictures, Rastar Productions
Data di uscita: 1987-04-10
Durata: 111 minuti
Generi: Commedia
Lingua originale: EN

Il segreto del mio successo – Trama

Brantley Foster è un neolaureato del Kansas che arriva a New York con un posto già promesso in una società finanziaria salvo scoprire, appena sceso dal pullman, che l’azienda è stata appena assorbita da una rivale e il suo contratto non esiste più. Dopo settimane di colloqui falliti (troppo qualificato per certi ruoli, troppo inesperto per altri), Brantley si rassegna a contattare un lontano parente, lo zio Howard Prescott, amministratore delegato della Pemrose Corporation, che gli offre l’unico impiego disponibile, un posto in sala posta.

Non bastandogli, Brantley studia i bilanci aziendali, individua un ufficio vuoto lasciato libero da uno dei tanti licenziamenti dello zio, e inventa dal nulla un secondo sé, Carlton Whitfield, dirigente emergente della Pemrose. Da quel momento vive due vite parallele nello stesso palazzo, cambiandosi d’abito nell’ascensore per passare dai panni del fattorino a quelli dell’esecutivo, un equilibrio precario reso ancora più complicato dal fatto che Christy Wills, giovane talento finanziario di Harvard, si innamora di “Whitfield” senza sapere che è la stessa persona che, come Brantley, aveva già respinto in sala posta. A complicare ulteriormente il quadro, Christy ha una relazione segreta proprio con lo zio Howard, che a sua volta la incarica di indagare su “Whitfield”, sospettandolo una spia al soldo del finanziere rivale Donald Davenport, intenzionato a una scalata ostile della Pemrose. Nel mezzo di questo intreccio, Brantley conosce anche Vera Prescott, moglie di Howard ed erede legittima dell’azienda fondata da suo padre, che lo seduce senza sapere della loro parentela, un errore che, una volta chiarito, si rivelerà decisivo per le sorti di tutti.

Curiosità sul film Il segreto del mio successo

  • Un cast pieno di volti familiari. Oltre ai protagonisti, il film include Fred Gwynne (già celebre per la sitcom The Munsters) nel ruolo del finanziere rivale Donald Davenport, e Mercedes Ruehl in un piccolo ruolo, pochi anni prima della sua consacrazione con l’Oscar per La leggenda del re pescatore.
  • La fotografia di un maestro insospettabile. Dietro la macchina da presa di questa commedia da ufficio anni Ottanta c’è Carlo Di Palma, storico direttore della fotografia di Woody Allen in oltre una dozzina di film, dai Complotti di famiglia a Manhattan Murder Mystery.
  • Un regista da generi opposti. Herbert Ross, qui alla regia e alla produzione, è lo stesso autore di Footloose e Steel Magnolias, una versatilità di genere non scontata per un regista associato soprattutto al musical e al dramma corale.
  • Un vero successo di incassi. A fronte di un budget di 12 milioni di dollari, il film ne incassò circa 111 milioni nelle sale, un rapporto costo-ricavo tra i più notevoli delle commedie americane della sua epoca.
  • Il titolo con un doppio senso grafico. Il titolo originale, The Secret of My Succe$s, sostituisce la S finale con il simbolo del dollaro, un gioco tipografico che anticipa fin dalla locandina il tema del denaro come vera posta in gioco della storia.

Recensione

Il segreto del mio successo appartiene a un filone molto specifico della commedia americana degli anni Ottanta (quello del giovane ambizioso che si reinventa per scalare un sistema che lo ha inizialmente respinto) e lo fa con un meccanismo di scrittura più elaborato di quanto la sua reputazione di commedia leggera lasci intuire. Il film non si limita a raccontare l’ascesa di Brantley Foster, lo costringe a vivere letteralmente due vite contemporanee nello stesso edificio, trasformando l’ufficio corporate in un palcoscenico dove l’identità diventa questione di costume di scena più che di sostanza.

Michael J. Fox affronta questo doppio registro con un’energia fisica che resta il vero motore comico dell’operazione. Il suo Brantley/Carlton non è semplicemente un ingenuo di provincia, ma un personaggio capace di calibrare istantaneamente postura, linguaggio e persino andatura a seconda di quale delle sue due identità sta indossando in quel momento. Fox porta nel ruolo la stessa fragilità comica che lo aveva reso celebre in Ritorno al futuro, ma qui la declina in chiave più adulta: Brantley non subisce gli eventi con lo sguardo spaesato di Marty McFly, li orchestra attivamente, con un cinismo pragmatico che il film non giudica mai moralisticamente. È un personaggio che mente, inganna, sdoppia se stesso, e la sceneggiatura di Jim Cash e Jack Epps Jr, partendo da un soggetto di A.J. Carothers, ha l’intelligenza di trattare questo doppio gioco come strategia di sopravvivenza in un ambiente ostile, non come difetto caratteriale da correggere nel terzo atto.

Attorno a Fox il film costruisce un sistema di personaggi che complica progressivamente la posta in gioco sentimentale ed economica. Helen Slater, nei panni di Christy Wills, gestisce con equilibrio un personaggio che potrebbe facilmente scivolare nella macchietta della carrierista ingenua, la sua relazione con lo zio Howard, di cui ignora la natura predatoria, e il contemporaneo innamoramento per “Carlton Whitfield” la collocano al centro di un equivoco che il film sfrutta con precisione crescente, senza mai farla apparire complice consapevole dell’inganno. Richard Jordan, nel ruolo di Howard Prescott, costruisce un antagonista che rifiuta la caricatura del cattivo da manuale, il suo potere deriva interamente dal matrimonio con Vera, non da un reale talento manageriale, e la sua gestione fallimentare dell’azienda (insieme al tradimento nei confronti della moglie) lo rende un ostacolo credibile proprio perché la sua autorità si regge su basi più fragili di quanto lasci intendere.

È però Margaret Whitton, nei panni di Vera Prescott, a offrire probabilmente l’interpretazione più memorabile del film, secondo buona parte della critica dell’epoca. Il suo personaggio ribalta le aspettative riservate solitamente alla “moglie del capo” nelle commedie del periodo; Vera non è una presenza decorativa né una vittima passiva del marito infedele, ma la vera proprietaria morale e materiale dell’azienda, capace di agire con lucidità nel momento in cui scopre il doppio tradimento di Howard, professionale e sentimentale insieme. Il finale del film, con Brantley e Vera che uniscono le forze per rilevare il controllo della Pemrose e completare una scalata sul rivale Davenport, funziona proprio perché entrambi i personaggi arrivano a quella alleanza avendo, ciascuno a modo proprio, smascherato l’inadeguatezza dello stesso uomo.

Herbert Ross dirige questa commedia d’ufficio con un ritmo che raramente concede pause morte. La trama procede per incidenti e combinazioni più che per sviluppi organici, un difetto strutturale che altri registi avrebbero potuto pagare in termini di coerenza, ma che qui funziona come acceleratore comico più che come debolezza. La fotografia di Carlo Di Palma (una presenza artistica sorprendente in un prodotto hollywoodiano di questo genere) restituisce la New York degli anni ottanta come una giungla di vetro e acciaio, sfruttando il contrasto tra gli uffici lussuosi della Pemrose e l’appartamento fatiscente dove Brantley vive la propria vita reale, due mondi visivi che rispecchiano perfettamente la scissione interiore del protagonista. Le musiche di David Foster segnano i tempi comici con un synth-pop tipico del decennio, senza mai risultare invadenti rispetto all’azione scenica.

Riguardato oggi, il film mostra inevitabilmente i segni della propria epoca (dialoghi occasionalmente forzati, alcune sottotrame che si risolvono con eccessiva fretta) ma resta un esempio riuscito di come la commedia da ufficio anni ottanta sapesse intrecciare ambizione personale e critica, per quanto leggera, al mondo corporate che stava allora diventando il vero terreno mitologico del sogno americano. Il pubblico dell’epoca lo premiò ampiamente al botteghino, forse riconoscendo in Brantley Foster un eroe più onesto di quanto le sue bugie lascino intuire: un ragazzo che inganna il sistema solo perché il sistema, per primo, aveva già deciso di escluderlo.

(Francesco Ippolito)

Perché vederlo

Con circa 111 milioni di incassi a fronte di 12 milioni di budget, Il segreto del mio successo catturò il pubblico occidentale in un momento preciso, quando il sogno americano corporate cominciava a mostrare le prime crepe sotto la superficie patinata. Il voto TMDB di 6.5 è onesto (il film non è perfetto, con dialoghi occasionalmente forzati e sottotrame che non reggono fino in fondo) ma sottovaluta quanto funzioni come macchina narrativa pura, sorretta da un cast che include, oltre a Michael J. Fox in una delle sue prove comiche più mature, una sorprendente Margaret Whitton spesso dimenticata dalle sintesi più superficiali del film. È una commedia adatta a chi cerca uno sguardo, per quanto leggero, sulla competizione negli affari, capace di alternare inganno e ambizione senza mai insultare l’intelligenza dello spettatore.

Film correlati a Il segreto del mio successo

  • Wall Street (Oliver Stone, 1987) – uscito nello stesso anno, offre il controcanto drammatico alla stessa ossessione per l’ascesa economica newyorkese degli anni ottanta.
  • Nato ieri (Jon Turteltaub, 1993) – per lo stesso tema del ragazzo di provincia che reinventa se stesso per farsi strada in un ambiente sociale che lo respinge.
  • Working Girl (Mike Nichols, 1988) – la controparte femminile ideale, con una protagonista che scala la stessa New York corporate attraverso un inganno di identità non troppo diverso da quello di Brantley.
  • Tootsie (Sydney Pollack, 1982) – per lo stesso meccanismo comico della doppia identità professionale come chiave di successo, qui applicato al mondo della recitazione anziché a quello finanziario.

Trailer

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