Giulietta degli spiriti 1965
Giulietta degli spiriti
Diretto da Federico Fellini
Sceneggiatura di Federico Fellini, Tullio Pinelli
Prodotto da Francoriz Production, Rizzoli Film, Cineriz
Protagonisti: Giulietta Masina, Sandra Milo, Mario Pisu, Valentina Cortese, Valeska Gert, José Luis de Vilallonga, Friedrich von Ledebur, Caterina Boratto
Fotografia: Gianni Di Venanzo
Musiche: Nino Rota
Produzione: Francoriz Production, Rizzoli Film, Cineriz
Data di uscita: 1965-10-22
Durata: 148 minuti
Generi: Commedia, Dramma, Fantasy
Lingua originale: IT
Film Giulietta degli spiriti Trama
Giulietta Masina interpreta Giulietta Boldrini, una signora della Roma borghese, cattolica e protetta da un’esistenza fatta di convenzioni e sicurezze materiali, che si ritrova in vacanza nella villa di famiglia a Fregene con una certezza che si trasforma lentamente in ossessione: il marito la tradisce. Una seduta spiritica organizzata in casa, tra gli amici del marito Giorgio, accende un dubbio che fino a quel momento Giulietta aveva tenuto sepolto sotto la superficie ordinata della propria vita coniugale, e lo trasforma in una vera e propria crisi d’identità. Non è una domanda semplice quella che il film pone attraverso la sua protagonista, ma un’esplosione progressiva di interrogativi: chi sia davvero Giulietta al di là del ruolo di moglie e padrona di casa, cosa desideri per sé, cosa le sia stato negato fin dall’infanzia in nome del decoro e della rispettabilità.
Intorno a lei ruotano figure che incarnano possibilità di vita mai esplorate. Sandra Milo veste i panni di Susy (e in realtà di altre identità che il personaggio assume nel corso della storia) l’amica dai costumi liberi che abita una villa dove il piacere sembra fare parte dell’arredamento quanto i mobili stessi. Mario Pisu è Giorgio, il marito, presenza costante eppure sempre sfuggente, più idea e sospetto che uomo realmente conosciuto. Valentina Cortese rappresenta un’altra forma di libertà femminile, quella di una maturità più consapevole e meno spaventata dal giudizio altrui. Ognuna di queste figure esercita su Giulietta una pressione diversa, e la protagonista non attraversa la vicenda in modo passivo, ma reagisce, si confronta, si lascia attivamente confondere da ogni nuovo stimolo.
Fellini non racconta una trama lineare, ma un susseguirsi di visioni, incontri e fughe mentali che si intrecciano alla quotidianità apparentemente placida di Giulietta. La macchina da presa entra negli spazi domestici e li trasforma progressivamente in labirinti dell’inconscio. Gli spiriti evocati durante la seduta non sono presenze sovrumane, ma specchi deformati della psiche della protagonista, proiezioni dei suoi desideri inconfessati e delle sue paure più radicate. Giulietta si muove costantemente in bilico fra l’attrazione per il peccato e il peso della colpa, fra la tentazione di imitare la licenziosità di Susy e il richiamo rassicurante, seppure soffocante, della moralità in cui è stata educata. Il film non offre una risoluzione netta, propone soltanto movimento, un work in progress emotivo che resta aperto fino all’ultima inquadratura.
Curiosità sul film Giulietta degli spiriti
- Giulietta degli spiriti è il primo lungometraggio interamente a colori diretto da Federico Fellini, una scelta che il regista considerava non decorativa ma narrativa: i colori accesi e artificiali del film (gialli, azzurri, rosa saturi come le tavole di un fumetto animato) dovevano restituire visivamente il paesaggio interiore della protagonista, non semplicemente abbellire la messinscena.
- La fotografia è firmata da Gianni Di Venanzo, lo stesso direttore della fotografia che aveva già lavorato con Fellini su 8½ due anni prima. Di Venanzo morì prematuramente pochi mesi dopo l’uscita del film, nel febbraio 1966, a soli 45 anni, per un’epatite virale: la sua collaborazione con Fellini su questo titolo resta una delle ultime della sua carriera, insignita peraltro del Nastro d’Argento per la migliore fotografia a colori proprio nell’anno della sua scomparsa.
- Sandra Milo, nel film, non interpreta un solo personaggio ma tre identità diverse legate al mondo di Susy (Susy, Iris e Fanny) un espediente che rafforza visivamente il tema centrale del film sulla molteplicità e la frammentazione dell’identità femminile.
- Il film ottenne due candidature agli Oscar (per la scenografia e per i costumi) e vinse quattro Nastri d’Argento, oltre a un premio ai David di Donatello, un riconoscimento importante per un’opera che, all’epoca, spiazzò gran parte della critica proprio per la sua struttura non lineare.
- Giulietta Masina, moglie di Fellini nella vita reale, dichiarò in seguito che il significato del finale restava per lei stessa oggetto di dibattito interpretativo, segno di quanto il film rifiutasse deliberatamente ogni lettura univoca, anche per chi vi aveva prestato il proprio volto.
- La durata del film varia a seconda dell’edizione e del mercato di distribuzione, le fonti internazionali indicano cifre comprese tra i 129 e i 145 minuti, un’oscillazione non insolita per i film d’autore italiani di quel decennio, spesso ritagliati diversamente per l’uscita nei vari paesi.
Recensione Giulietta degli spiriti
Guardare oggi Giulietta degli spiriti significa fare i conti con un Fellini che rifiuta consapevolmente la strada più facile. Uscito appena due anni dopo 8½, il film viene spesso descritto, non a torto, come il suo speculare femminile: dove in 8½ il regista raccontava la propria crisi creativa con la complicità ironica di chi condivide col pubblico la propria messa in scena, qui il punto di vista si sposta su un territorio che Fellini conosce meno intimamente, quello del disagio esistenziale di una donna borghese, e non trova mai la stessa comodità autoriale nel maneggiarlo. È proprio questa distanza, questa mancanza di facile identificazione, a rendere il film più interessante di quanto una lettura superficiale potrebbe suggerire, Fellini non finge di sapere esattamente cosa provi Giulietta, e questa onestà nell’incertezza è forse il vero pregio dell’opera.
Il film procede per accumulo visivo più che per progressione narrativa, e chi si aspetta una trama con uno sviluppo tradizionale rischia di uscirne spiazzato. Ma è proprio nella dimensione onirica e frammentaria che il film trova la sua cifra più originale: gli spazi domestici di Giulietta (la villa, il giardino, la spiaggia) si trasformano progressivamente in territori psichici, in cui il confine tra realtà oggettiva e proiezione interiore si assottiglia fino quasi a scomparire. Le sedute spiritiche, i ricordi d’infanzia legati all’educazione cattolica rigida, gli incontri con Susy e il suo mondo di piacere senza sensi di colpa, ogni episodio funziona come una tessera di un mosaico che non compone mai un’immagine definitiva, ma restituisce piuttosto la sensazione fisica dello smarrimento della protagonista.
Sandra Milo, nel ruolo di Susy e delle sue altre incarnazioni, offre probabilmente l’interpretazione più memorabile del film accanto a quella della Masina, costruisce un personaggio che sembra vivere senza il minimo attrito interiore, una libertà quasi provocatoria che funziona da specchio rovesciato rispetto alla rigidità educativa di Giulietta. Giulietta Masina, dal canto suo, evita ogni scorciatoia melodrammatica, il suo volto, già iconico per il pubblico che l’aveva conosciuta ne La strada, qui lavora per sottrazione, restituendo la confusione della protagonista attraverso piccoli, quasi impercettibili cedimenti nell’espressione più che attraverso gesti plateali.
Il colore, come giustamente si intuisce guardando il film, è il vero co-protagonista dell’operazione, non naturalistico ma costruito, quasi teatrale nella sua saturazione, capace di trasformare ambienti domestici banali in scenografie quasi da fumetto animato. Il lavoro di Gianni Di Venanzo alla fotografia, che aveva già dato forma visiva alle inquietudini creative di Fellini in 8½, qui si concede una libertà cromatica ancora maggiore, complice anche la collaborazione con Piero Gherardi alla scenografia e ai costumi. La musica di Nino Rota, leggera e straniante allo stesso tempo, accompagna questo continuo oscillare tra il domestico e l’onirico senza mai sottolineare troppo esplicitamente le emozioni in scena, lasciando che sia l’immagine a fare il lavoro principale.
Non è un film facile, né rassicurante, la sua stessa costruzione frammentaria, a tratti contraddittoria, è parte integrante del discorso che porta avanti sulla difficoltà di comprendere fino in fondo la propria interiorità. Non c’è consolazione psicologica pronta per lo spettatore, così come non c’è per Giulietta stessa. Ma è proprio in questo rifiuto della rassicurazione che il film trova la propria sincerità più autentica, un cinema che pensa per immagini, che accetta di non spiegarsi del tutto al primo sguardo, e che chiede allo spettatore di accettare di perdersi insieme alla propria protagonista, invece di osservarla da una distanza di sicurezza.
(Francesco Ippolito)
Film correlati
- 8½ (1963) di Federico Fellini – il film “gemello” per struttura e temi, qui riletto al maschile attraverso la crisi creativa di un regista invece che attraverso il disagio esistenziale di una moglie borghese.
- La voce della luna (1990) di Federico Fellini – l’ultimo film del regista, che condivide con Giulietta degli spiriti lo stesso gusto per una narrazione onirica e non lineare, costruita per visioni più che per una trama tradizionale.
- Belle de Jour (1967) di Luis Buñuel – un altro ritratto di donna borghese che scopre, attraverso un percorso di trasgressione, desideri e frustrazioni tenute a lungo sepolte sotto una vita apparentemente ordinata.
- Persona (1966) di Ingmar Bergman – condivide con questo film l’interesse per la frammentazione dell’identità femminile e per un linguaggio visivo che privilegia l’associazione psichica rispetto alla causalità narrativa.
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