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I mostri 1963

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I mostri locandinaI mostri
Diretto da Dino Risi
Sceneggiatura di Age, Scarpelli
Prodotto da Fair Film, Incei Film, Mountfluor Film

Protagonisti: Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Lando Buzzanca, Marisa Merlini, Ρίκα Διαλυνά, Michèle Mercier, Marino Masé, Franco Castellani

Fotografia: Alfio Contini
Musiche: Armando Trovajoli
Produzione: Fair Film, Incei Film, Mountfluor Film
Data di uscita: 1963-10-30
Durata: 121 minuti
Generi: Commedia
Lingua originale: IT

I mostri – Trama del capolavoro con Gassman e Tognazzi tra i 100 film italiani da salvare

Roma, 1963. Il boom economico ha riempito le tasche di molti italiani e svuotato, in parallelo, un bel po’ di coscienze. Dino Risi non racconta una storia, mette in fila venti episodi, alcuni lunghi pochi secondi, altri costruiti come veri racconti brevi, e li usa per fotografare un paese che ha imparato a convivere benissimo con i propri difetti. Non c’è un protagonista da seguire, non c’è una vicenda da portare a termine, c’è una galleria di personaggi che, guardati uno per uno, sembrano macchiette, ma messi in fila diventano un ritratto collettivo difficile da liquidare con una risata.

Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman si dividono quasi tutti i ruoli, cambiando pelle episodio dopo episodio: un padre che insegna al figlio piccolo l’arte di fregare il prossimo, un attore che finge di aiutare un collega più giovane e meno furbo di lui, un marito che si tormenta per un sospetto di tradimento senza accorgersi di ciò che ha davanti agli occhi. Accanto a loro Lando Buzzanca dà corpo a un tipo di gioventù già rassegnata al compromesso ancor prima di iniziare a vivere, mentre Marisa Merlini, Michèle Mercier e Rika Dialina animano alcuni dei ritratti femminili più pungenti del film, capaci di ribaltare in un attimo i rapporti di forza con gli uomini che credono di avere in mano la situazione.

Quello che potrebbe restare un semplice susseguirsi di sketch diventa, episodio dopo episodio, qualcosa di più ambizioso, un’anatomia spietata (ma mai urlata) della borghesia e della piccola borghesia italiana del momento. Risi non cerca il mostro nell’eccezione, lo cerca nella regola, nell’avvocato che gioca sporco perché “così fan tutti”, nel benefattore che aiuta il prossimo solo davanti a una camera, nel cittadino perbene che, in situazioni diverse, si scopre capace di cose che non avrebbe mai immaginato di sé. Lo spettatore ride, e un attimo dopo si accorge di essersi riconosciuto in almeno un paio di quei ritratti.

Il bianco e nero della fotografia, tutt’altro che un vincolo di produzione, diventa parte del linguaggio del film, toglie ogni patina consolatoria e restituisce agli episodi un’aria quasi da cronaca, da instant movie sull’Italia del momento. Risi alterna un montaggio serrato, quasi da rivista satirica, a momenti più distesi in cui lascia che siano gli sguardi e i silenzi a parlare. La comicità, quando arriva, nasce raramente dalla battuta, nasce dallo scarto tra quello che i personaggi dicono e quello che, evidentemente, stanno pensando.

Curiosità sul film

  • Una sceneggiatura a più mani, non solo di Age e Scarpelli. Il copione porta la firma di un gruppo di autori più ampio di quanto si creda; oltre ad Agenore Incrocci (Age) e Furio Scarpelli, hanno lavorato al film anche Ruggero Maccari, Elio Petri, Ettore Scola e lo stesso Dino Risi. Una vera squadra di sceneggiatori, tra i migliori che il cinema italiano abbia mai avuto in circolazione contemporaneamente.
  • Il debutto di Ricky Tognazzi, in famiglia. Nel primo episodio, “L’educazione sentimentale”, il figlio del protagonista è interpretato dal piccolo Ricky Tognazzi, figlio nella vita reale di Ugo, qui alla sua primissima apparizione sullo schermo. Un aneddoto ancora più curioso: la breve parte della madre, nello stesso episodio, fu affidata sul set all’attrice Pat O’Hara, che quel giorno era semplicemente venuta ad accompagnare il figlio e finì “arruolata” da Risi.
  • Venti episodi, nessun filo narrativo dichiarato. A differenza di molti film a episodi coevi, qui non c’è nemmeno un pretesto di cornice a tenere insieme i racconti, la struttura è dichiaratamente frammentaria, e proprio in questa scelta radicale sta parte della sua forza.
  • Qualche problema con la censura. Il film ebbe una circolazione internazionale non priva di ostacoli; in Spagna, ad esempio, subì tagli imposti dalla censura dell’epoca, segno di quanto certi bersagli satirici del film (il clero, la politica, il perbenismo borghese) toccassero nervi sensibili anche fuori dai confini italiani.
  • Un 45 giri tutto suo. La popolarità del film fu tale che la RCA pubblicò all’epoca un disco a 45 giri dedicato alla colonna sonora firmata da Armando Trovajoli, con brani come “Samoa Tamourè” diventati piccoli tormentoni a sé stanti.
  • Il capostipite di una trilogia. Quindici anni dopo, nel 1977, arriverà il seguito “I nuovi mostri”, diretto a sei mani da Risi, Mario Monicelli ed Ettore Scola, candidato all’Oscar come Miglior Film Straniero. Nel 2009 la saga si chiuderà, in chiave di omaggio, con “I mostri oggi” di Enrico Oldoini.

Recensione

C’è un motivo se, oltre sessant’anni dopo, questo film continua a essere citato ogni volta che si parla di commedia all’italiana al suo apice. Pochi altri titoli sono riusciti a essere così cattivi con la materia che raccontano restando, al tempo stesso, così godibili da guardare. Il merito è in gran parte della sceneggiatura, frutto del lavoro corale di Age, Scarpelli, Maccari, Petri, Scola e Risi stesso, una squadra che, invece di annacquarsi a vicenda, sembra essersi divertita a spingere ogni singolo episodio fino al punto in cui la risata comincia a fare male. Non c’è mai un messaggio spiegato, non c’è una morale da appuntarsi, c’è la scommessa, vinta, che il pubblico capisca da solo dove sta il problema. E infatti la forza del film non sta tanto nelle singole trovate (alcune datate, altre ancora sorprendentemente fresche) quanto nell’accumulo, episodio dopo episodio, lo spettatore smette di ridere “degli altri” e comincia, quasi senza accorgersene, a ridere anche un po’ di sé.

Il vero motore del film resta comunque la coppia Tognazzi-Gassman, che qui raggiunge probabilmente uno dei suoi punti più alti. Colpisce, rivedendo il film oggi, la disciplina con cui i due attori si mettono al servizio del materiale: non stanno costruendo un loro personaggio ricorrente, come capiterà in altri film a episodi dell’epoca, ma reinventano da zero un tipo umano diverso ogni volta, cambiando registro, postura, persino cadenza vocale. Gassman lavora spesso di sottrazione, con un’ironia gelida che rende ancora più tagliente il ritratto; Tognazzi, al contrario, si getta nella caratterizzazione fisica con un’energia quasi fisica, capace di rendere ridicolo e inquietante lo stesso personaggio nel giro di pochi secondi. Vale la pena notare come i due, pur alternandosi quasi sempre nei ruoli principali, condividano anche alcuni episodi fianco a fianco, sono proprio questi momenti, in cui i due stili si scontrano invece di alternarsi, a regalare alcune delle scene più memorabili del film, quelle in cui la commedia sfiora quasi il duello attoriale.

Attorno a loro Lando Buzzanca costruisce con pochi tratti un ritratto di gioventù già disillusa che anticipa temi che il cinema italiano riprenderà spesso negli anni successivi; il suo personaggio non ha bisogno di grandi monologhi per comunicare una rassegnazione che, vista oggi, suona quasi profetica. Marisa Merlini, Michèle Mercier e Rika Dialina evitano con intelligenza il rischio di restare comparse decorative, ritagliandosi episodi in cui sono loro a tenere in mano il gioco, spesso ribaltando con un solo sguardo o una battuta secca i rapporti di forza che il personaggio maschile dava per scontati. È un dettaglio che meriterebbe più attenzione di quanta gliene sia stata riservata dalla critica dell’epoca, abituata a leggere il film quasi esclusivamente attraverso la lente della coppia protagonista: le figure femminili, pur avendo meno spazio in termini di minutaggio, restano tra i personaggi più lucidi e meno caricaturali dell’intero mosaico.

Sul fronte della regia Risi dimostra una capacità di controllo del ritmo che è forse la cosa più sorprendente del film, considerato che parliamo di venti unità narrative completamente diverse tra loro per durata e struttura. Alcuni episodi durano un minuto scarso, altri si prendono il tempo di costruire una vera piccola drammaturgia, eppure l’insieme non dà mai la sensazione di squilibrio. Risi passa da un registro quasi da avanspettacolo a momenti di amarezza pura senza mai perdere la mano e soprattutto senza mai fermarsi a spiegare allo spettatore cosa dovrebbe provare. Certi episodi si chiudono su un’inquadratura secca, quasi brutale nella sua semplicità, che funziona da punto esclamativo senza bisogno di ulteriori commenti; altri lasciano invece che sia il silenzio, più che la battuta finale, a fare il lavoro. È una regia che si fida del pubblico, ed è probabilmente questo (più di ogni riferimento specifico al 1963) a rendere il film ancora così efficace. I vizi raccontati cambiano nome e forma, ma restano dolorosamente riconoscibili, e il fatto che Risi non abbia mai sentito il bisogno di sottolinearli con un cartello morale è, con il senno di poi, una scelta di una modernità sorprendente.

Sul piano tecnico il film può contare su un reparto di prim’ordine. La fotografia di Alfio Contini sfrutta il bianco e nero non come vincolo ma come scelta espressiva: contrasti netti, ombre dure, un’illuminazione che toglie ogni possibile morbidezza consolatoria alle situazioni raccontate, restituendo un’immagine dell’Italia del boom molto più simile a un reportage che a una favola. Non è un bianco e nero “elegante” nel senso patinato del termine, ma uno strumento di lavoro che asciuga ogni ridondanza visiva e lascia che siano i volti e i gesti a portare il peso della scena. Le musiche di Armando Trovajoli, che punteggiano gli episodi con temi brillanti e a tratti quasi da rivista, funzionano da contrappunto ironico rispetto alla cattiveria dei contenuti, e proprio in quello scarto (tra la leggerezza della musica e la durezza di ciò che si vede) risiede buona parte dell’efficacia satirica del film. La colonna sonora sorride mentre lo schermo, spesso, sta raccontando tutt’altro. Anche il montaggio di Maurizio Lucidi merita una nota, tenere insieme venti episodi di lunghezza tanto diversa, senza mai far perdere il filo allo spettatore e senza appesantire il passaggio da un registro all’altro, è un esercizio di equilibrio che il film porta a termine con grande naturalezza, al punto che il ritmo complessivo, oggi come allora, non fa mai sentire il peso delle due ore abbondanti di visione.

(Francesco Ippolito)

Perché vederlo

Il film è stato inserito nella lista dei 100 film italiani da salvare stilata dal Ministero dei Beni Culturali, un riconoscimento che dice molto del suo peso nella storia del cinema nazionale, ed è il punto di partenza di una piccola trilogia che il pubblico italiano ha continuato ad amare per decenni. Non è un titolo che intrattiene e basta, chiede allo spettatore di riconoscersi in personaggi tutt’altro che simpatici, e proprio per questo lascia il segno più di tante commedie più rassicuranti. Se ti interessa capire da dove arrivano certi vizi che continuiamo a raccontarci ancora oggi (il familismo, la furbizia spacciata per intelligenza, l’ipocrisia elevata a buon senso) qui trovi l’origine, raccontata con una lucidità che il tempo non ha smussato. Meno indicato per chi cerca una trama unica da seguire dall’inizio alla fine, la forma a episodi va presa per quello che è, un mosaico da assaporare pezzo per pezzo.

Film correlati

  • Il sorpasso (1962) – Sempre diretto da Dino Risi, uscito appena un anno prima, racconta con lo stesso sguardo disincantato l’Italia del boom attraverso un viaggio in auto che parte come commedia leggera e si fa via via più amaro.
  • Signore & signori (1966) – Pietro Germi porta lo stesso spirito corale e graffiante in un piccolo centro di provincia, smontando l’ipocrisia perbenista con un’ironia altrettanto tagliente.
  • I nuovi mostri (1977) – Il seguito diretto, quindici anni dopo, da Risi insieme a Mario Monicelli ed Ettore Scola, che aggiorna la stessa formula corale agli anni di piombo.
  • I mostri oggi (2009) – Il tributo più recente alla saga, firmato da Enrico Oldoini, utile per misurare quanto (poco) sia davvero cambiato l’italiano medio in mezzo secolo.

Trailer

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