Pubblicità
FilmRecensioniSchede FilmTrailer

La vita in un attimo, la recensione: il film di Dan Fogelman da rivalutare a distanza di anni

0
(0)

La vita in un attimo locandinaLa vita in un attimo
Diretto da Dan Fogelman
Sceneggiatura di Dan Fogelman
Prodotto da FilmNation Entertainment, Nostromo Pictures, Temple Hill Entertainment

Protagonisti: Oscar Isaac, Olivia Wilde, Annette Bening, Antonio Banderas, Samuel L. Jackson, Olivia Cooke, Mandy Patinkin, Jean Smart

Fotografia: Brett Pawlak
Musiche: Federico Jusid
Produzione: FilmNation Entertainment, Nostromo Pictures, Temple Hill Entertainment
Data di uscita: 2018-09-21
Durata: 117 minuti
Generi: Dramma, Romance
Lingua originale: EN

La vita in un attimo – Trama

Un singolo istante può cambiare tutto. Dan Fogelman costruisce intorno a questa premessa una struttura narrativa che attraversa decenni e oceani, legando New York alla Spagna attraverso una catena di connessioni umane che sembrano casuali ma non lo sono. Will (Oscar Isaac) è uno sceneggiatore la cui vita crolla quando la moglie incinta Abby (Olivia Wilde) esce improvvisamente dalla sua esistenza, il film gioca deliberatamente sull’ambiguità di cosa sia realmente accaduto tra loro, complice una voce narrante di Samuel L. Jackson che si rivelerà, con il procedere della storia, tutt’altro che affidabile.

Dalla frattura di Will nasce Dylan (Olivia Cooke), la figlia che cresce diventando una giovane donna problematica per le strade di New York, la cui vita si intreccerà inaspettatamente con quella di Rodrigo (Alex Monner), cresciuto in una piantagione di ulivi a Carmona, in Spagna, sotto lo sguardo del proprietario terriero Mr. Saccione (Antonio Banderas). Annette Bening completa il quadro delle generazioni coinvolte, custode anche lei di scelte e silenzi che si ripercuotono su chi verrà dopo. “Siamo tutti parte di una storia più grande” non è solo la tagline del film, è il principio strutturale su cui poggia tutto l’impianto narrativo, un’ossatura che tiene insieme vite apparentemente separate ma destinate a incrociarsi.

Curiosità sul film La vita in un attimo

  • Un narratore inaffidabile. La voce fuori campo di Samuel L. Jackson, che apre e accompagna il film, si rivela progressivamente meno attendibile di quanto sembri all’inizio, un espediente strutturale che ha diviso molto la critica dell’epoca.
  • Non è il debutto alla regia di Fogelman. Prima di La vita in un attimo, il creatore di This Is Us aveva già diretto Danny Collins (2015) con Al Pacino, e in precedenza aveva scritto sceneggiature per Cars, Bolt, Rapunzel – L’intreccio della torre e Crazy, Stupid, Love.
  • Un debutto a Toronto. Il film ha avuto la sua prima mondiale all’8 settembre 2018 al Toronto International Film Festival, prima dell’uscita nelle sale statunitensi il 21 settembre, distribuito da Amazon Studios.
  • Un’accoglienza critica durissima. Nonostante il cast di prestigio, il film fu accolto da una stroncatura pressoché unanime, con diverse testate che lo definirono “eccessivo e insieme deludente”, un dato che rende ancora più interessante una rilettura a distanza di anni.
  • Un’ambientazione spagnola precisa. Le scene ambientate in Spagna si svolgono tra Siviglia e Carmona, in Andalusia.

Recensione

Riguardare La vita in un attimo oggi, a distanza di anni dalla stroncatura pressoché unanime che accompagnò la sua uscita, significa innanzitutto interrogarsi su cosa la critica dell’epoca non abbia perdonato a Dan Fogelman. Non tanto l’ambizione strutturale del film, quanto forse la sua estraneità rispetto ai codici del cinema d’autore contemporaneo, troppo dichiaratamente debitrice della sensibilità televisiva che lo stesso Fogelman aveva reso celebre con This Is Us. È un pregiudizio comprensibile ma anche, a ben vedere, ingiusto; il fatto che una struttura emotiva funzioni in televisione non ne inficia automaticamente la validità cinematografica e La vita in un attimo merita di essere valutato per quello che tenta di fare, non per il medium a cui il suo autore è più comunemente associato.

Il primo elemento che va riconosciuto come merito è la scelta di affidare la narrazione a una voce fuori campo dichiaratamente inaffidabile. Samuel L. Jackson apre il film con un tono da narratore onnisciente che sembra promettere certezze, salvo poi rivelarsi, con il progredire della storia, un dispositivo tutt’altro che neutro, un espediente che dialoga apertamente con la tradizione della narrazione postmoderna sull’inaffidabilità del racconto stesso, applicata qui a un genere (il melodramma multigenerazionale) che raramente si concede una tale autoconsapevolezza formale. È un rischio che il film corre con più coraggio di quanto la sua reputazione lasci intuire, anche se non sempre riesce a sfruttarlo fino in fondo nelle conseguenze drammaturgiche.

Oscar Isaac affronta la prima sezione del film con un’intensità che rifiuta la misura, il suo Will attraversa una spirale di dolore dopo la scomparsa di Abby dalla propria vita che l’attore sceglie di interpretare senza filtri di contenimento, un’esposizione emotiva totale che alcuni hanno letto come eccesso e che altri, con più generosità, possono riconoscere come una scelta coerente con un personaggio che la sceneggiatura costruisce esplicitamente come inaffidabile testimone del proprio dolore. È una prova che divide, ma che non manca di coraggio interpretativo. Olivia Wilde, nel ruolo di Abby, lavora con un registro più trattenuto, funzionale a un personaggio che il film usa più come detonatore narrativo che come soggetto pienamente sviluppato, probabilmente il limite più evidente della sceneggiatura nella sua prima metà.

È nella seconda parte del film, quando l’attenzione si sposta su Dylan e Rodrigo, che La vita in un attimo trova il suo respiro più convincente. Olivia Cooke costruisce una Dylan segnata dal trauma della propria infanzia con una fisicità e un’ironia difensiva che restituiscono credibilità a un personaggio altrimenti a rischio di scivolare nel cliché della “ragazza problematica” newyorkese. Alex Monner porta a Rodrigo una malinconia silenziosa che si radica bene nell’ambientazione andalusa della piantagione di ulivi di Carmona, dove Antonio Banderas costruisce un Mr. Saccione la cui autorità paterna nasconde stratificazioni di colpa e responsabilità che il film rivela con calibrata lentezza. Annette Bening, pur con uno spazio più limitato, aggiunge un ulteriore livello temporale alla catena di conseguenze che attraversa l’intero film, ricordando allo spettatore che nessuna delle scelte compiute dai personaggi più giovani nasce nel vuoto.

Fogelman non segue un’unica linea temporale, e questa scelta strutturale (saltare tra epoche diverse, tessere scene che rimangono frammentarie fino al momento in cui improvvisamente acquistano senso) è forse l’aspetto più ambizioso e insieme più rischioso del film. Quando funziona, come nei momenti in cui i personaggi più anziani riconoscono nei più giovani il riflesso delle proprie stesse vite, il film raggiunge una tenerezza quasi insostenibile che giustifica pienamente la sua architettura complessa. Quando non funziona la moltiplicazione dei fili narrativi rischia di trasformare l’emozione in meccanismo, l’empatia in ingegneria drammaturgica troppo visibile nelle sue giunture.

La fotografia di Brett Pawlak alterna con efficacia gli spazi claustrofobici della New York di Will e Dylan ai panorami aperti e respirati della campagna andalusa, creando un contrasto che rafforza visivamente il tema del viaggio e della ricerca di sé che attraversa l’intero film. La colonna sonora di Federico Jusid rimane discreta ma penetrante, raramente sottolineando con forza emotiva quello che le immagini già comunicano, una scelta di misura che si apprezza soprattutto nei momenti in cui la sceneggiatura stessa fatica a trattenersi dall’enfasi.

Il vero limite del film, più che nell’eccesso emotivo di cui è stato accusato, sta forse nella difficoltà di tenere insieme con uguale cura tutti i fili narrativi che apre: il terzo atto sente visibilmente la pressione di dover chiudere una struttura così ambiziosa, e alcune risoluzioni arrivano con una rapidità che tradisce la ricchezza costruita nelle due ore precedenti. È un difetto reale, che la critica dell’epoca ha individuato correttamente, anche se forse con una severità sproporzionata rispetto all’ambizione genuina del progetto; pochi film di questo budget si concedono il rischio di una struttura temporale così frammentata, di un narratore così apertamente manipolatorio, di un cast corale così esteso senza sacrificare la specificità di ciascun personaggio.

(Francesco Ippolito)

Perché vederlo

Con un voto TMDB di 7.2 e un incasso mondiale di circa 8 milioni di dollari su un budget di 10, La vita in un attimo è scivolato via dai radar come molti drammi contemporanei privi di un evento mediatico a sostenerli, complice anche una stroncatura critica quasi unanime all’uscita che oggi merita di essere rivalutata con più equilibrio. Fogelman, che ha poi dominato la televisione con This Is Us, qui sperimenta una struttura narrativa più ardita di quanto faccia solitamente, affidandosi a un narratore inaffidabile e a un intreccio multigenerazionale che non sempre regge la propria stessa ambizione, ma che nei suoi momenti migliori raggiunge una tenerezza rara. È un film per chi preferisce opere che richiedono di stare a fuoco, che non confondono la semplicità della trama con la profondità del racconto, non riesce sempre a tenere insieme tutti i fili che apre, ma quando funziona, resta addosso più a lungo di quanto la sua reputazione lasci sperare.

Film correlati a La vita in un attimo

  • This Is Us (serie TV, Dan Fogelman, 2016-2022) – per ritrovare la stessa sensibilità dell’autore applicata al formato seriale, dove la struttura temporale frammentata trova forse la sua espressione più compiuta.
  • Il curioso caso di Benjamin Button (David Fincher, 2008) – altro racconto che attraversa decenni per riflettere sul tempo, il destino e le connessioni umane apparentemente casuali.
  • Crazy, Stupid, Love (Glenn Ficarra, John Requa, 2011) – per ritrovare, applicata a un registro più leggero, la scrittura corale dello stesso Dan Fogelman.
  • Babel (Alejandro González Iñárritu, 2006) – per lo stesso principio di storie geograficamente distanti che si rivelano intimamente connesse da un singolo evento scatenante.

Trailer

Leggi anche: Buried – Sepolto: il thriller con Ryan Reynolds che va rivisto oggi

Vota questo film!

Media voti 0 / 5. Totale voti 0

Questo film non è ancora stato votato.

Notifiche push abilitate

Grazie per aver abilitato le notifiche!